Il risultato del recente referendum merita una riflessione che vada oltre la contingenza del voto e tocchi un nodo più profondo: lo stato della partecipazione politica e, in particolare, il progressivo ritiro di quella parte del Paese che potremmo definire “dialogante”, critica, non ideologicamente allineata.
Uno degli elementi più evidenti è stata l’alta astensione proprio nel cosiddetto “centro” politico e culturale. Non si tratta semplicemente di disinteresse o apatia: al contrario, in molti casi è stata una scelta sofferta, maturata di fronte a una campagna referendaria percepita come impoverita, polarizzata e spesso scorretta. Fake news, semplificazioni estreme, pressioni ideologiche e vere e proprie distorsioni del dibattito hanno contribuito a creare un clima nel quale chi è abituato a ragionare nel merito si è trovato senza spazio.
In questo senso, l’astensione non è solo un dato numerico: è un segnale politico. Indica che una parte rilevante della società non si riconosce più nelle modalità con cui viene costruito il confronto pubblico. Ed è un segnale preoccupante non solo per il referendum in sé, ma in vista delle prossime scadenze elettorali e, più in generale, per la qualità della democrazia.
La tradizione democratica ha sempre sottolineato come la partecipazione non sia soltanto un fatto procedurale, ma il risultato di uno spazio pubblico in cui i cittadini possano formarsi un’opinione informata. Quando questo spazio si degrada, la partecipazione si svuota o si radicalizza.
Il pensiero di Jürgen Habermas sullo spazio pubblico ruota attorno all’idea che la democrazia funzioni davvero solo quando esiste un ambito di confronto libero, razionale e accessibile ai cittadini.
“Habermas parla, a questo proposito, di “sfera pubblica” come di uno spazio intermedio tra Stato e società civile, in cui le persone discutono questioni di interesse comune formando un’opinione pubblica informata. In una democrazia sana, le decisioni politiche dovrebbero essere legittimate da un processo di discussione pubblica razionale: ciò che conta non è chi parla, ma la qualità degli argomenti. Habermas osserva però che, nelle società contemporanee, lo spazio pubblico tende a deteriorarsi: i media, la propaganda e gli interessi economici possono trasformarlo da luogo di confronto a strumento di manipolazione. Quando ciò accade, l’opinione pubblica non si forma più attraverso il ragionamento, ma attraverso la persuasione e la mobilitazione emotiva”.
Nel caso specifico, più che un confronto su un quesito referendario, si è assistito allo scontro tra due cornici ideologiche ampie e autosufficienti.
Da un lato, una parte della sinistra ha costruito una mobilitazione fondata su un vasto repertorio simbolico e identitario: antifascismo, memoria storica, richiami alla Costituzione, posizionamenti sulla guerra, sugli equilibri internazionali, su Israele e Palestina, fino a includere riferimenti a Donald Trump. Si tratta di temi che, presi singolarmente, sono legittimi e anzi cruciali per la vita civile; tuttavia, inseriti in modo cumulativo e non argomentato all’interno di una campagna referendaria, finiscono per trasformarsi in strumenti di mobilitazione più che di comprensione.
Questa strategia ha certamente attivato energie, soprattutto in contesti come scuole e luoghi di lavoro, ma ha anche contribuito a spostare il baricentro del dibattito: dal merito del quesito a una più ampia appartenenza ideologica. Chi cerca un’analisi puntuale e non identitaria si è trovato così privo di riferimenti.
Dall’altro lato, la destra ha espresso una dinamica speculare ma ugualmente problematica. Invece di proporre una lettura articolata del referendum, ha spesso fatto leva su una narrazione securitaria e polarizzante: il nemico interno, la centralità della repressione, la contrapposizione con la magistratura, una visione semplificata delle marginalità sociali. Il referendum è stato in molti casi tradotto in uno scontro contro figure simboliche – il “clandestino”, il “drogato”, il “criminale” – più che in un’occasione di deliberazione democratica.
Anche qui, l’effetto è stato quello di rafforzare il proprio campo, consolidando un’identità politica già definita, ma senza alcuna reale apertura verso quei segmenti della società più riflessivi, istruiti o semplicemente non disposti ad aderire a schemi binari.
Il risultato complessivo è stato un doppio fallimento del discorso pubblico. Da un lato, la mobilitazione emotiva e identitaria; dall’altro, la semplificazione securitaria. In mezzo, uno spazio sempre più ristretto per il ragionamento, l’analisi e il dubbio. Quando ciò accade, le società tendono a dividersi tra minoranze altamente mobilitate e maggioranze silenziose o disilluse.
“Il pensiero di José Ortega y Gasset ci offre una chiave molto lucida per leggere la democrazia contemporanea come terreno di scontro tra visioni semplificate. Nella sua opera più nota, La ribellione delle masse (1930), Ortega osserva l’emergere dell’“uomo-massa”. È l’individuo che si sente legittimato a esprimere giudizi su tutto senza un reale sforzo di approfondimento, che rifiuta la complessità e diffida delle competenze. Per Ortega, il problema non è la democrazia in sé, ma la sua degenerazione. Quando il dibattito pubblico si abbassa al livello della semplificazione, le idee smettono di essere strumenti per comprendere la realtà e diventano “schemi” rigidi, facili da comunicare e da opporre gli uni agli altri. È qui che nasce lo scontro tra visioni stereotipate: non un vero conflitto tra argomentazioni, ma una contrapposizione tra slogan. In questo mondo le élite rinunciano al loro ruolo – o vengono rifiutate in blocco – lo spazio pubblico si impoverisce ulteriormente e prevale la logica della semplificazione.”
È proprio questa “area silenziosa”, però, a rappresentare il nodo cruciale. Non si tratta di un blocco omogeneo, ma di un insieme di cittadini che non rifiutano la politica in sé, bensì le sue forme attuali. Il loro ritiro è un sintomo di sfiducia, ma anche una richiesta implicita di qualità: più merito, meno propaganda; più argomentazione, meno slogan.
Il rischio, se questa dinamica dovesse consolidarsi, sarebbe duplice. Da un lato, una progressiva delegittimazione degli strumenti di democrazia diretta, come il referendum, svuotati della loro funzione deliberativa. Dall’altro, una radicalizzazione crescente del confronto politico, in cui vincono non le idee migliori ma quelle più mobilitanti.
Recuperare questo spazio intermedio è forse la sfida principale. Significa ricostruire le condizioni per un dibattito pubblico in cui sia possibile dissentire senza demonizzare, argomentare senza semplificare, partecipare senza essere costretti a scegliere tra due “volgarismi” contrapposti.
In ultima analisi, la questione non è chi abbia vinto o perso il referendum, ma quale idea di politica ne esca rafforzata. Se la partecipazione si riduce a mobilitazione identitaria, la democrazia perde una parte essenziale di sé: quella capacità, fragile ma fondamentale, di trasformare il conflitto in confronto razionale. E di far vincere sempre, comunque vadano le elezioni, la “parte sbagliata”. Cioè non utile allo sviluppo economico, sociale e culturale del paese.
.


UN’OCCASIONE MANCATA
Eccellente