Putin ci ha detto chi era fin dall’inizio. Masha Gessen
Putin non è un politico è un gangster. Yulia Navalnaya
Nel corso della sua esistenza il regime creato da Putin è stato definito in diversi modi, dapprima veniva utilizzata la parola democrazia affiancata però da aggettivazioni sempre più inquietanti quali sovranista, autoritaria, illiberale, quindi si è passati a democratura, significativa crasi tra democrazia e dittatura, poi a autocrazia per giungere infine alla voce totalitarismo.
Da un po’ di tempo si parla anche di neototalitarismo o di totalitarismo postmoderno, terminologia adeguata al fatto che se è incontestabile la parentela del regime putiniano con i totalitarismi del Novecento sono innegabili anche alcune differenze che vale la pena di considerare per una maggior comprensione del fenomeno.
Innanzi tutto la presa del potere: nulla di simile alla marcia su Roma o all’assalto al Palazzo d’Inverno, nessun incendio del Reichstag e le elezioni truccate sarebbero arrivate dopo, a potere ampiamente consolidato. Nessuna ideologia a scaldare i cuori e esaltare le menti, solo il freddo disegno di un gruppo di “colleghi” perseguito con la determinazione e i metodi appresi e utilizzati in decenni di lavoro sottotraccia al servizio di un regime giunto ormai alla fine dei suoi giorni. In altre parole, crollata l’Urss e dissoltosi il Pcus, rimasta in piedi solo la struttura poliziesca del vecchio Kgb, diventato nel frattempo Fsb, Putin non ha avuto particolari difficoltà a occupare i gangli vitali del nuovo stato e non solo in ambito politico e militare ma anche in quello economico e finanziario. Lo disse chiaramente lo stesso Putin nel 1999, il 20 dicembre, al banchetto per la Giornata del čekista: “Ci tengo a segnalare che il gruppo di ufficiali dell’Fsb inviati in missione d’infiltrazione nel governo sta adempiendo, nella prima fase, al suo compito”.
Sembra una dichiarazione autobiografica dato che il suo autore negli ultimi due anni era diventato prima direttore dell’Fsb, poi primo ministro e undici giorni dopo queste dichiarazioni, in seguito alle dimissioni di El’cin e in attesa delle elezioni presidenziali, avrebbe assunto l’incarico ad interim di presidente della Federazione Russa. In realtà è molto di più, è il bollettino della vittoria alla conclusione di quello che, dopo l’interregno tra la fine della dinastia dei Rurikidi e l’inizio di quella dei Romanov a cavallo tra XVI e XVII secolo, potrebbe essere considerato il secondo “periodo dei torbidi” della storia russa, il tempo degli oligarchi, delle privatizzazioni selvagge, delle lotte tra gruppi criminali per dividersi le spoglie dell’ex impero. A proposito di queste ultime, Federico Varese, Professore di Criminologia e Direttore del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Oxford, racconta che quella per mettere le mani sulla fabbrica automobilistica Avtovaz fece circa quattrocento morti, tra cui diversi giornalisti autori di coraggiose inchieste sull’argomento. Fu una lotta intrecciata con quella per il potere in cui sembrava che gli oligarchi, vincitori delle privatizzazioni, potessero assicurarsi il bottino completo quando pensarono di aver trovato in Putin un una semplice pedina da piazzare al vertice delle istituzioni. Presto dovettero ricredersi.
L’ascesa e il potere criminale di Putin sono stati raccontati da diversi autori a cui rimando con una breve scheda bibliografica in calce a questo articolo, ritengo però utile ricordarne alcuni passaggi.
Questa storia comincia agli inizi degli anni Novanta a San Pietroburgo, che allora si chiamava Leningrado, dove incontriamo un ex agente segreto tornato in Russia dopo la caduta del muro e subito entrato nelle grazie di un potente politico locale, Anatolij Sobčak, O forse no, questo non è un inizio ma la continuazione di una vecchia storia svoltasi in gran parte negli uffici del Kgb di Dresda, visto che secondo Masha Gessen quello affidato a Putin al suo rientro in patria è il classico incarico da riserva attiva del Kgb.
Nell’agosto del 1991, nei tre giorni del tentato golpe contro Gorbaciëv, Sobčak, da sindaco della città, tenne un comportamento che definire ambiguo sarebbe un eufemismo: non solo non si pronunciò ma sparì dalla circolazione, rintanato per tre giorni in un bunker insieme al suo pupillo. Riapparvero a putsch fallito per dichiarare la loro fede democratica.
