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Qualche insegnamento dal caos a 5 stelle

I fondatori del Movimento 5 Stelle hanno commesso molti errori nella loro breve vita politica. Eppure, i partiti tradizionali potrebbero imparare qualcosa dai fallimenti pentastellati

di Marco Mayer | 24 Giugno 2022

È sbagliato ridurre, come ha sostenuto Domenico De Masi su Formiche.net, la crisi del Movimento 5 Stelle a rivalità prevalentemente caratteriali (sic!) tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. Per De Masi – se fosse scattata una “robusta sinergia” tra il  Ministro degli Esteri e il Presidente della Camera – i due leader dei 5 Stelle avrebbe potuto addirittura “dominare la scena politica italiana nei prossimi anni”.

È una analisi fuorviante. Rivalità (e scontri all’ultimo sangue) tra leader ci sono da sempre nelle oligarchie di tutti i partiti. La  crisi politica dei 5 Stelle ha – a mio avviso – radici più lontane e soprattutto più profonde: come colmare la distanza siderale tra promesse enunciate e impossibilità di metterle in pratica?

Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno posto come fondamento identitario del loro movimento le celebri 3 D: Democrazia Diretta Digitale. Secondo gli ideatori dei 5 Stelle le nuove tecnologie avrebbero permesso di realizzare una politica completamente nuova (basata appunto sulle 3 D) perché con l’avvento della Rete non ci sarebbe stato più bisogno di corpi intermedi, di partiti tradizionali e di rappresentanze indirette.

Con un semplice clic dal proprio telefonino i cittadini avrebbero potuto di volta in volta decidere le sorti del Paese. Questa  visione illusoria non è colpa dei 5 Stelle. Per tutti gli anni novanta la maggioranza dei sociologi ha  teorizzato che la rivoluzione digitale avrebbe indotto spontaneamente un profondo processo di decentramento e diffusione capillare del potere.

Dieci di anni fa, in occasione del convegno annuale della SISP, insieme ad un gruppo di giovani ricercatori ho cercato di falsificare sul piano empirico questa diffusa credenza. Nel nostro lavoro abbiamo messo in evidenza come il nuovo universo tecnologico si muovesse da tempo verso la direzione diametralmente opposta. Le nuove tecnologie innescavano processi esponenziali di concentrazione del potere in campo politico, economico e mediatico.

I 5 Stelle sono progressivamente finiti su un piano inclinato in cui le consultazioni in rete si alternavano a riunioni sempre più ristrette e riservate, a duelli tra leader rivali e talora perfino a contenziosi legali. Gli elettori non hanno gradito le liti e il decadimento dei costumi (politici) tra i  diversi leader grillini come confermano drammaticamente i risultati elettorali delle recenti amministrative.

Il totem della Rete ha inoltre messo nell’angolo il tema del merito e delle competenze. Per fare l’esempio più semplice basta porre la seguente domanda: durante la pandemia si poteva forse scegliere come più valido il vaccino anti covid che prendeva più like? I 5 Stelle sono al bivio o meglio devono percorrere un vicolo molto stretto: o si tirano su le maniche per ricostruire una identità nuova e credibile o – a prescindere dalle lotte intestine per sterilizzare Di Maio – sono destinati ad un declino inarrestabile. Un declino che rischia di trascinare con se l’intero schieramento politico di centro sinistra nella sua nuova denominazione di  “campo largo”.

Sotto questo profilo l’esperienza digitale dei 5 Stelle meriterebbe una maggiore attenzione. Grillo e Casaleggio hanno dato una risposta sbagliata a un problema reale che le altre forze politiche hanno colpevolmente ignorato. Tutte le organizzazioni – salvo i partiti – sono oggi immersi in un processo di riorganizzazione complessiva per affrontare la transizione digitale.

Perché i partiti sono così indietro e così in difficoltà sul piano tecnologico? Cosa temono? Nelle società digitali in cui viviamo anche i partiti dovrebbero sperimentare soluzioni ibride in cui gli incontri fisici con i cittadini si intrecciano con una dimensione digitale (purché ben pianificata e regolata).

È un terreno nuovo da esplorare ben oltre la presenza sui social. La crisi della partecipazione è palese, l’astensionismo cresce. La transizione digitale dei partiti è un tema irrisolto e in agenda da troppo tempo.

Le soluzioni sono molto difficili da trovare perché dietro le diverse formule organizzative ci sono complesse articolazioni del potere. Chi decide che cosa? Il pericolo è quello di legare troppo le mani a leader e gruppi dirigenti e/o semplificare troppo materie che si  risolvono con mediazioni molto complesse. Tuttavia è sbagliato ridurre la dimensione politico-digitale ad un problema di decisioni e di potere.

Da decenni i partiti hanno abdicato al loro ruolo pedagogico perché privi di cultura politica. Su questo fronte la transizione digitale potrebbe dare davvero un grande contributo. Impegnarsi in politica significa essere curiosi, contattare ed ascoltare nuove persone, esplorare il territorio, conoscere cosa succede nel mondo.

Occuparsi del bene comune comporta aggiornarsi, discutere, approfondire. Non è più possibile farlo come una volta, ma piattaforme digitali dei partiti (purché ben costruite) potrebbero incuriosire iscritti ed elettori aiutandoli a discutere e approfondire temi di largo respiro come argomenti di vicinato.

Perché non procedere a sperimentazioni mirate in alcune città, in alcune fabbriche, in alcune università? Gli elettori sono stufi di una politica ignorante e demagogica, ma gli errori compiuti dai 5 Stelle non possono essere una giustificazione per l’inerzia digitale dei partiti.

Enrico Letta, Giorgia Meloni e tutti gli altri leader politici farebbero bene a non buttare il bambino con l’acqua sporca.

(articolo già pubblicato su Formiche.net e ripreso con il consenso dell’autore)

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Pubblicato in : Politica

Info Marco Mayer

docente al Master In Cybersicurezza di LUISS Guido Carli e al Cyber Defence della Scuola:di Telecomunicazione del Ministero della Difesa in partnership con
Università di Modena e Reggio Emilia

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