Abbiamo scomposto i dati provinciali dei risultati del referendum su base provinciale con una ulteriore scomposizione fra capoluoghi e resto della provincia. Abbiamo però introdotto anche una categoria intermedia, comprendente alcuni comuni di media dimensione, meglio se raggruppati in zone relativamente omogenee.
Tutto il lavoro è di carattere esplorativo e vincolato ad una semplificazione che eviti dispendio di tempo. Non abbiamo scomposto i dati della provincia di Prato, in cui il comune capoluogo predomina in maniera pesante.
Abbiamo considerato insieme i dati dei comuni di Massa e Carrara, che hanno simili caratteri urbani.
Nella categoria intermedia abbiamo considerato: il comune di Empoli; i comuni della circoscrizione FI3 -Piana di Firenze (Sesto, Scandicci, Signe, Campi e Calenzano); i tre maggiori comuni della Bassa Valdelsa senese (Colle, Poggibonsi e San Gimignano); i tre maggiori comuni urbano industriali della provincia di Pisa (Cascina, Santa Croce, Pontedera); i comuni di polo industriale della provincia di Livorno (Rosignano, Piombino con l’adiacente Campiglia); i quattro comuni turistici della Versilia (Forte, Pietrasanta, Camaiore, Viareggio).
Si tratta di una scomposizione che sarebbe barbaramente sommaria in un vero studio scientifico, ma che può valere in una prima analisi semplificata come la nostra.
Abbiamo poi comparato i dati della scadenza referendaria recente con quelli di due elezioni regionali (l’ultima, Giani 2, e quella del 2010, Rossi 1). Nel primo caso abbiamo sommato i dati dei candidati Bundu e Giani, nell’altro quelli del solo candidato Rossi, che all’epoca sommava tutta la sinistra. Naturalmente potrebbero introdursi numerose complicazioni e articolazioni, ragionando sulle varie articolazioni delle liste.
Ovviamente abbiamo presente che una consultazione referendaria non può essere ricondotta ad una elezione politico-amministrativa come quelle regionali. Però, sfruttandola sostanziale coincidenza delle articolazioni destra-sinistra nel referendum e nelle elezioni amministrative (e in particolare in quelle 2010 e 2025), abbiamo fatta una prima sommaria valutazione su flussi di medio periodo.
Nell’intervallo quindicennale 2010-2025 la sinistra perde 230mila voti (pari al 21,9% del totale). Fra il 2025 e il 2026 la distanza fra “sinistra amministrativa” e “sinistra referendaria” è quasi di 250mila unità, con un esito di 16milavoti in più (+1,6%).
Nel periodo 2010-2025 la sinistra perde in tutte le 25 articolazioni territoriali individuate; meno nei tre centri urbani più strutturati di Firenze (-9,8%), Pisa (-8,4%) e Lucca (-9,6%). Perde in misura superiore al 30% nei comuni industriali di Livorno (-37,4%), nei comuni minori di Grosseto (-35,1%), nei comuni minori di Massa (essenzialmente Lunigiana, -34,9%) e nei comuni minori di Siena (-30,2%).
Apparentemente il referendum potrebbe costituire un recupero della sinistra; che poi si realizzi effettivamente in una futura competizione amministrativa è tutt’altro paio di maniche. Tuttavia il fatto che le tendenze territoriali siano piuttosto omogenee indica il grado di politicizzazione che ha assunto la consultazione referendaria (indipendentemente dal fatto che si pensi sia giusto o meno e indipendentemente dalla volontà dei vari attori politici: l’elettorato gli ha attribuito anche questo valore, anche se pesano anche altri fattori, come vedremo).
Potrebbe darsi che un numero maggiore di elettori di destra abbia votato No (e del resto nella destra, soprattutto FdI, vi è anche una certa tradizione di deferenza verso l’operato della Magistratura, e verso le autorità statali in genere, e secondo noi è un fattore che è stato sottovalutato), rispetto a quanti elettori di sinistra abbiano votato sì.
In termini di percezioni generali a mio avviso si potrebbe dire che la destra abbia perso proprio per aver dato l’impressione di aver aperto un match fra “giudici” e “politici”, che non poteva risolversi se non a favore dei primi.
