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BETTINO CRAXI E LA FINE DELLA PRIMA REPUBBLICA

Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha definito Bettino Craxi “un grande statista” Pensando a come fu fatto fuori, viene da pensare che forse Craxi fu un politico di sicuro spessore, ma il problema sta nella domanda se in Italia esista uno Stato. Dopo gli “anni di piombo”, dopo il “consociativismo” c’è da chiedersi se l’Italia sia o meno uno stato democratico dove i vari poteri si bilanciano con autonomia, ma anche con lealtà.

di Zeffiro Ciuffoletti | 29 Gennaio 2026

Bettino Craxi è morto il 19 gennaio del 2000 ad Hammamet. Aveva 65 anni. Era stato segretario del Partito Socialista Italiano dal 1976 al 1993. Con lui, fatto fuori da “Mani pulite”, finì la Prima Repubblica, la cosiddetta “Repubblica dei partiti”.

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, presente alla cerimonia del ricordo ad Hammamet nel cimitero cristiano tra la Medina ed il mare, ha definito Bettino Craxi “un grande statista”. Se la storia servisse a placare i furori ideologici di quella stagione definita di “Mani pulite”, Crosetto avrebbe espresso un giudizio storico. Sappiamo che così non è.

In primo luogo, perché Craxi fu un uomo politico con la schiena diritta, un “hombre vertical”, come ha scritto Biagio Marzo e proprio per questo amato ma più avversato. Specialmente dai comunisti, ma ancor di più dall’eterno conformismo massimalista che caratterizzava dopo il ’68, ma anche prima, gran parte dell’intellettualità italiana.

Per di più, nel contesto di un sistema politico, dove la presenza di un forte partito comunista, aveva generato quel sistema consociativo che non favoriva il ricambio e spingeva i governi ad un compromesso continuo con l’opposizione. Opposizione, appunto, rappresentata dai comunisti che si potevano presentare comodamente come partito di lotta e di governo. Tanto che avevano sviluppato la formula togliattiana della “democrazia progressiva” per occupare “progressivamente” ogni centro di potere.

Si dice, per ritornare al punto di partenza, che la storia si incarica di rimettere le cose nella giusta prospettiva, ma in questo caso dovrà passare ancora del tempo e non mi pare ci siano in Italia storici, intellettuali, giornalisti, coloro, cioè, che formano l’opinione in grado di riconoscere i loro errori: meglio cambiare, ma sempre conservare l’idea e la saccenza di avere sempre la verità in tasca.

La politica di oggi porta i segni di questa antica malattia che, essa sì, ha profonde radici storiche in un paese dove il rosso e il nero si sono alternati lasciando segni profondi proprio nella cultura politica.

Forse oggi nell’opinione pubblica più attenta si può avvertire il disagio nel valutare la “repubblica dei partiti” nel confronto con quella attuale, vissuta sempre più con disagio. Un disagio che spinge una grande quantità di cittadini a non votare, anzi a non partecipare a quello che è il rito fondante della democrazia.

Bettino Craxi, come cercammo di dimostrare nella monografia scritta da me e dal giovane Edoardo Tabasso “Craxi, Le riforme e la governabilità (1976-1993)” (Firenze, 2019) fu prima di tutto un italiano con radici nel Risorgimento, quindi un patriota, non nazionalista o sovranista, ma aperto alla idea di una collocazione dell’Italia nel quadro delle nazioni europee e del progresso civile e sociale dell’Europa. Per questo segnò una svolta nella cultura politica del socialismo italiano nel segno di un umanesimo socialista o ancora un socialista riformista e liberale in grado di sfidare il PCI che non riuscì a staccarsi dall’eredità leninista nemmeno con Berlinguer.

Un socialista che poneva al centro la dignità dell’uomo, dei popoli oppressi, del rapporto diritto e dovere e di quello ancor più difficile da conciliare cioè  la scelta occidentale, la Nato, con la liberazione dei popoli sia dalla dominazione esterna, sia dalla miseria e dallo sfruttamento. Comprese ed aiutò il “dissenso” nei paesi comunisti.

Non a caso favorì il posizionamento dei missili americani per fronteggiare quelli sovietici, i famosi SS20. Poi però rivendicò la sovranità italiana nella delicata questione di Sigonella e nell’atteggiamento da tenere davanti al terrorismo palestinese. Questione difficile e complicata, ieri come oggi, perché il terrorismo aggrava i problemi e non li risolve.

