Dal vecchio Zenone a Bertrand Russell, il pensiero occidentale è ricco di paradossi che sembrano dimostrare una tesi e finiscono per dimostrare il contrario. L’ultimo, che sta spopolando nel dibattito politico italiano, riguarda l’infausta sorte (così dicono) del centrismo.
Pina Picierno fonda “Spazio Pubblico”, chiamando a raccolta europeisti, riformisti, liberali, progressisti pragmatici, conservatori illuminati? E subito i commentatori di sinistra e di destra vestono i panni di Cassandra. Niente da fare. Imprese simili non hanno mai sfondato, non hanno futuro. Buon ultimo a farsi profeta di sventure, su “Repubblica Napoli”, è l’ottimo Sergio Locoratolo. Anche il centro di Picierno finirà nel dimenticatoio, dice Locoratolo. Se rifiuterà di confluire nel campo largo, il suo destino è l’irrilevanza. Ma il paradosso è evidente. L’avventura di Picierno, infatti, intende mobilitare politicamente un’area di opinione che appare irrilevante proprio perché ingabbiata nel Campo largo. Proprio perché soffocata dall’attuale bipolarismo.
È una vecchia storia. La Seconda Repubblica non è mai riuscita a dare rappresentanza autonoma al centro riformista, ricorda Locoratolo. Il quale, però, dimentica di aggiungere che è qui, in questo vuoto di rappresentanza, che hanno origine molti dei guai del paese, da trent’anni a questa parte. Qui nasce la deriva ideologica del discorso pubblico, la mancata legittimazione tra destra e sinistra, la lotta politica ridotta a guerra civile tra “nemici”. E, in ultima analisi, l’inguaribile debolezza dei governi.
Qui, dall’invenzione di un bipolarismo farlocco, prendono forma due coalizioni eternamente destabilizzate dalle loro appendici estreme. Basti ricordare la via crucis di Berlusconi alle prese con la Lega secessionista di Bossi. O di Prodi alle prese con gli irrequieti “rifondatori” di Bertinotti. Una vera e propria fragilità di sistema. Per decenni, andando alla conquista di Palazzo Chigi, i partiti maggiori sono stati costretti ad alleanze contraddittorie. Ovvero, al ricatto delle “estreme” (di destra e di sinistra). Con il centro riformista e moderato che restava spesso senza voce, piegato ai diktat degli alleati, incapace di governare le “estreme”.
Ancora in tempi recenti, ogni tentativo di rafforzare le componenti liberali e riformiste dall’interno delle coalizioni si è rivelato fallimentare o pericolosamente debole. Così è stato per il tentativo di Matteo Renzi di innovare la cultura politica (e gli uomini) della sinistra. Così è stato con il progetto di Tajani di bilanciare al centro le componenti più sovraniste e stataliste della destra. Così sembra ripetersi oggi. Quanto pesino, nelle attuali dinamiche parlamentari, i riformisti rimasti nel Pd o le sollecitazioni liberali di Marina Berlusconi, è fin troppo evidente. Pesano poco. Rischiano l’irrilevanza.
Il paradosso è che, in un paese tradizionalmente moderato e pragmatico, ha finito così per affermarsi un bipolarismo estremista. Il paradosso è che ad essere irrilevante è proprio un’opinione pubblica ragionevole e concreta (forse, la maggioranza degli italiani) che sembra quasi rassegnata all’afasia, che non ha uno “spazio pubblico” in cui riconoscersi e contarsi, che spesso finisce tristemente nelle praterie sterili dell’astensionismo. Lasciando alle “estreme” il bastone del comando.
Forse che Picierno, Calenda, Marattin avrebbero messo meglio a frutto le proprie iniziative restando nel campo largo? Difficile crederlo, se si guarda alla storia della Seconda Repubblica. Difficile scalfire, dall’interno, rapporti di forza dettati non di rado dalla politica politicante, più che dai bisogni e dalle richieste degli italiani.
Cosa ci attenderebbe, del resto, se la politica politicante non trovasse un argine? Un governo Schlein-Conte? Un governo Meloni-Vannacci? Sono queste le prospettive più gettonate per la prossima legislatura. Lo vuole il bipolarismo estremista. C
Coalizioni radicalmente divise al loro interno sui grandi temi del mondo: dove si collocherà il paese tra Mosca e Kiev, quale ruolo svolgerà in Europa, come affronterà la crisi dell’atlantismo, che risposta darà alla pace e alla guerra. E radicalmente divise sui grandi temi delle famiglie: libero mercato o assistenzialismo, competizione o bonus, demagogia o politiche sociali “compatibili”, securitarismo o garantismo, laicità o integralismi.
Sembra non esservi via d’uscita. All’approssimarsi delle elezioni, prevedibilmente, torna violenta la guerra civile domestica. Una bizzarria che nasce dalle falle sistemiche dell’alternanza in salsa italiana. Dal bipolarismo estremista. Dopotutto, lasciando ad altri il gusto della fatalità, l’iniziativa di Pina Picierno è il tentativo di credere nel paese della ragionevolezza e del dialogo. Di strapparlo all’irrilevanza.
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VOTI, SONDAGGI, E L’URGENZA DELLA POLITICA
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