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Un museo plein air

“Paesaggi d’autore in Toscana” di Massimo Gregorini e Mariella Zoppi riporta l’attenzione sul rapporto che si crea fra un’opera d’arte e il luogo che la ospita. Una peculiarità, quella del museo diffuso, tipica della Toscana.

di Marco Bazzini | 23 Aprile 2019

Potrà apparire un paradosso ma, forse, il vero museo d’arte contemporanea della Toscana è en plein air. Ovvero è costituito da quel pullulare di opere d’arte che non se ne stanno chiuse in sale museali ma vivono e danno forma a un luogo. Una collezione diffusa che se ne sta placida all’aria aperta. Il riferimento è al Parco di Villa di Celle piuttosto che al Giardino di Spoerri o al Giardino dei Tarocchi, ma anche alle sculture di Mauro Staccioli nell’aspra campagna volterrana o al muro di Keith Haring nel centro di Pisa, soltanto per citare quelle che ormai sono entrate indissolubilmente nell’immaginario collettivo. E in questa linea di museo diffuso sono anche le mostre al fiorentino Forte Belvedere che, fortunatamente da qualche anno, hanno ritrovato nuova linfa, degna qualità e presenza in città.

Il dialogo tra artista e luogo è una condizione che nel tempo, a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso con il Parco di Pinocchio a Collodi, ha trovato nelle terre del Rinascimento una continuità operativa. Continuità che le ha fortemente caratterizzate rispetto al resto dell’Italia, che certamente non ne è privo ma neanche vanta la stessa densità.

Durante gli anni novanta e per buona parte dei primi anni duemila questo primato e questa specialità tutta toscana viene messa in evidenza sia attraverso efficaci politiche pubbliche sia per iniziativa di privati sia grazie alle prime pubblicazioni. Tuttavia, dopo quel momento d’oro è possibile rintracciare un interesse ondulatorio fatto di grandi slanci alternati a omissioni e oggi, purtroppo, a trascuratezza. Riproporre all’attenzione questa originale formula presente massicciamente nel territorio toscano è cosa necessaria perché, alla fin fine, è stata tralasciata a favore di altri modelli più à la page. Dunque, merito al recente libro “Paesaggi d’autore in Toscana” scritto da Massimo Gregorini e Mariella Zoppi (Aska Edizioni) che con nuovo sguardo rimette sotto il sole la questione. D’altronde gli autori nei loro trascorsi se ne sono direttamente e con passione occupati; il primo perché è stato per diversi anni dirigente regionale del patrimonio culturale mentre la seconda perché è una delle maggiori studiose di giardini oltre a essere stata Assessora regionale alla Cultura all’inizio del nuovo millennio.

Il taglio del libro si pone subito fuori dalla ristretta diatriba legata a una o più etichette per definire il genere: arte ambientata, arte ambientale, arte nella natura, Land Art, ecc. Etichette che tanto piacciono a critici e storici dell’arte. Gli autori introducono, come svela da subito il titolo, la più ampia categoria del paesaggio che, va detto subito, non può essere ridotto soltanto alla bella visione da un belvedere. Con questa formula allargata squadernano l’ampia varietà e la complessità con cui questo fenomeno si è presentato e si presenta in Toscana. Ne ripercorrono la storia e raccontano 32 opere in maniera del tutto originale. Soltanto per questo il libro merita di essere letto.

Introdurre l’idea di paesaggio però comporta, indirettamente, anche un salto di riflessione intorno all’argomento perché quanto è stato rappresentato non è più soltanto legato al modo di porsi nella natura. Infatti il paesaggio è prima di tutto il risultato di una costruzione artificiale; già lo sapeva Ambrogio Lorenzetti che lo rappresentava tra città e campagna nella sua “Allegoria del Buon Governo” affrescata nel 1338 in Palazzo Pubblico a Siena. Il paesaggio è il risultato di una cultura che definisce perpetuamente la sua relazione con il territorio e quindi offre sempre un’esperienza di sé; sia questa legata all’io o al noi. Il paesaggio è inevitabilmente composto anche dall’osservatore e ogni osservatore è parte del paesaggio che compone. Non a caso l’artista Mauro Staccioli sosteneva: “Esistono vari spazi da occupare, non solo con la scultura quanto con il pensiero che la scultura mette in movimento.”

Mettere in moto una riflessione intorno al paesaggio ma soprattutto dal paesaggio è forse il modo migliore per aprirsi a tutta una serie di tematiche sull’attualità come la questione dell’identità e dell’appartenenza, della sostenibilità e dei beni comuni. Questioni di cui oggi un museo d’arte contemporanea dovrebbe farsi carico se vuole vivere pienamente la propria contemporaneità.

Un modo per rendere protagonista la collettività che è la prima destinataria di ogni azione museale. Purtroppo questa possibilità di azione, insieme all’attenzione per l’arte del paesaggio, oggi sembra sempre più diminuire, e in questi ultimi anni un po’ di occasioni in questa direzione sono andate perse. Tra queste quella offerta, in una logica di sistema regionale, a Palazzo Fabroni di Pistoia che non ha saputo purtroppo diventare il motore proprio di quel caratteristico rapporto toscano arte natura paesaggio. Una vocazione fortemente legata al suo territorio.

In questo momento sarebbe, però, almeno necessario attivare una buona azione di conservazione (e un conseguente piano di manutenzione) che sappia restaurare, attraverso azioni condivise, non soltanto fisicamente l’opera ma anche il suo senso. Il come un’opera possa stare in quel paesaggio. Altrimenti si rischia di precipitare nella logica della tabula rasa come purtroppo avviene in questi giorni a Lodi per l’opera “La Cattedrale” dell’altro grande artista italiano dell’arte ambientale Giuliano Mauri.

 

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Pubblicato in : CulturaTag: arte

Info Marco Bazzini

Marco Bazzini, storico e critico d’arte, vive in campagna.
Dal 2007 al 2013 è stato Direttore del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato. Ha curato mostre e cataloghi per spazi pubblici e privati in Italia e all’estero, sia di arte contemporanea sia di design. Ha collaborato con diverse testate di settore e fatto consulenze sull’arte contemporanea per diverse istituzioni private e pubbliche tra cui la Regione Toscana. Ha svolto un’intensa attività didattica presso accademie e università come insegnante in master e corsi di specializzazione.
Ha curato la mostra d’arte contemporanea del Padiglione Italia all’Expo Shanghai 2010 e presentato il progetto “Italian Genius Now” in numerose sedi museali internazionali tra cui: Seoul, Hanoi, Taipei, Tokyo, New Dehli, Roma, Porto Alegre.
Tra le altre mostra all’estero: “Art, Architecture, Utopie en Toscane 1966/1980”, MAMCO, Ginevra, 2003; “The Age of Metamorphosis: European Art Highlights from the Centro Pecci Collection”, MoCA, Shanghai, Shanghai, 2006.
Tra gli ultimi progetti curati si ricorda la mostra “Nel mezzo del Mezzo – Arte contemporanea nel Mediterraneo”, insieme a Christine Macel e Bartomeu Mari, presso il Museo Riso di Palermo e altre sedi cittadine. Inoltre la grande mostra antologica dedicata a Emilio Isgrò presso Palazzo Reale, Gallerie d’Italia e Casa del Manzoni a Milano.
Attualmente, è Presidente dell’Istituto Superiore Industrie Artistiche di Firenze (ISIA Design Firenze) ed è impegnato in progetti di sviluppo ed evoluzione sociale attraverso percorsi culturali.

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