Il vicesindaco Putin era anche responsabile delle relazioni economiche con l’estero, ruolo non solo da riserva attiva ma, soprattutto, posizione ideale per lucrare su rapporti commerciali, appropriarsi di beni in entrata o in uscita e dirottare pagamenti. Per dare un’idea dell’entità di questi traffici teniamo presente che da un’inchiesta di Marina Sal’e, esponente del Fronte Popolare di Leningrado, organizzazione di appoggio alla perestrojka, emerse una truffa da più di 95 milioni di dollari sotto forma di licenze di esportazione. Il meccanismo della truffa, già utilizzato dal Kgb negli anni del crepuscolo sovietico per creare reti di aziende all’estero e trasferirvi capitali, è descritto esaustivamente da Masha Gessen e da Catherine Belton che raccontano anche degli stretti rapporti tra Putin e il gruppo di Tambov, “la più feroce banda criminale della città”, che tra le altre cose controllava anche l’industria del gioco d’azzardo.
Prima di trasferirsi a Mosca allo staff del Cremlino, sponsorizzato dai due oligarchi Borodin e Berezovsckij, Putin riuscì a mettere le mani su Bank Rossija, sulle case da gioco e a “sistemare” molti suoi colleghi dei servizi creando in questo modo una cerchia di fedelissimi che lo avrebbe accompagnato e sostenuto nella scalata al potere.
Scalata che subì l’accelerazione definitiva nel 1998, anno in cui venne nominato direttore dell’Fbs a luglio e poi primo ministro ad agosto. Alla Duma e nel dibattito pubblico la leader di Russia Democratica, Galina Starovojtova, denunciò più volte l’occupazione delle cariche dello stato da parte dei servizi e per questo finì ad arricchire il lungo elenco degli oppositori del Cremlino assassinati o deceduti per cause misteriose. A lei sarebbe toccato il 20 novembre, a San Pietroburgo, davanti al portone di casa.
Alla festa dei čekisti Putin aveva parlato di prima fase, in realtà era da poco iniziata la seconda, quella della “strategia della tensione”, tesa a giustificare aggressioni all’estero, repressioni all’interno e smantellamento delle istituzioni democratiche.
Nel mese di settembre c’era stata un’ondata di attentati in diverse città russe che fece quasi 300 vittime, la responsabilità venne subito addossata ai separatisti ceceni e il primo ottobre iniziò una nuova guerra contro la Cecenia. In seguito un agente dell’Fbs fuggito dalla Russia, Alexandr Litvinenko, dimostrò il coinvolgimento dei servizi segreti negli attentati, grazie anche alla documentazione prodotta da Novaja Gazeta e alla collaborazione di un deputato dell’opposizione che gli fornì il verbale della sessione della Duma in cui il Presidente dell’assemblea aveva interrotto i lavori per annunciare che nella città di Volgodonsk era stato fatto saltare in aria un edificio residenziale. Solo che si tratta del verbale del 13 settembre mentre l’attentato in questione sarebbe avvenuto il 16, tre giorni dopo! Litvinenko invece morirà a Londra nel settembre del 2006 avvelenato col polonio.
Litvinenko aveva indagato anche sulla strage del teatro Dubrovka di Mosca nell’ottobre del 2002, quando un commando di separatisti ceceni prese in ostaggio circa 700 spettatori. Dopo due giorni le forze speciali riempirono di gas la sala del teatro e poi fecero irruzione, morirono 129 ostaggi, la maggior parte perché invece di essere affidati ai medici furono lasciati coricati sulla schiena davanti all’ingresso del teatro finendo così soffocati dal proprio vomito e, inoltre, anche in ospedale, le autorità si rifiutarono di rivelare quale gas era stato utilizzato rendendo così impossibile il lavoro dei medici. L’ex agente scoprì che, contrariamente alla versione ufficiale, non tutti i terroristi erano stati uccisi, uno di loro era uscito dall’edificio poco prima dell’attacco dei militari: si trattava di Chanpač Terkibaev, un ex giornalista già collaboratore dei servizi russi. Decise allora di passare la documentazione a Sergej Jušenko, membro di una commissione di inchiesta sui fatti del teatro, che riuscì a farla arrivare a Anna Politkovskaja prima di essere assassinato a Mosca, anche lui davanti a casa, il 17 aprile del 2003.
La giornalista riuscì a rintracciare Terkibaev e a intervistarlo scoprendo così che viveva libero in Russia e aveva anche incarichi governativi…
Neppure tre mesi dopo l’attentato a Jušenko, moriva in ospedale per avvelenamento Jurij Ščekočichin, che di Novaja Gazeta era vicedirettore. Aveva scoperto che alcune delle terroriste protagoniste dell’assalto al teatro erano già state condannate per altri reati e che in teoria in quei giorni risultavano detenute in qualche carcere russo…
Nel 2004, il giorno della tradizionale festa di inizio dell’anno scolastico, Politkovskaja, appena saputo dell’assalto di un commando internazionale alla scuola di Beslan, si precipitò in aeroporto ma non sarebbe riuscita a raggiungere la cittadina caucasica. Prenotò tre voli successivi ma tutti furono annullati, salì su un aereo per Rostov pensando di raggiungere in auto la sua meta, ma una volta in volo fece l’errore di ordinare una tazza di tè. I medici che riuscirono a salvarla parlarono di “tossina sconosciuta” che aveva colpito fegato, reni e sistema endocrino.
