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GAZA: GLI SCENARI DI UNA TREGUA INCERTA

Da: Italia Oggi – mercoledì 22 Ottobre 2025

di Giovanni Cominelli | 24 Ottobre 2025

La tregua ha due facce come la luna: quella illuminata rivolta verso la pace, quella oscura verso la guerra. Se due erano le condizioni che Hamas doveva rispettare per andare verso la pace – la restituzione degli ostaggi e la riconsegna delle armi – la realizzazione della seconda condizione sembra allontanarsi nel tempo.

I fatti e i numeri sono noti.

Quanto ai fatti: in questi giorni Hamas ha tirato fuori dai tunnel circa 5 mila uomini armati in divisa, che hanno preso possesso del territorio e hanno proceduto a giustiziare decine di palestinesi (miliziani, membri di clan avversi, delinquenti?). Lo ha fatto in piazza di fronte a tutti.

Il messaggio è limpido: il territorio lo controlliamo noi, noi soli appresentiamo i Gazawi.

Pare che il permesso di esercitare “il monopolio della forza” – è noto che ciò definisce primariamente l’essenza della statualità! – lo abbia dato lo stesso Presidente americano.

D’altronde, chi potrebbe sottrarre Gaza alla guerra tra bande e clan tribali, che ha per oggetto l’accaparramento dell’enorme flusso di denaro che affluisce dal Qatar, dai Paesi Arabi, dall’ONU e del cibo?

Servirebbe una sorta di “AMGOT – Allied Military Government of Occupied Territories,” che prendesse il controllo del territorio, mantenesse l’ordine pubblico e avviasse la ricostruzione. Secondo il progetto di Trump, ciò dovrebbe farlo una “International Stabilization Force” (ISF), sotto il controllo del “Board of Peace”, presieduto da Trump, vice-presidente Tony Blair.

Occorrerà forse troppo tempo. Nessun Governo ha voglia di mettere gli scarponi sul terreno, salvo forse i Turchi, che da qualche decennio perseguono l’ottomanizzazione dell’area mediterranea e mediorientale.

Anche il nostro Governo ha promesso l’ingaggio di un gruppo di Carabinieri.

Quanto ai numeri: secondo i risultati del sondaggio condotto a maggio da un Istituto palestinese di Ramallah, citato da Janicki Cingoli sull’Huntington Post, Hamas poteva ancora registrare a Gaza, nonostante la guerra e un elevato numero di morti miliziani/civili, un tasso di approvazione del 43%, rispetto ad un 52% del dicembre precedente, e in Cisgiordania del 29%, mentre Al Fatah era ferma al 18%.

Una divergenza radicale di rappresentanza tra Hamas e Gazawi non è perciò pensabile, né per affermare che Hamas sia un corpo estraneo a Gaza né, all’opposto, che i Gazawi non si riconoscano a grande maggioranza nelle azioni di Hamas, compreso il consenso maggioritario attorno al pogrom del 7 ottobre 2024 e alla guerra urbana che ne è seguita.

Se così stanno le cose, il disarmo di Hamas appare oggi difficile, benché nel piano di Trump i passi siano stati ben specificati: smantellamento dell’infrastruttura militare (tunnel, depositi, arsenali, strutture logistiche); ces¬sazione delle attività terroristiche o offensive; distruzione o rimozione delle armi; monitoraggio indipendente del processo; ritiro israeliano subordinato al completamento del disarmo verificato.

Se il disarmo è difficile, la ripresa della guerra resta facile. A meno che Trump, dopo aver sottratto a Netanyahu l’intera gestione del processo, decida di dare un impulso operativo veloce alla Forza di pace. La consueta minaccia di “fare l’inferno” appare stantia. Significherebbe la ripresa di una guerra ancora più feroce e per Trump l’umiliazione del suo ruolo di grande pacificatore. Davanti lo attende il Nobel 2026. Forse…

Si possono abbozzare anche altre due ipotesi, rispetto alla ripresa della guerra.

La prima è che Gaza sia isolata come una bolla dall’esercito israeliano, finché soffochi. È una prospettiva di mini-guerriglia permanente, che però potrebbe alimentare il fuoco in Cisgiordania, dove il consenso ad Hamas resta alto. Ogni giorno conteremmo attentati non solo in Israele, ma forse anche in Europa.

La seconda ipotesi: che Hamas cambi. Come spiega Bret Stephens sul New York Times, citato da Rampini, Hamas era convinta che il pogrom del 7 ottobre sarebbe stata la classica scintilla che avrebbe incendiato la prateria del Medioriente, incenerendo Israele. La democrazia israeliana attraversata da mille conflitti, che i media riflettono e dilatano, ha dato ai gruppi fondamentalisti sunniti e sciiti del Medioriente la falsa idea che Israele fosse fragile e instabile. Il prezzo di questa illusione è stato terribile.

Ora anche i Palestinesi di Gaza dovranno prendere atto che Israele è una realtà statuale irreversibile del Medioriente, su basi non-islamiche.

Obtorto collo, ne hanno preso atto gli Stati della Lega Araba. Questa scelta politica pragmatica, generata da un mix di persuasione e di coercizione internazionale, porta a mettere in discussione la dottrina politico-istituzionale dell’Islam, per la quale fondamento dello Statualità e dei diritti umani è la Legge coranica.

Ciò continua ad essere proclamato sul piano teorico dalla “Carta dei diritti”, di cui la Lega araba si è dotata nel 1981, aggiornandola successivamente nel 1990, nel 1994, nel 2004, nel 2014. Per quanto circolino nel testo parole come “individuo”, “libertà”, “diritti”, “giustizia” – ma assente la parola “cittadino” – la Legge divina in versione islamica resta il fondamento dello Stato.

E l’umanità resta, perciò, divisa tra i fedeli e gli infedeli.

Questa in Palestina – e non solo – è la causa profonda della guerra.

Chissà se le piazze occidentali, se le Università, se i media, se gli intellettuali vorranno, anche loro, prenderne atto.

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Pubblicato in : Esteri

Info Giovanni Cominelli

Laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino, all’Università statale di Milano. Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990. Scrive di politiche dell’istruzione sulla Rivista “Nuova secondaria” e www.santalessandro.org, su Libertà eguale, su Mondoperaio.

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