Conclusa la biografia di Mussolini, Renzo De Felice si proponeva di scrivere una “Storia della storiografia italiana contemporanea”. Egli, infatti, lamentava come la materia “Storia della storiografia” fosse scomparsa dai currricula universitari e il suo saggio “Interpretazioni del fascismo” insieme all’”Antologia” che lo accompagnava segnavano infatti l’importanza che aveva per lui l’argomento e rappresentavano un esempio concreto di come intendeva praticarla. E appunto “Storia contemporanea” era intitolata la sua rivista.Ora Francesco Perfetti, che ne ha continuato e approfondito la lezione, ha dedicato allo storico reatino una voluminosa biografia (Francesco Perfetti, “Per una storia senza pregiudizi. Il realismo storico di Renzo De Felice”, Aragno Editore, pp. 461, 30 euro) che nel ripercorrere l’itinerario sin dagli inizi universitari rappresenta appunto un saggio di storia della storiografia italiana a cominciare da come Perfetti mette a fuoco le figure che maggiormente segnarono la formazione di De Felice.
A partire dal filone della tradizione idealistica e storicistica di Benedetto Croce, il giovane Renzo De Felice cresce secondo il primato della storia politica che lo porterà a seguire con interesse, ma con distanza critica, l’esperienza della corrente francese degli “Annales”. Fondamentale è per lui la lezione di Federico Chabod con cui si laurea nel 1954 e cioè la ricostruzione dei fatti storici tenendo conto anche del “fattore umano” in contrapposizione alla lettura classista che implicava un sostanziale determinismo. In questo va tenuta presente la sua iniziale adesione al comunismo da cui si distaccò nel 1956 dopo le rivelazioni su Stalin del XX congresso del Pcus e, soprattutto, in seguito alla repressione sovietica in Ungheria. “L’essere stato marxista e comunista – scrive De Felice – mi ha immunizzato dal fare del moralismo sugli avvenimenti storici”, ad evitare cioè “i discorsi in chiave morale applicati alla storia”.Rimase comunque vivo il rapporto (e l’insegnamento) coltivato con un “patriarca” della storiografia marxista italiana come Delio Cantimori. Delio Cantimori, infatti, anche dopo la sua rottura con il Pci, ne sponsorizza la “Storia degli ebrei sotto il fascismo” del 1961.
È significativo che le più note opere di De Felice – quella sugli ebrei e la biografia di Mussolini, furono “lavori su commissione” promossi da un editore comunista come Giulio Einaudi. E infatti quando iniziano le polemiche per i libri su Mussolini e all’interno del “comitato editoriale” che sovrintende alle pubblicazioni della casa torinese si chiede la sospensione della pubblicazione dell’opera di De Felice, Einaudi replica che non è facoltà di quel politburo in quanto si tratta di un lavoro “commissionato”.
Perché sin dall’inizio le reazioni polemiche?De Felice – da Chabod a Cantimori – matura come strada maestra del far storia il posporre l’interpretazione alla ricostruzione. Nel modo in cui procede nella indagine sulla figura di Mussolini sembrano risuonare le parole dello storico francese fondatore degli “Annales” (fucilato dai nazisti nel 1940) Marc Bloch: “Robespierristi e anti Robespierristi, noi vi chiediamo grazia: per pietà, diteci semplicemente chi fu Robespierre”.E’ appunto la scelta di una storiografia sotto il segno del “realismo storico” che lo porta in contrasto con l’allora egemone – negli anni settanta sulla scia del Sessantotto – “storiografia militante”.
La polemica esplode nel modo più eclatante nel quadro del trentennale del 1975 della Liberazione per il volume appena pubblicato “Gli anni del consenso”. È il capitolo che Perfetti intitola: “Lo storico sulla graticola”.Anche lo storico britannico Ian Kershaw ricorda che all’epoca “la tesi defeliciana mandò in pezzi il comodo mito di un’identità nazionale imperniata sull’antifascismo”. In precedenza – sottolinea – “la storia della società italiana sotto il dominio fascista e l’ampiezza dell’appoggio popolare al regime mussoliniano rimanevano temi inesplorati” .De Felice, è accusato di “riabilitazione del fascismo” (Nicola Tranfaglia), di “rivalutazione del fascismo” (Lelio Basso), di aver eretto “A monument for the duce” (Denis Mack Smith), di “storiografia afascista per la ‘maggioranza silenziosa’” (editoriale-scomunica dell’Insmli – Istituto nazionale di storia del movimento di liberazione italiano – firmato da Ernesto Ragionieri, Claudio Pavone, Guido Quazza, Enzo Collotti), di “posizioni qualunquistiche” e “oggettivamente filofasciste”.È un contesto culturale che vede all’epoca lo storico Ernesto Ragionieri teorizzare: “Al di fuori del marxismo – senza fare i conti con Gramsci – non si fa in Italia opera seria di cultura storica” .
