Siamo qui, accaldati sotto gli ombrelloni, in quel tempo sospeso della vacanza in cui il mondo sembra rallentare ma non smette mai davvero di muoversi. Eppure, proprio in questo spazio di tregua, quando la mente si allenta e le difese si abbassano, torna una domanda semplice e ostinata: che cosa vogliamo davvero da questo mondo che ci ostiniamo a chiamare “politica”?
Non parlo di schieramenti, né di tifoserie. Parlo di noi: di ciò che desideriamo per vivere in un Paese che non ci costringa a scegliere tra rassegnazione e cinismo. Parlo di ciò che vorremmo lasciare a chi verrà dopo — figli, nipoti, o semplicemente persone che non conosceremo mai ma che erediteranno le nostre decisioni, o le nostre omissioni.
Forse è proprio qui, sotto il sole, che possiamo permetterci un lusso raro: pensare al futuro senza la frenesia del presente. Chiederci che cosa significhi governare, essere governati, e soprattutto che cosa significhi immaginare un domani che non sia solo la somma dei problemi di oggi.
Perché la politica, quando la si guarda da questa distanza, smette di essere un’arena e torna a essere ciò che è sempre stata: la scelta che diamo al nostro destino comune. Il quale però non è uguale per tutti. Proviamo a dividere il corpo sociale in tre generazioni. Sono “idealtipi” e non rappresentano la società reale. Ma servono per impostare un ragionamento sulla politica.
La generazione attuale: gli adulti e gli anziani
Siamo la generazione che ha visto tutto: la contestazione e il terrorismo, la mafia che sparava per strada, la corruzione che sembrava un destino, le imprese arroganti con i lavoratori e con il territorio, l’ambiente trattato come un dettaglio sacrificabile. Abbiamo vissuto gli anni in cui l’Italia cambiava pelle ogni cinque minuti, e non sempre in meglio. Non è stato un percorso lineare, né tantomeno “rose e fiori”.
Eppure, dentro questa storia accidentata, ci siamo costruiti una vita. Non ci ha regalato niente nessuno: il lavoro ce lo siamo sudato, la pensione ce la siamo guadagnata contributo dopo contributo, la casa l’abbiamo pagata con sacrifici veri, la sanità l’abbiamo difesa quando serviva. Abbiamo attraversato crisi, inflazione, svalutazioni, riforme mancate, e siamo ancora qui. Volevamo cambiare il mondo e forse, come dice qualche maligno, abbiamo cambiato solo la nostra condizione. Ma comunque non siamo stati “fermi ad aspettare”.
Che cosa vogliamo, oggi? Nulla di straordinario: continuare a godere delle nostre conquiste, quelle che non sono privilegi ma risultati di una vita di impegno. Vogliamo continuare con un lavoro che non venga a mancare proprio alla fine della vita lavorativa, vogliamo una pensione che non evapori sotto i colpi dell’inflazione, una sanità che — pur con le sue magagne — continui a reggere e città che restino vivibili e sicure, non solo luoghi di overturismo, di degrado sociale e di caos, e che non ci spingano a stare chiusi in casa davanti alla TV.
I nostri figli
I nostri figli non hanno conosciuto le nostre passioni politiche, le nostre lotte, la nostra ostinazione nel voler cambiare il mondo. Sono nati in un Paese che aveva già conquistato molto: diritti, benessere, libertà personali, un certo livello di sicurezza sociale. Per loro, ciò che per noi era stato battaglia era diventato paesaggio. E come accade quando si nasce in un mondo già costruito, si sono adattati: hanno preso quel patrimonio come un punto di partenza naturale, non come un traguardo da difendere.
Poi, crescendo, hanno scoperto che quelle conquiste non erano perfette, né garantite per sempre. Che ciò che sembrava acquisito poteva essere migliorato, certo, ma anche peggiorato — e spesso lo è stato, sotto la pressione di crisi economiche, trasformazioni tecnologiche, mutamenti globali. Ma non avendo mai respirato davvero la cultura della lotta, si sono trovati disarmati: consapevoli dei problemi, ma senza gli strumenti emotivi e politici per affrontarli.
Così vivono in una contraddizione continua. Da un lato cercano di godersi una vita che non è quella che avrebbero voluto ma che poi non è così cattiva. Dall’altro temono di perdere anche quei vantaggi che pensavano fossero definitivi.
Intanto i poteri — come sempre — fanno il loro mestiere: si consolidano, si espandono e sottraggono spazi a chi non è “dentro il circolo”. E la grande massa delle persone, pur istruita e informata, fatica ad andare oltre una cittadinanza generica, fatta di opinioni ma non di appartenenze.