A Beslan, fu una strage, quasi 382 morti tra cui 186 bambini. Gessen racconta che agenti dell’Fsb impedirono al presidente dell’Ossezia del Nord e a quello dell’Inguscezia di entrare nella scuola a parlare con i sequestratori. Alla fine il permesso fu accordato al presidente ceceno Maschadov, “Ma, proprio come all’assedio del teatro, Mosca non volle aspettare la fine delle trattative; sembra infatti che l’inizio delle operazioni militari sia stato organizzato proprio per impedire un’altra riunione tra Maschadov e i terroristi un incontro che avrebbe potuto portare a una soluzione pacifica”.
L’avvelenamento che impedì a Politkovskaja di essere testimone degli eventi non ne limitò la lucidità interpretativa, lo dimostrano le sue considerazioni quando denunciava che in quei giorni i rappresentanti dello stato si preoccupavano più di capire più che cosa volesse Putin che di salvare gli ostaggi e che “la verticale del potere fondata sul timor panico e una totale dipendenza da una sola persona non è in grado di fare alcunché, non è in grado di salvare delle vite quando serve”.
In questo caso è difficile definire il ruolo dei servizi segreti nello svolgersi degli eventi: organizzatori? Facilitatori? Oppure si limitarono solo a favorire l’esito eclatante e tragico al fine di giustificare le scelte di Putin in politica interna e estera? Teniamo comunque presente il lavoro investigativo di Martina Litvinovič, creatrice del sito Pravda Beslan, in cui la giornalista riuscì a determinare che le esplosioni, che nella versione ufficiale avrebbero giustificato l’irruzione degli assedianti, erano state provocate dalle granate lanciate dai militari verso la palestra dove era ammassata la maggior parte degli ostaggi.
Ma non ci fu solo strategia della tensione, parallelamente emergeva l’intenzione di eliminare progressivamente qualsiasi ostacolo sulla strada avrebbe portato ad un potere assoluto. I due esempi che seguono sono indicativi dei rapporti tra potere esecutivo e giudiziario del nuovo regime.
Il primo atto di Putin da presidente fu quello di garantire a El’cin e al suo clan l’immunità giudiziaria e di sostituire Skuratov, procuratore generale titolare dell’indagine sul caso Mabetex che vedeva l’ex presidente tra i personaggi coinvolti, con il più fedele e remissivo Vladimir Ustinov che si affrettò a chiudere il caso.
Nel 2003 il processo e la condanna Chodorovskij, che aveva denunciato la corruzione di Putin e del suo gruppo e manifestato l’intenzione di candidarsi alle presidenziali, la conseguente bancarotta del colosso petrolifero della Yucos il cui patrimonio fu smembrato e finì in gran parte alla Rosneft controllata direttamente dal Cremlino, furono un chiaro avvertimento agli oligarchi affinché si tenessero ben lontani dalla politica
Da allora un’interminabile serie di riduzione degli spazi di libertà, di negazione di diritti civili e politici, ricatti, minacce, arresti, assassinii e morti “in circostanze misteriose” di avversari e dissidenti, colpiti anche al di fuori del territorio nazionale, e una politica estera sempre più minacciosa soprattutto, nei confronti dei paesi dell’area ex sovietica ma non solo, accompagnò lo sviluppo dello stato totalitario. e la formazione di una ideologia di supporto.
Certo anche il fatto che la presa del potere e il suo consolidamento abbiano preceduto l’elaborazione ideologica è una notevole differenza rispetto alla storia dei totalitarismi precedenti, e merita un trattamento a parte, ma vi sono altre particolarità, magari meno appariscenti però altrettanto significative.
Che l’ascesa al potere di Putin e del suo gruppo sia anche una storia di corruzione, violenza e rapporti con le organizzazioni criminali e che questi aspetti siano ancora ben presenti è risaputo, ma forse è meno evidente che un tale livello di corruzione sia funzionale al mantenimento della sua “verticale del potere” perché fa sì che chiunque frequenti le alte sfere sia ricattabile e quindi potenziale vittima di un’azione di kompromat che gli comporterebbe almeno la fine della carriera se non il carcere, l’ospedale psichiatrico o il gulag.