Il contrasto riguardava in sostanza tre questioni.La prima era appunto “il consenso” registrato da Mussolini in particolare nel quinquennio 1929-1934. La ricostruzione storica di De Felice minava la lettura classista secondo cui nel Ventennio la classe operaia non era fascista, ma tenuta sotto oppressione. A ciò si aggiungeva il fatto più irritante e cioè che De Felice documentava l’irrilevanza del perimetro antifascista. Anche nei successivi volumi per De Felice l’antifascismo ha poca consistenza fino alla caduta di Mussolini.In verità contro questa “graticola” oltre a Rosario Romeo o Augusto Del Noce insorgono anche autorevoli esponenti di sinistra come l’ex comandante dei partigiani comunisti, Giorgio Amendola che deplora “le reazioni indignate” dovute – egli scrive – a “imbarazzo” da parte di chi preferisce “fare la storia dell’antifascismo” secondo “versione di comodo, retorica che non corrisponde alla realtà”. Quindi Amendola conclude a difesa di De Felice che “studiare il fascismo non significa riabilitarlo”.
La seconda controversia riguardava il fatto che studiandolo De Felice distingueva tra “movimento” e “regime”. Le radici erano già presenti nel volume iniziale, “Mussolini il rivoluzionario”. Quella lettura inquietava nel suo riferimento a tratti comuni con “movimenti” anche di sinistra antiborghesi e violenti. Vi erano in particolare due aspetti che De Felice insisteva nel sottolineare – la capacità di suscitare nelle masse la sensazione di essere sempre mobilitate e di avere un rapporto diretto con il capo – che ovviamente negli anni Settanta infastidivano la retorica dell’epoca sull’”Italia dei movimenti”.In verità la categoria “fascismo movimento” era già stata confermata dagli stessi comunisti a cominciare dalle “Lezioni sul fascismo” di Palmiro Togliatti del 1935 in cui il leader dei comunisti italiani da Mosca esortava all’entrismo cioè a partecipare alle organizzazioni di massa fasciste (“Un tempo il partito dava le direttive di boicottare l’assemblea sindacale. Oggi noi diciamo di andare”) ; per non parlare dell’”Appello” – dalle colonne di “Stato Operaio” dell’agosto 1936 – alla “riconciliazione tra fascisti e non fascisti” contro “i grandi capitalisti parassiti” sulla base del “programma fascista del 1919” ovvero il discorso di Mussolini a Milano, a Piazza San Sepolcro, nel segno dell’antimonarchia e del sindacalismo rivoluzionario. Testi che confermano anche come il fenomeno del “consenso” fosse all’epoca ben evidente allo stesso Palmiro Togliatti.
Il terzo “casus belli” è che De Felice insiste sulla specificità del fascismo nell’Italia – con Monarchia e Chiesa – ben diversa dalla Germania di Hitler. E cioè smentiva l’uso dominante soprattutto in quegli anni del fascismo come categoria universale ed eterna ovvero non solo considerare in modo uniforme Mussolini, Hitler, Franco, ma anche il vedere il fascismo come fenomeno concretamente possibile in ogni paese capitalista e pericolo sempre incombente anche nell’Italia repubblicana e democratica quando non c’è un governo di sinistra.Il contrasto che proseguirà anche negli anni successivi – ad ogni pubblicazione dei volumi di De Felice – metterà sempre più a fuoco la contrapposizione tra “realismo storico” e “storiografia militante” ovvero tra storico del fascismo e storico antifascista. Lo storico militante, engagé, infatti, si considera custode e continuatore della Resistenza. Lo storico comunista Franco De Felice afferma: “Il ricercatore storico è parte specifica di un movimento di massa che tende a diventare Stato” .
