Nell’ultimo anno, si è riaperta in Toscana una discussione che per troppo tempo era scomparsa dal dibattito pubblico: quella sul futuro industriale della nostra regione.
A rilanciarla è stato il Manifesto per la reindustrializzazione della Toscana, promosso da Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto, che hanno posto una questione decisiva: la Toscana rischia di scivolare verso una condizione di “terziarizzazione povera”, caratterizzata da produttività stagnante, salari bassi e crescente dipendenza da attività a minore contenuto tecnologico. Gli autori parlano esplicitamente della necessità di contrastare la deindustrializzazione e di riportare al centro una politica industriale capace di governare la trasformazione economica, favorendo innovazione, ricerca e investimenti produttivi. Questa esigenza trova conferma anche nell’ultimo Rapporto annuale di IRPET per l’economia toscana, che individua proprio nella “questione industriale” uno dei nodi centrali dello sviluppo regionale. Il rapporto avverte che la Toscana ha dimostrato una buona capacità di tenuta di fronte alle crisi degli ultimi anni, ma evidenzia anche una crescita ancora troppo debole per sostenere in modo pieno produttività, salari, investimenti e coesione sociale.
Si tratta di una riflessione che riguarda l’intera Toscana, ma che interpella in modo particolare Firenze e la sua area metropolitana perché il capoluogo rappresenta ormai uno dei casi più evidenti di squilibrio tra attrattività turistica e capacità produttiva. Da una parte, aumenta sempre più il peso del turismo e dell’economia dei servizi. Dall’altra, si riduce la presenza della manifattura, si indeboliscono alcune filiere storiche e cresce la difficoltà di offrire ai giovani lavori qualificati e ben retribuiti.
Questa dinamica non riguarda soltanto la città di Firenze. Aldo Bonomi ha osservato questa particolare “metamorfosi delle città medie” italiane, acceleratasi dopo il covid, con città sospese tra la crescita del turismo, l’espansione delle piattaforme digitali, la pressione dei mercati immobiliari e la progressiva marginalizzazione delle attività produttive. In questi territori, si sta giocando una partita decisiva: scegliere se diventare sempre più luoghi della rendita oppure piattaforme territoriali con una governance capace di generare innovazione, ricerca e lavoro qualificato. Secondo Bonomi, per non soccombere sotto al peso della rendita, occorre urgentemente una nuova stagione di investimenti in beni collettivi, in rigenerazione delle infrastrutture civiche e nella creazione di nuove reti di gestione dei flussi: in sintesi, investimenti per una politica connotata da meccanismi di governance urbana-territoriale con cui le élite locali provano a ripensare strategie di sviluppo efficaci.
Per questo ritengo che il dibattito sull’overtourism – che tanto ha occupato e occupa sia l’opinione pubblica cittadina quanto le disarticolate azioni della politica locale – debba compiere un salto di qualità. Sono state, ad esempio, certamente necessarie e tanto attese delle regole sugli affitti brevi (e bene ha fatto l’assessore Marras a dotare la nostra Regione di una normativa innovativa, che consentirebbe ai territori di effettuare scelte non cristallizzando rendite di posizione); così come è stato necessario porre dei limiti all’espansione indiscriminata delle strutture ricettive e ad ogni altra attività che nasce per rispondere all’offerta turistica spesso a danno della vivibilità della città per i suoi residenti.
Ma ciò non basta: una comunità non può costruire il proprio futuro soltanto limitando gli effetti patologici che ogni rendita -come tale- comporta per un territorio, ma deve farlo anche investendo nelle proprie capacità e cooperando con tutti gli attori del territorio per creare condizioni abilitanti a generare futuro per chi oggi ci vive, ci studia, ci lavora.
La domanda che dobbiamo porci è infatti: dove lavoreranno le nuove generazioni che oggi (ancorché in calo) studiano a Firenze? Dove troveranno occupazione qualificata i ricercatori, gli ingegneri, i designer, i fisici, gli informatici e i tecnici che si formano nelle nostre università e scuole? Se non siamo in grado di rispondere a questa domanda, il rischio è che Firenze continui a esportare cervelli e ad importare lavori precari.
È da questa riflessione che nasceva la proposta di Firenze Democratica avanzata durante la campagna elettorale delle ultime amministrative a Firenze insieme al professor Marco Bellandi dell’Università di Firenze: ovvero la creazione di un grande Parco Tecnologico Metropolitano nell’area Osmannoro-Sesto Fiorentino, capace di sviluppare e ampliare l’ecosistema già presente attorno al Polo Scientifico.