Stesso discorso vale per la violenza diffusa e la delinquenza comune a cui chiedere manovalanza per azioni illegali e violente contro i dissidenti e gli avversari o per rendere sempre più impossibile la vita ai detenuti politici nelle carceri. Carceri diventate luogo e occasione di reclutamento da cui ottenere, come abbiamo potuto constatare negli ultimi anni, un esercito di criminali autentici e anche di semplici disperati da trasformare in carne da cannone con la promessa della libertà per i sopravvissuti ai sei mesi di guerra previsti dal contratto.
Violenza, corruzione, legge del più forte e di chi ha amici più potenti diffondono sfiducia, sospetto, paura e ricerca di protezione e, di conseguenza, portano gli individui a diffidare gli uni degli altri e ad organizzarsi in strutture claniche trasformando così la società in arena di una perenne guerra per bande che rende estremamente difficile, se non impossibile, il crescere di una moderna società civile.
Ben diverso è invece il rapporto con la criminalità organizzata. Se negli anni novanta si poteva parlare di alleanza tra siloviki e gruppi criminali fondata sullo scambio tra impunità in cambio di esecuzione di “lavoro sporco”, oggi, invece, siamo alla fusione, a una simbiosi asimmetrica dove chi comanda è Putin, come aveva raccontato Garra Paspardo a Roberto Savino già nel 2016 (“Repubblica”, 13/03/2016), tanto che in un rapporto della procura spagnola riportato da Françoise Thom si legge che è impossibile “distinguere tra le attività del governo e quelle della criminalità organizzata”. Sempre Saviano, quattro giorni dopo l’inizio dell’”operazione speciale” (“Corriere della Sera”, 28/02/2024), attribuiva sia quest’ultima sia quella del 2014 alla necessità per le mafie russe e ucraine di non perdere la base territoriale dei loro traffici protetti e strumentalizzati da Putin e Janukovyč, sotto la cui presidenza l’Ucraina stava diventando davvero una “Piccola Russia”. Poi, però, ci fu l’Euromaidan, Janukovyč scappò in Russia e, per dirla con la parole dello scrittore “l’inaspettata insurrezione del popolo ucraino legato al desiderio europeista fece saltare il banco dell’accordo mafioso”.
Esempi di queste “collaborazioni”, frequenti e strutturali, si possono trovare nel caso di Maxim Kuzminov, l’elicotterista disertore rintracciato e assassinato ad Alicante con un’operazione congiunta dei servizi segreti e bande criminali russe che agiscono in Spagna; ella collaborazione con i trafficanti di droga serbi per far fuggire dall’Italia, dove si trovava agli arresti domiciliari, e riportare in Russia Arëm Uss o nell’atteggiamento del Cremlino nei confronti del cybercrime cosi descritto da Federico Varese: “Voi potete agire liberamente, a patto che non attacchiate istituzioni o utenti russi e, quando richiesto, ci aiutiate nella nostra guerra ibrida contro l’Occidente”.
In considerazione di tutto questo diversi autori nel descrivere la Russia di oggi ne evidenziano sia le caratteristiche di stato totalitario sia quelle di cleptocrazia. In effetti non esiste contraddizione, perché Putin nell’architettura del suo potere ha riproposto e attualizzato la triade “autocrazia, nazione e ortodossia” che Uvarov poneva a fondamento dell’impero zarista, a cui ha aggiunto un quarto elemento che, scritto in russo con i caratteri dell’alfabeto cirillico, si chiama мафия, traslitterato nei caratteri latini diventa mafija e la traduzione in italiano è del tutto superflua.
Francesco Sarchi
In tempi di disinformazione e fake news, ritengo corretto nei confronti del lettore indicare le fonti principali di quanto ho scritto:
Anna Politkovskaja, La Russia di Putin, Adelphi, 2005
Garry Kasparov, L’inverno sta arrivando, Fandango Libri, 2016
Masha Gessen, L’uomo senza volto, Sellerio, 2022
Françoise Thom, Comprendre le poutinisme, Éditions Desclée de Brouwer, 2018
AA.VV. Il libro nero di Putin, Mondadori 2023, in particolare i saggi Galia Ackerman e Stéphane Courtais, Vladimir Putin, Homo sovieticus; Il Kgb torna al potere e La fuga in avanti verso il passato di Vladimir Putin e di Cécile Vaissié, Come la Russia di Putin ha schiacciato media, Ong, e oppositori e Putin capo degli oligarchi
Federico Varese, La Russia in quattro criminali, Einaudi, 2022
Catherine Belton, Gli uomini di Putin, La Nave di Teseo, 2020
Jacopo Iacoboni e Gianluca Paolucci, Il tesoro di Putin, Laterza, 2023
John Sweeney, Il killer del Cremlino, Newton Compton, 2024


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