L’antifascismo usato come legittimazione – anzi del primato democratico – del comunismo e delegittimazione – dopo l’estromissione dei comunisti nel 1947 – dei governi successivi secondo il teorema della “Resistenza tradita” (coniato appunto nel Trentennale del 1975) diventa una ideologia: la definizione della stessa identità nazionale democratica secondo la tesi del “Patriottismo costituzionale”. Formula anche oggi sostenuta in quanto considerata più inclusiva e adatta a una società multietnica, ma che rappresenta una soluzione di continuità con la rivendicazione di una identità e continuità storica basata su Terra e Sangue: il socialista Cesare Battisti che perde la vita in nome dell’irredentismo o il generale Lamarmora che va in Crimea su ordine di Cavour per poter quindi coinvolgere Francia e Gran Bretagna a favore delle guerre di indipendenza dall’Austria e un Vittorio Emanuele Orlando che dopo Caporetto in Parlamento esclama “Resistere, resistere, resistere” diventano figure da scartare, non più esempi di patriottismo “politicamente corretto”.
A ciò Renzo De Felice – è una delle sue ultime polemiche – reagì considerando “il patriottismo della Costituzione – sottolinea Perfetti – un’altra vulgata al pari di quella della storiografia resistenziale basata sull’idea della unità della Resistenza a guida comunista”. “Senza la Nazione – obiettava De Felice – non ci può essere Costituzione”. Questo “Patriottismo costituzionale” riproponeva per lui la “possibilità illuministica di un esperanto costituzionale” ovvero un patriottismo basato non su una identità storica, ma su una Carta dei Valori con identità generica.La questione di fondo – che riportava al dissidio tra storico del fascismo e storico antifascista – riguardava sempre il considerare l’unità antifascista il fondamento della identità democratica mentre per De Felice l’antifascismo era un fenomeno storicamente delimitato e soprattutto non omogeneo, ma espressione di uno schieramento in cui erano convissuti nella lotta al nazifascismo idee liberali e idee totalitarie.
È significativo che, dopo la caduta del comunismo, sarà proprio chi in passato era stato tra i protagonisti dell’accreditamento democratico del comunismo a dargli ragione sulla eterogeneità dell’antifascismo come alleanza transitoria tra democrazia e comunismo.“Noi che abbiamo combattuto il nazismo alleati dei comunisti – afferma Norberto Bobbio nel 2001 – abbiamo sempre cercato di legittimare e giustificare in qualche modo i comunisti”, Ma “l’alleanza tra democrazia e comunismo – specifica – era un’alleanza di guerra”. “Una volta caduto il Muro di Berlino – prosegue – i fatti ci hanno costretto a cambiare idea” in quanto “rispetto alla libertà della democrazia liberale, nazismo e comunismo sono due fratelli”. “Non c’è paese – spiega – in cui sia stato instaurato un regime comunista ove non si sia imposto un sistema di terrore. (…) Insomma – conclude Bobbio richiamandosi a Isaiah Berlin – di fronte alla prova del fatto che il comunismo era intrinsecamente antidemocratico e totalitario bisogna ammettere che c’è stata una parentela tra nazismo e comunismo” .
Francesco Perfetti oggi può quindi constatare: “Molte delle conclusioni cui pervenne De Felice sono ormai in gran parte condivise, ma all’epoca, apparvero in forte contraddizione, quasi eretiche, o addirittura provocatorie, rispetto a opinioni consolidate da parte di una pubblicistica storiografica troppo condizionata da preclusioni politiche o da connotazioni ideologiche”.
DE FELICE E LA “STORIOGRAFIA MILITANTE”di Ugo Finetti, con il permesso dell’autore.
https://www.edizioniares.it/autori/finetti-ugo/
Francesco Perfetti, “Per una storia senza pregiudizi. Il realismo storico di Renzo De Felice”, Aragno Editore.
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LA TOSCANA COME DISNEYLAND?
Mi riconosco abbastanza in questa ricostruzione. Militante socialista dal 1962, studente del Cesare Alfieri, questo dibattito l’ho vissuto intensamente. La tesi di De Felice fu fondamentale per il consolidarsi di una posizione riformista nel Paese, malgrado gli alti e bassi e la distruzione delle forze riformiste operata da Mani Pulite.