La battaglia più difficile, però, fu quella per la modernizzazione del sistema istituzionale e politico italiano. Bisognava risolvere il problema della governabilità, che è il problema dei problemi di ieri e di oggi. Ieri per il consociativismo, oggi per la “politicizzazione” di poteri e di soggetti che dovrebbero svolgere il loro ruolo in maniera imparziale e leale.

La sua battaglia per la “grande riforma” nasceva dalla realtà di un mondo che si muoveva velocemente e richiedeva decisioni da prendere con governi stabili e non stagionali. Governi che stavano a galla anche in tempi tempestosi e gravidi di minacce alla convivenza democratica nel clima della “guerra fredda” e quando nessuna tribuna o tribunale dei diritti umani interveniva per sanzionare le violazioni delle libertà e dei diritti umani nei paesi dell’Est, dall’Ungheria alla Polonia.

In realtà ancora aspettiamo una riforma delle istituzioni che rafforzi la democrazia e la politica. Riforme che non volevano tradire la Costituzione nei suoi fondamenti di valore ma solo renderla più aderente alle esigenze dei tempi e di un sistema partitocratico e consociativo che poteva produrre declino e corruzione ma anche costi insostenibili per un deficit pubblico sempre più grande ed oneroso.

Sfidò la CGIL in un referendum sulla scala mobile che sembrava vinto in partenza con il sostegno del PCI. Ridusse l’inflazione, diede stabilità, cercò di governare, ma non riuscì a capire che la questione morale era un’arma che avrebbe coalizzato i suoi nemici e tutti coloro che non volevano un governo stabile ed autorevole, cosa che una parte dell’establishment non voleva perché abituata ai compromessi con la politica di ogni colore sfruttando i giornaloni di cui disponeva. Poi l’alleanza con la DC, il CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) che risultò una formula statica, mentre occorrevano riforme serie, dalla giustizia al finanziamento dei partiti.

In politica estera Craxi vide nell’ONU e nelle organizzazioni internazionali istituzioni in grado, nel pieno della divisione del mondo fra Est e Ovest, di allentare le tensioni e gli scontri della incipiente globalizzazione ma anche per ridurre il divario fra Nord e Sud del mondo.  I suoi incarichi internazionali alla fine degli anni Ottanta si collocarono in questo quadro.  Così come il suo impegno per una soluzione del conflitto mediorientale fondata sul principio due popoli, due stati. Sottovalutò sicuramente la dimensione terroristica dell’Islam radicale.

Invece comprese più di tutti il ruolo cruciale dell’Europa come spazio di valori e di moderazione, pur denunciandone i limiti e le visioni puramente idealistiche.

Per le sue posizioni politiche e anche per i suoi errori pagò un prezzo altissimo. Sottovalutò la forza e la spregiudicatezza dell’uso della magistratura come ariete per colpire specialmente chi avrebbe voluto riformare il sistema consociativo. Specialmente quando, crollato il muro di Berlino, il PCI diventò l’alfiere di “Mani pulite”.

Inutilmente i cittadini italiani avevano votato favorevolmente la responsabilità civile dei magistrati. Così come era noto che tutti i partiti, PCI compreso, si finanziavano illegalmente. L’”Oro di Mosca” per qualche tempo aveva sostenuto anche le correnti più a sinistra del PSI . Non a caso il PCI si astenne sull’amnistia del 1989 che riguardava proprio i finanziamenti illeciti dei partiti

Caduto il Muro di Berlino, Craxi si illuse sulla fine del comunismo e non comprese che il PCI, grazie al consociativismo ed ai finanziamenti esterni, era diventato un radicato sistema di potere.

Il fatto è che, quando cadde il comunismo, in Italia il sistema di potere, di cui abbiamo parlato, reagì con la leva delle procure più impegnate e militanti.

Craxi diventò, allora, il capro espiatorio di una crisi sistemica che colpì i partiti che avevano tenuto insieme la Prima Repubblica.

Purtroppo la storia non serve, specialmente se viene manipolata, e le nuove generazioni non possono farsi una ragione di ciò che è accaduto.

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Pubblicato in : Politica

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Giovanni Rossetti

    30 Gennaio 2026 alle 10:38

    Grazie Zeffiro, forte come sempre. Il tuo amico di sempre . Nanni

    Rispondi
  2. Alberto Magnolfi

    7 Febbraio 2026 alle 12:07

    Una sintesi illuminante, da sottoscrivere. Ed una conclusione che andrebbe scolpita nelle scuole, nelle redazioni,nei cenacoli che fanno opinione: se si manipola la storia, si manipolano le basi del futuro.

    Rispondi

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