L’idea è semplice e ambiziosa allo stesso tempo: trasformare un insieme di eccellenze spesso scollegate in una vera piattaforma territoriale dell’innovazione. L’area possiede infatti asset unici: il Polo Scientifico dell’Università di Firenze, il CNR, il LENS, il CERM, i dipartimenti scientifici, le imprese tecnologiche e farmaceutiche già presenti nell’area metropolitana. Quello che manca è un progetto politico che li metta a sistema. Un luogo nel quale ricerca, formazione, startup, trasferimento tecnologico e manifattura avanzata possano crescere insieme. Un luogo che diventi il principale motore di innovazione dell’Italia centrale.
Le spiegazioni tradizionali delle difficoltà industriali toscane, fondate esclusivamente sulla ridotta dimensione delle imprese o sulla specializzazione in produzioni tradizionali, non sono più sufficienti. Il tema decisivo diventa oggi il posizionamento delle imprese lungo le filiere globali del valore. Secondo le elaborazioni richiamate dall’IRPET, in molti comparti manifatturieri una parte rilevante del valore generato viene intercettata altrove, mentre oltre la metà del valore attivato dai consumi intermedi viene prodotta all’estero. La vera sfida è dunque consentire alle imprese toscane di salire lungo le filiere, trattenendo sul territorio una quota maggiore del valore aggiunto prodotto. Un grande ecosistema metropolitano dell’innovazione può essere precisamente uno strumento per raggiungere questo obiettivo.
Chi pensa che si tratti di una proposta irrealistica dovrebbe guardare a ciò che sta accadendo in altre città. A Roma, il Rome Technopole riunisce università, enti pubblici di ricerca, istituzioni e grandi imprese attorno alle sfide della transizione digitale, energetica e delle scienze della vita. A Torino, le ex Officine Grandi Riparazioni sono state recuperate e trasformate in uno dei più interessanti laboratori europei di innovazione, con OGR Tech che ospita startup, programmi di accelerazione e progetti di ricerca. C’è poi l’esperienza di Napoli, forse meno conosciuta ma particolarmente significativa. Intorno al centro di progettazione di StMicroelectronics ad Arzano si è sviluppata negli anni la rete NeaPolis Innovation, che mette insieme le università campane, enti di ricerca come CNR ed Enea, organizzazioni imprenditoriali e decine di imprese innovative. Da questa collaborazione è nata quella che oggi viene chiamata “Vesuvio Valley”: un ecosistema che lavora sulla microelettronica, sulla robotica e sull’intelligenza artificiale applicata, creando opportunità per startup, ricercatori e piccole imprese. La lezione è, dunque, semplice: quando università, ricerca e sistema produttivo lavorano stabilmente insieme, l’innovazione smette di essere uno slogan e diventa sviluppo territoriale. Attraverso la misura dei Piani Integrati Urbani, Bologna ha finanziato parte della creazione di un distretto tecnologico specializzato in innovazione digitale e big data di 275.000 m², con residenzialità accessibile, mobilità integrata, un grande parco, 6 ettari di spazi pubblici, l’Università delle Nazioni Unite dedicata alla gestione del cambiamento del habitat, l’integrazione delle funzioni di formazione e ricerca esistenti e la creazione di quelle di accompagnamento alle nuove imprese e startup. Il progetto prevede un investimento pubblico di oltre 1 miliardo di euro che mira a creare una delle più grandi piattaforme della conoscenza in Europa.
Questi progetti hanno un elemento in comune: non sono nati spontaneamente, ma sono il risultato di una regia pubblica. Per anni ci siamo raccontati che il compito delle istituzioni fosse semplicemente quello di non ostacolare il mercato. Ma le esperienze più innovative dimostrano esattamente il contrario. Mariana Mazzucato, nel celebre Lo Stato innovatore, ricorda che dietro le principali rivoluzioni tecnologiche non vi è stato uno Stato passivo e regolatore, bensì uno Stato capace di assumersi rischi, orientare investimenti e creare nuovi mercati. Lo Stato non deve limitarsi a correggere i fallimenti del mercato: deve contribuire a costruire le condizioni del cambiamento.
È una lezione particolarmente importante per Firenze. Perché qui non manca la conoscenza, non mancano le competenze e non manca neppure la capacità imprenditoriale. Manca una visione condivisa capace di mettere insieme università, imprese, amministrazioni pubbliche e sistemi territoriali. Manca quella piattaforma territoriale di governance che citavo prima e che è sempre più necessaria per indirizzare il modello di sviluppo della nostra città, evitando il declino verso la terziarizzazione povera.
