Sulla strategia del Presidente Trump è difficile fare congetture. A prima vista, pare persino che non ne abbia nessuna e che si muova random. L’ultima sua uscita parla di “un buon affare”, che, alla fine, conseguirebbe a una guerra, che viene data, comunque, non come un blitz di un giorno, ma di qualche settimana. A noi spettatori e protagonisti involontari, resta lo spazio incerto della constatazione dei fatti, della presa d’atto delle dichiarazioni ufficiali e, naturalmente, delle inevitabili congetture.
Qualora esistesse una strategia americana, essa potrebbe essere razionalmente costruita attorno alla seguente ipotesi: la Cina è il competitore emergente da tempo, che può e intende scalzare l’impero americano. E allora scatta “la legge degli imperi”: quando un impero egemone entra in crisi, sia per vicende interne, sia perché un altro è in ascesa minacciosa, allora la guerra diventa l’esito obbligato. È una dinamica che Tucidide ha lucidamente spiegato nella sua opera Περὶ τοῦ Πελοποννησιακοῦ πολέμου (Sulla guerra pelopponesiaca), durata dal 431 a.C. al 404 a. C. tra Atene e Sparta. Una guerra mondiale dell’epoca, perché coinvolse anche la Persia.
Seguendo “l’ipotesi cinese”, si tratterebbe di isolare la Cina, tagliando le sue linee di rifornimento energetico, quali Venezuela e Iran, assicurandosi, in quest’ultimo caso, il controllo dello stretto di Hormuz, che è il passaggio globale dei commerci con l’emisfero nord. La benevola attenzione che Trump ha riservato, finora, a Putin troverebbe una spiegazione nel tentativo di strapparlo all’alleanza con la Cina, regalandogli un pezzo di Ucraina e di Europa orientale. Che la Cina stia diventando il competitor globale degli USA è un dato consolidato dagli inizi del Terzo millennio, in particolare dall’epoca di Obama e Biden.
La novità consiste nelle modalità dell’affronto. Mentre le Presidenze precedenti si ritiravano dai teatri di guerra ritenuti secondari, dalla Siria all’Afghanistan, ma tenevano stretta la rete delle alleanze, in primo luogo con l’Unione europea e la Nato, Trump sembra muoversi nella logica non solo del “First”, ma anche dell“Alone”. L’unica alleanza visibile, finora, è quella Trump-Netanyahu. Solo la Gran Bretagna è stata “avvisata” dell’inizio del conflitto. Se l’ipotesi cinese tiene, allora tutte le altre giustificazioni per iniziare la guerra sono casuali e strumentali rispetto al fine, riguardino esse il pogrom del 7 ottobre 2024, la pretesa iraniana di disporre dell’arma nucelare, i massacri di massa perpetrati da Khamenei e soci nel mese di gennaio.
Diversamente dai wilsoniani alla Roosevelt e dai neo-con alla Bush jr., a Trump non interessa il “regime change”, inteso come promozione del passaggio da un regime dittatoriale o teocratico ad un regime democratico occidentale. D’altronde, su questo non gli si può dare torto, l’ultima volta che gli Usa hanno felicemente favorito un “regime change” è stato tra il 1941 e il 1945 in Europa e in Giappone.
Da allora mai più. In Cile nel 1973 hanno favorito il “regime change” all’incontrario e così varie volte in America latina. Dopo l’89 nell’Europa orientale, a parte sotterranei appoggi esterni, fu il disastro economico e la frattura dei gruppi dirigenti comunisti ad avviare lenti cambi di regime, quanto meno ad introdurre le libere elezioni e la formazione dei partiti politici. Nel 2004 in Iraq gli USA hanno sciolto l’esercito e ne hanno spinto i quadri a mettere in piedi l’ISIS. La Libia di Gheddafi è regredita da uno “Stato canaglia” a due “Stati-clan”. Della Siria e dell’Afghanistan si è detto. Il “regime change” non è una storia di successo. Ancora meno rischia di esserlo in Iran sia per la resistenza ramificata della teocrazia sia, qualora questa cedesse, per il rischio di dissoluzione dello Stato iraniano in una guerra civile tra le sue etnie maggiori e minori: Persiani, Curdi, Pashtun, Tagiki, Baluci, Luri, Osseti, Armeni…, che parlano lingue diverse e praticano fedi diverse. La variante libica del “regime change” non è affatto esclusa.
Chi vince, qui, è “il piccolo Satana”, come l’ayatollah Khomeini definì Israele. Il quale si libera, finalmente, di una minaccia esistenziale, che lo ha tormentato per 47 anni e che gli aveva stretto attorno il cappio sciita, dagli Houthi a Sud fino a Hezbollah a Nord, fino al pogrom del 7 ottobre 2024.
Quanto al quadro geo-politico mediorientale, l’Islam sunnita ne esce rafforzato, ma con rivalità crescenti tra Arabia Saudita e Turchia, che persegue un disegno neo-ottomano nel Mediterraneo.
