Premessa
Il 2026 segna una tappa fondamentale per la nostra storia civile: 80 anni dal momento in cui abbiamo scelto di costituirci come Repubblica, 80 anni dalla prima votazione a suffragio universale in Italia.
I primi, decisivi, passi del percorso storico che è culminato il 1° gennaio del 1948 con l’entrata in vigore della Costituzione e che ha portato all’istituzione dello stato democratico moderno in Italia. Quale occasione migliore per riavvolgere le fila della storia e interrogarci su che cosa sia davvero una democrazia e, soprattutto, su come possa e debba funzionare?
A guidarci un “classico” della scienza politica, che abbiamo recentemente rieditato e reso nuovamente disponibile dopo vari anni in cui è stato fuori catalogo: Democrazia e definizioni di Giovanni Sartori.

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Si tratta di un libro che ha rappresentato un momento fondamentale al contempo per la casa editrice, per la storia della disciplina, e per il suo autore.
Democrazia e definizioni, uscito per la prima volta nel 1957, è stato uno dei primi volumi pubblicati dall’editrice, nata da appena tre anni. Il saggio, scritto da un Sartori ancora giovane studioso poco più che trentenne, ha incontrato un successo immediato. È stato tradotto ben presto in inglese dallo stesso autore in una versione ampliata e poi in molte altre lingue. Oggi è annoverato tra i testi di teoria della democrazia più importanti del XX secolo.
L’approccio di Sartori è al contempo estremamente rigoroso a livello teorico e teso a offrire definizioni operative che permettano di comprendere il funzionamento della struttura democratica.
Quel che importa non è sapere qual è il significato della «parola» democrazia, ma piuttosto accertare qual è la «verità effettuale» della cosa.
A rendere ancora più preziosa la riedizione di questo grande classico è l’introduzione di Angelo Panebianco, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna, che offre un ritratto intellettuale a tutto tondo dell’autore, e che oggi abbiamo il piacere di intervistare.
Intervista ad ANGELO PANEBIANCO
Professore, perché sentiamo il bisogno di tornare a Sartori proprio adesso?
Uno dei grandi pregi della teoria della democrazia di Sartori è che la sua validità prescinde dalle situazioni storiche contingenti. La propone per la prima volta nel 1957, in un’epoca assai diversa dalla attuale ma è difficile negare che essa sia oggi, proprio come era allora, un’ottima guida per comprendere cosa siano le democrazie, come funzionino e quali siano le cause dei problemi che incontrano.
Parliamo dell’impostazione teorica del lavoro di Sartori. Che impatto ha avuto la formazione da logico nella costruzione del suo discorso sulla democrazia?
La formazione di logico di Sartori è decisiva nella sua ricostruzione di cosa sia la democrazia. Ma, più in generale, è proprio quella formazione che ha permesso a Sartori, si trattasse di metodologia delle scienze sociali, di teoria della democrazia o di tutti gli altri temi di cui si è occupato (sistemi di partito, leggi elettorali, opinione pubblica, ruolo delle ideologie e altro ancora) di dare un contributo duraturo, e fra i più originali, allo studio della politica.
Uno dei perni del libro è la distinzione tra la dimensione prescrittiva e quella descrittiva della democrazia. Perché Sartori ci mette in guardia dal confondere l’«essere» e il «dover essere» democratico?
Avere dimostrato che non è possibile studiare la democrazia senza tenere conto di entrambe le dimensioni, quella descrittiva e quella prescrittiva, è uno degli elementi di originalità della sua teoria.
Tenere conto di entrambe significa evitare, da un lato, di perdere di vista l’influenza che sulla vita quotidiana delle democrazie esercitano gli ideali democratici (è l’errore in cui cadono le teorie falsamente «realistiche» della democrazia) e, dall’altro, tenersi lontani dalle concezioni che della democrazia considerano solo princìpi e idealità senza considerare come davvero essa funzioni.
Occorre, in primo luogo, ci dice Sartori, tenere conto della distanza che inevitabilmente c’è fra l’ideale e le sue, sempre imperfettissime, realizzazioni pratiche. Occorre, in secondo luogo, non confondere le due dimensioni. Come era usuale quando Sartori propose la sua teoria. E come è usuale anche oggi.
Corriamo il rischio di giudicare le nostre democrazie sulla base di un ideale astratto, piuttosto che sulle condizioni della «democrazia possibile»?
Il rischio che si corre, quando si fa confusione fra descrizione e prescrizione è, in tema di democrazia, quello che Sartori chiama «perfezionismo democratico»: l’insoddisfazione per come la democrazia funziona può spingere, talvolta ad applicare ricette che, anziché migliorare il funzionamento della democrazia finiscono per logorarla e distruggerla.
In una democrazia la tensione tra deontologia e realtà tocca il punto più estremo, dal momento che nessun’altra aspirazione ideale è più lontana dalle condizioni di fatto su cui è chiamata ad operare. Ma perciò le democrazie sono tanto esposte a fraintesi e valutazioni errate.
Se – come credeva Sartori – le scienze sociali producono un sapere teorico che si traduce naturalmente in «saper fare», che cosa potrebbe o dovrebbe imparare da questo testo chi la politica la pratica? E chi la vive sulla propria pelle in qualità di cittadino ed elettore?
Sartori ritiene che la scienza politica sia, come egli dice, «sapere applicabile». Da qui la sua fiducia nella possibilità di una ingegneria politica che, servendosi delle teorie elaborate dagli studiosi, sia in grado di offrire ai decisori gli strumenti utili per migliorare il funzionamento della democrazia.
Anche chi è più scettico di lui sulla possibilità di fare della scienza politica una scienza «applicata» non può tuttavia non riconoscere che la teoria di Sartori, con il suo rigore e la sua qualità, può offrire ai decisori politici, ma anche ai semplici cittadini, preziosi insegnamenti, può contribuire ad infondere un po’ più di saggezza sia nei governanti che nei governati.

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