Per almeno settant’anni l’Europa ha vissuto dentro un’eccezione storica, scambiandola per normalità.
Dal 1945 in poi, il continente ha conosciuto una fase inedita: pace prolungata, crescita economica, integrazione politica, progressiva espulsione della guerra dal lessico quotidiano. Un tempo sufficientemente lungo da farci credere che la storia avesse cambiato natura, che la violenza fosse diventata un residuo del passato, che il conflitto appartenesse ad altri luoghi e ad altri popoli.
Oggi sappiamo che non era così. Quella fase non era la regola, ma una parentesi. E come tutte le parentesi storiche, prima o poi si chiude.
La guerra è tornata sul continente europeo, la sicurezza si è incrinata, le categorie che avevamo archiviato — confine, nemico, riarmo, alleanza — sono riemerse con una rapidità che ha colto molti impreparati. Ma ciò che colpisce non è solo il ritorno del conflitto: è la nostra difficoltà a riconoscerlo. Abbiamo continuato a leggere il presente con gli strumenti del passato recente, non con quelli della lunga durata.
Qualcosa di analogo è accaduto agli ebrei europei.
Anche per loro, dal secondo dopoguerra in avanti, si è aperta una fase storicamente eccezionale: decenni di emancipazione, cittadinanza piena, integrazione culturale, libertà religiosa, assenza di persecuzione sistematica. Un tempo così lungo da far pensare che l’antisemitismo fosse stato definitivamente confinato nei manuali di storia, neutralizzato dalla memoria della Shoah, reso impraticabile dal progresso civile.
Anche qui, l’errore è stato scambiare una condizione momentanea per la normalità permanente.
La condizione ebraica in Europa occidentale, negli ultimi anni, ha smesso di somigliare a quella di una minoranza integrata e ha ricominciato ad assomigliare a quella di una presenza tollerata, condizionata, osservata. Non si tratta — o non ancora — di persecuzione nel senso storico del termine. Si tratta di qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più difficile da nominare: un restringimento progressivo dello spazio sociale e simbolico.
Come per l’Europa nel suo insieme, anche per gli ebrei il punto non è la brusca irruzione del pericolo, ma la fine dell’illusione di sicurezza permanente. L’antisemitismo non è “tornato”: ha semplicemente smesso di essere represso dal contesto. Ha trovato nuovi linguaggi, nuove giustificazioni, nuove legittimazioni morali. Si è adattato, come ha sempre fatto nella storia europea.
Il parallelismo non è casuale.
L’Europa che aveva creduto di essersi lasciata alle spalle la guerra per sempre è la stessa che aveva creduto di essersi lasciata alle spalle l’antisemitismo per sempre. In entrambi i casi, la fiducia non si fondava su una trasformazione profonda delle strutture culturali, ma su un equilibrio politico, economico e simbolico che oggi mostra tutte le sue crepe.
Quando quell’equilibrio si incrina, riemerge ciò che era stato temporaneamente contenuto.
Non è un caso che l’aumento dell’ostilità verso gli ebrei avvenga proprio mentre l’Europa sperimenta la fragilità del suo ordine. Le minoranze diventano, come sempre, il luogo su cui si proiettano paure più ampie: perdita di controllo, declino, fine delle certezze. La storia insegna che l’antisemitismo non ha bisogno di grandi crisi morali; gli basta la fine di una stabilità data per scontata.
Il problema, oggi, non è solo politico. È concettuale.
Continuiamo a pensare in termini di eccezione quando l’eccezione è finita. Continuiamo a parlare di “derive”, “rigurgiti”, “tensioni temporanee”, come se il quadro generale restasse intatto. Ma la parentesi si è chiusa. E il mondo che emerge non assomiglia a quello che avevamo interiorizzato come normale.
Per l’Europa, come per gli ebrei europei, la sfida non è tornare indietro — cosa impossibile — ma riconoscere il nuovo tempo storico in cui siamo entrati. Solo così si può evitare l’errore più grave: quello di interpretare i segnali del presente come anomalie, invece che come sintomi.
La pace, come l’assenza di persecuzione, non è uno stato naturale della storia. È una costruzione fragile, reversibile, sempre provvisoria. Averlo dimenticato è stato comprensibile. Continuare a dimenticarlo, oggi, è pericoloso.
Su Hakol, un articolo di Carmen Dal Monte.

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MA ESISTE UN CONSENSUS POST-NEOLIBERAL?
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