Non hanno identità forti e passioni decise, e quindi manca la capacità di aggregarsi attorno a progetti. Ma non hanno neppure grandi paure. Non perché siano apatici, ma perché sono cresciuti in un mondo che ha smarrito i luoghi, i linguaggi e i riti della partecipazione. Vivono molto il “personale”, gli amici, la famiglia, il lavoro ma sentono che qualcosa gli manca. E questa mancanza diventa spesso “inquietudine esistenziale” che non riesce ad uscire e diventare politica. Vorrebbero correggere il corso delle cose, ma spesso non trovano strumenti politici e culturali capaci di dare forma alle loro aspirazioni.
È una generazione intelligente, sensibile, spesso più aperta e più colta della nostra. Ma è anche una generazione che vive senza un orizzonte comune, e che rischia di essere schiacciata tra due forze: la nostalgia del passato che non ha vissuto e la paura del futuro che non riesce a immaginare.
I nostri nipoti.
La generazione più giovane è la prima ad essere cresciuta interamente nell’ecosistema digitale. Internet non è per loro uno strumento, ma l’ambiente naturale in cui si informano, costruiscono relazioni e formano la propria visione del mondo. Vivono in una realtà caratterizzata da appartenenze più fluide, confini meno definiti e problemi globali che trascendono gli Stati nazionali.
Si tratta di una generazione profondamente sensibile alle grandi questioni del nostro tempo e spesso pronta a mobilitarsi per sostenerle. Tuttavia, il loro impegno raramente passa attraverso i partiti o le forme tradizionali della partecipazione politica. Preferiscono aderire a cause specifiche, campagne online, iniziative locali e movimenti temporanei, affidandosi più facilmente a influencer, creator e attivisti che percepiscono come più vicini ai loro linguaggi e alle loro esperienze.
Ne deriva una condizione apparentemente contraddittoria: forte interesse per i temi politici e scarso coinvolgimento nella politica istituzionale. Non si tratta di disinteresse o apatia, ma della convinzione che le istituzioni tradizionali siano poco efficaci nel trasformare le loro aspirazioni in cambiamento concreto. La loro capacità di mobilitazione è elevata, ma spesso frammentata e intermittente, con difficoltà a tradursi in organizzazione stabile e azione collettiva duratura.
Questi giovani vivono inoltre in un mondo che percepiscono come accelerato, fragile e in larga misura fuori dal loro controllo. Pur avendo una chiara consapevolezza delle sfide future — dalla crisi climatica alle tensioni geopolitiche, dalla crisi demografica al rischio dell’IA — faticano a trovare spazi, linguaggi e strumenti adeguati per incidere realmente sui processi decisionali. Oscillano così tra un forte desiderio di cambiare il mondo e un senso di impotenza di fronte a poteri sempre più complessi e distanti.
Eppure, proprio in questa generazione risiede una risorsa preziosa: la capacità di immaginare possibilità che le generazioni precedenti faticano a vedere. La loro sfida non è soltanto ereditare il mondo che ricevono, ma contribuire a reinventarlo. I pericoli del futuro sono, per paradosso, il loro spazio di azione: devono solo riuscire a passare dall’ansia per il futuro al coraggio di buttarsi dentro.
E allora?
Emerge una verità semplice: non viviamo nello stesso Paese, anche se abitiamo le stesse città e votiamo negli stessi seggi.
Gli adulti e gli anziani custodiscono il passato: hanno costruito molto, hanno pagato tutto, e oggi chiedono che ciò che hanno costruito non venga smontato. Sono conservatori, non per ideologia ma per esperienza. Vogliono la conservazione del buono. Un buono che c’e’, ma che non basta e non per tutti.
I figli vivono nel presente: hanno ereditato conquiste che non hanno combattuto, e ora scoprono che nulla è garantito. Sono una generazione sospesa, intelligente e sensibile, ma senza strumenti collettivi. Vivono di opinioni senza appartenenze, di inquietudini, sociali ed esistenziali, che non diventano progetto. Vogliono una politica che li aiuti a cambiare le cose. E che li aiuti anche a capire cosa deve e può essere cambiato.
I nipoti guardano al futuro: abitano il digitale, percepiscono i problemi come globali, si mobilitano per cause e non per partiti. Hanno una forza immaginativa enorme, ma una partecipazione episodica e frammentata, che fatica a trasformarsi in potere. Stanno in bilico fra il buttarsi e il nascondersi. Vogliono una politica che sostenga chi rischia. Non solo in economia ma in tutte le attività umane. E che parli di opportunità e non solo di pericoli per il futuro.
Tre generazioni, tre linguaggi, tre modi diversi di stare nel mondo. Eppure, tutte condividono la stessa domanda: che cosa può fare la politica per noi?
Purtroppo, se seguiamo il dibattito della politica di oggi non troviamo una risposta a questa domanda. Né specifica per le singole generazioni. Né per il paese in generale.
È invece l’ora di ritrovare una politica che guarda lontano. E che non ferma lo sguardo solo alla prossima legislatura. Eppure, non sarà così e ci ritroveremo a votare fra poli che promettono a tutti panem et circenses. Distribuendo poi poco panem e molto circenses.
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