In tutte le ripartizioni territoriali individuate il recupero dei “no” al referendum 2026 si colloca fra il 22% e il 44% rispetto alle amministrative di un anno prima. I “recuperi” percentualmente minori si verificano nei comuni di minore dimensione delle province di Lucca (+22,6%), Siena (+23,3%) e Pisa (+24,8%). Il recupero più elevato si ha nei capoluoghi di Massa e Carrara (+44,8%), seguito da Lucca (+40,8%). Facendo un confronto 2010-2026, si ha un saldo negativo in 11 raggruppamenti, fra i quali nessun centro urbano, e quasi tutti i centri minori, in particolare quelli di Grosseto e Siena, e alcune aree intermedie, in particolare quella livornese colpita dalla crisi della siderurgia.
Unico aggregato di centri minori in cui c’è un certo recupero rispetto al 2010, sono quelli della provincia di Lucca (+5% – nel più lungo periodo si potrebbe porre il tema di un recupero nel PD della subcultura democristiana migliore che in altre aree). Il saldo globale 2010-2026 è più favorevole al “no”/sinistra nei tre centri urbani di Lucca (+27,2%), Pisa (+17,9%) e Firenze (+16,1%).
Insomma, la tendenza, del resto nitida anche a livello nazionale, di una forte dinamica del No nei centri urbani maggiori trova conferma. Può dipendere da una maggior quota di “voto di opinione di destra”) nelle città capoluogo, o da una maggiore capacità di “rimobilitazione” di ex elettori di sinistra. Il fatto che, fra i centri urbani, sia più debole la dinamica aggregata del no/sinistra a Prato e Pistoia può essere correlato con i caratteri maggiormente industriali di questi due centri rispetto alle altre città.
In qualche modo emblematico di un “cambiamento di pelle” dell’elettorato della sinistra è il fatto che la relativa quota nelle città capoluogo, che nel 2010 era inferiore alla media regionale (59% verso 59,7%), nel 2026 diventa superiore (60% rispetto a 59,2%), “sorpasso” che del resto già vigeva alle regionali 2025 , meno pronunciato (59,5% rispetto a 59,1%). Simmetricamente il dato della sinistra nei centri minori del 2010 (59,1%) va confrontato con un valore inferiore (55,8% nel 2026).
La “Toscana rossa” tradizionale viveva dell’eredità della composizione sociale mezzadrile (e di alcuni poli operai/minerari); adesso però evidentemente la sinistra si trova a maggior agio coi “ceti medi riflessivi” urbani (e questo rimanda ad una divaricazione fra sinistra popolare e sinistra liberale che, al di là delle possibili valutazioni, è ben messa in luce da Sahra Wagenknecht).
Questa tendenza si incardina perfettamente in una tendenza di livello non solo nazionale ma europeo. In tutti i paesi occidentali europei (lasciamo da parte quelli dell’Europa orientale e scandinava) l’ascesa delle destre ha al suo centro i luoghi decentrati, “interni”, “profondi”, “provinciali”.
È una tendenza di cui si è cominciato a discutere nel referendum francese (avverso al trattato di Maastricht) del 2005, quando si è contrapposto (in un paese ben più strutturato del nostro) l’elettorato delle grandi città a quello delle aree interne, rilevando addirittura una differenziazione antropologica fra “perdenti” e “vincenti” della globalizzazione, gli ultimi più istruiti, informati, ricchi, ottimisti, e meno portati al voto a forse “antisistema”.
E’ una tendenza che, con parecchie specificità che non è il luogo di discutere, è proseguita negli anni fino ad oggi; da un certo punto di vista il corrispettivo francese alla vittoria amministrativa della destra nel 2019 alle elezioni municipali di Piombino, è la conquista lepenista del piccolo centro siderurgico di Hayange in Lorena, ad opera di un sindaco, ex sindacalista trotskista delle acciaierie, nel 2014, confermato fino ad oggi.
Analogamente nella Spagna, nella Gran Bretagna, nel Portogallo, nella Germania, l’ascesa dei partiti di estrema destra ha sempre come motore le province “interne”, dimenticate, “marginali” e non le grandi metropoli, anche se con dinamiche specifiche ai vari paesi (tema ulteriore sarebbe quello delle differenti parabole del c.d. “populismo di sinistra”: Podemos, 5 stelle, BSW, ma ci vorrebbe troppo spazio per affrontarlo seriamente).
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IL PAESE IMMOBILE, IL FATTORE ANTIFA
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