In questa prospettiva, il Comune e la Città metropolitana (i cui Sindaci, dopo la sciagurata riforma “Delrio”, peraltro, coincidono) devono assumere una funzione di regia, collaborando ovviamente con la regione che ha la competenza in merito alle politiche industriali. Non per sostituirsi alle imprese, ma per favorire connessioni, attrarre investimenti, coordinare gli attori istituzionali, individuare le priorità strategiche e costruire le condizioni affinché l’innovazione generi occupazione stabile e qualificata. Purtroppo, oggi, ci pare essere ancora lontani da uno scenario di questo tipo, dal momento che gli attori istituzionali in campo paiono più impegnati nell’amministrare il quotidiano o nello scontrarsi pubblicamente (si pensi ai recenti scontri tra Regione, Comune e Università di Firenze sull’aeroporto di Peretola e il polo universitario a Sesto o sulla carenza di alloggi pubblici per studenti; al costante scontro tra le categorie economiche delle piccole-medie imprese e i residenti nella gestione dello spazio pubblico cittadino; alle promesse fatte ai sindacati di reinternalizzare i servizi delle mense scolastiche, totalmente poi disattese dal Comune con conseguente frustrazione per le parti sociali; per non parlare, infine, purtroppo, del progetto “Multiutility” dei servizi pubblici locali, che non è mai stato davvero condiviso con le parti sociali e che ancora oggi pare più costellato da punti interrogativi che da piani industriali chiari e concreti) piuttosto che nella condivisione di una strategia condivisa.
E, d’altronde, la “pianificazione strategica” è pure venuta meno in questo mandato tra le deleghe assegnate alla giunta comunale fiorentina, con conseguente smantellamento del relativo ufficio in seno a Palazzo Vecchio. Non che questa delega (che si solito viene giustamente collocata in capo al Sindaco) prima venisse esercitata in modo particolarmente pregnante ed efficace, ma per lo meno c’era. Oggi è venuta meno anche la parvenza, e l’ultimo piano strategico metropolitano degno di nota che si ricordi è quello che vedeva come coordinatore Carlo Trigilia agli inizi anni 2000, e che nel rapporto “Progettare Firenze” individuava punti di forza e di debolezza che sussistono ancora.
Una pianificazione strategica è poi necessaria affinché tutti gli attori istituzionali (aziende pubbliche e società partecipate comprese) remino dalla stessa parte oltreché per dare coerenza ai vari piani di settore: perché il Piano Operativo comunale e il Piano del Verde sono disallineati tra loro, così come lo sono rispetto al Piano di Gestione Unesco, al Piano per una mobilità sostenibile e ad un Piano dell’abitare, che non può voler dire solo accendere mutui per investire maggiormente nella ristrutturazione del patrimonio abitativo, come l’attuale giunta sta facendo. Ed il “caso Montedomini” – dove addirittura il patrimonio per i bisognosi viene messo a rendita e gestito da colossi degli affitti turistici – è l’apice della mancanza di un vero Piano casa – che doveva partire dal censimento del patrimonio di tutti gli enti pubblici – e delle vistose divergenze tra le azioni (o quantomeno tra gli intenti) degli enti pubblici.
Casa, lavoro, formazione, innovazione, imprese e transizione ecologica sono temi che non possono non essere affrontati insieme e quindi anche dentro la sfida della reindustrializzazione di un territorio: non esiste, infatti, una politica dell’innovazione senza una politica della casa e senza una politica capace di affrontare la transizione ecologica e l’emergenza energetica in un contesto geopolitico sempre più preoccupante. Se ricercatori, giovani professionisti, studenti e lavoratori qualificati non possono permettersi di vivere a Firenze, se le imprese stentano ad affrontare i costi sempre crescenti e non riescono a crescere e ad innovarsi, qualsiasi progetto di sviluppo è destinato a perdere efficacia. Anche per questo, gli enti pubblici devono tornare ad avere un ruolo attivo sul fronte delle politiche abitative, così come su quello delle politiche ambientali.
Anche l’ultimo Rapporto IRPET ci ricorda che la sfida dello sviluppo non riguarda soltanto le capacità delle imprese, ma anche quelle delle istituzioni. Come ha scritto recentemente Vieri Calogero in un suo intervento sul “Corriere Fiorentino”, “le risorse sono una condizione necessaria, ma è la capacità progettuale che le trasforma in sviluppo. Progettare significa leggere i bisogni, coordinare attori diversi, costruire partenariati, monitorare gli investimenti e valutarne gli effetti”. E questo è esattamente ciò che è mancato troppo spesso a Firenze negli ultimi anni: una regia pubblica capace di mettere attorno allo stesso tavolo università, ricerca, imprese, parti sociali e amministrazioni. Se vogliamo evitare che Firenze scivoli verso una rendita fondata esclusivamente sul turismo e sui servizi a basso valore aggiunto, dobbiamo allora tornare a costruire una capacità collettiva di progettazione strategica dello sviluppo. Questo sarebbe il compito della Politica. Perché il futuro non si amministra: si progetta e si costruisce.


LE PENE DI GIORGIA
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