E noi che c’entriamo in tutto ciò? Noi Europei, intendo. Al momento assai poco. Possiamo lanciare appelli alla pace e alla diplomazia, nel nome di un nobile pacifismo, ma nel mondo nuovo che viene avanti siamo degli alieni. Il mondo nuovo? È stata la nostra feconda e felice illusione del dopo 1945. In realtà, ci riappare la Storia umana, quale si è svolta lungo i millenni: guerre interrotte da tregue e paci provvisorie.
E ciò pone, in breve, due questioni: una filosofica e una geopolitica immediata. Quella filosofica riguarda la natura umana. È persino banale riconoscere che non è cambiata molto negli ultimi trecentomila anni, comunemente accreditati alla storia dell’Homo sapiens sapiens. Se sia appropriata la duplicazione dell’aggettivo è questione aperta. In ogni caso, la natura umana è quella che vediamo ogni giorno, un mix di amore e di odi, di passione e rabbia, di cosmos e di caos, di paradiso e inferno. Questa è la realtà effettuale. Prescinderne in nome di un pacifismo rousseauiano, secondo cui la natura umana è innocente e, semmai, sono le istituzioni sociali e politiche che la pervertono, significa prendere congedo dalla realtà. Gli uomini, presi singolarmente o collettivamente, sono da sempre un campo di battaglia delle antinomie sopra elencate. Si potrebbe dire tra Bene e Male.
Il tempo annunciato dal profeta Isaia in cui “Forgeranno le loro spade in aratri” e “Il lupo dimorerà con l’agnello” resta un tempo utopico, almeno finché, per citare il profeta Ezechiele, l’uomo non sarà dotato di “un cuore nuovo”. In attesa di tale “trapianto”, siamo obbligati a tentare ogni giorno, incessantemente, di parlare, educare, comportarci secondo ragione, amore, fiducia, dialogo.
Il guaio è che non basta. Perché siamo strutturati per comunità e società, per Nazioni e Stati. Mentre l’uso della violenza è disciplinato all’interno degli Stati, non è così nei rapporti tra gli Stati. Dalla Pace di Westfalia del 1648 è stato tentata la costruzione di un Diritto internazionale, che regolasse persino la guerra. Il Diritto internazionale funziona se esiste una Forza che lo fa rispettare. Ma se la Forza è frammentata in forze contrapposte, il Diritto internazionale è paralizzato. L’ONU ha esercitato un ruolo finché le Potenze uscite vittoriose dalla Seconda guerra mondiale glielo hanno consentito. Non bisogna farsi illusioni. La storia degli “ordini mondiali” che si sono susseguiti negli ultimi diecimila anni è punteggiata di guerre “globali”.
La transizione da un “ordine” all’altro è sempre accaduta attraverso la guerra. Ciò che è cambiato dal 1949, quando l’URSS mise fine al monopolio nucleare americano, è la natura della guerra. Il nucleare e il biologico sono capaci di mettere fine non solo ad un vecchio ordine, ma alla storia dell’homo sapiens. Che cosa ha impedito che “la guerra fredda” si accendesse dei bagliori nucleari? Non l’amore dell’uomo per l’altro uomo, ma la paura dell’uomo per l’altro uomo: la MAD – Mutual Assured Destruction. I Romani la chiamavano: “Si vis pacem, para bellum”. È guidata dal principio: “A ciascuno secondo la sua capacità di minaccia”. Ora, nell’epoca degli Stati-Impero, solo la Francia e la Gran Bretagna qui in Europa hanno tale capacità. L’Unione europea non ne dispone. Possiamo versare miliardi all’Ucraina, ma sul piano geo-politico non bastano.
Se la pace non è più un optional, ma la condizione necessaria dell’esistenza della specie, per preservarla occorre impedire la guerra. Per impedirla, occorre essere efficaci nella minaccia. Occorre essere armati. Condizione non ideale, certamente sgradevole, imbarazzante, contraddittoria e costosa. È assai più bello andare in piazza con le bandiere arcobaleno a invocare un mondo di pace, di giustizia e di amore.
La somiglianza tra lo Zoroastrismo, nato in Persia, e l’Ebraismo (nato nella terra di Canaan da gruppi di pastori provenienti dal Sinai, guidati da Abramo, che proveniva da Ur, città sumera il cui sito archeologico si trova vicino a Nasiriyya nell’attuale Iraq, vicino alla foce dell’Eufrate) è il riconoscimento che nella storia dell’uomo esistono il Bene e il Male. Per l’Ebraismo e per la sua” eresia” cristiana il Male è redimibile, per Zoroastro no. Finché la specie “homo sapiens” sarà in grado di abitare questo pianeta, la speranza ebraico-cristiana ci invita aduna presa d’atto realistica del Male e a combatterlo con altrettanto realismo.
Il Male è redimibile, non per sempre, ma solo di volta in volta, per ogni individuo, per ogni generazione.
L’ILLUSIONE DELLA PACE E LA LEGGE DEGLI IMPERI – da www.gariwo.it


AHHH IL BUON VECCHIO DIRITTO INTERNAZIONALE, SIGNORA MIA!
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