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POLITICHE INDUSTRIALI, ECCELLENZE E PARTENARIATO

I protagonisti dei tavoli partecipativi o di concertazione tra istituzioni, associazioni di imprese e organizzazioni sindacali fino a che punto hanno operato per sanare la fragilità del modello estensivo di sviluppo dell’industria toscana?

di Andrea Balestri | 21 Febbraio 2026

MarcoButi, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto in un denso documento di poche cartelle (Manifesto per la reindustrializzazione) formulano una diagnosi lucida e allarmante sulla deindustrializzazione della Toscana.  Il documento traccia la direzione generale delle azioni da varare per contrastarla. Prospetta una coraggiosa riorganizzazione del tessuto industriale, con gli inevitabili scompensi temporanei propri di tutte le riorganizzazioni, ed invita le istituzioni regionali, tramite un nuovo partenariato con gli attori economici e sociali, ad adottare strumenti adeguati e diversi da quelli sin qui coltivati.

Nel vivace confronto seguito alla diffusione del Manifesto, corpi intermedi e istituzioni non si sono chiesti se negli ultimi venti anni è stato abbastanza per invertire il declino e soprattutto come lo si è fatto. I primi hanno puntualizzato che da tempo sollecitano l’adozione di una vera politica industriale; le altre che hanno già adottato varie misure nella direzione auspicata. È il caso di ricondurre questa acquiescenza tra i destinatari primari del Manifesto al fatto che concetti apparentemente lineari come politiche industriali, eccellenze e partenariato nascondono in realtà visioni diverse?

Nel Manifesto il perno della politica industriale è individuato in un coraggioso ossimoro: “organizzare la distruzione creatrice” del sistema produttivo. Mettiamo momentaneamente da parte gli interventi di tipo trasversale dell’Articolo 173 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea e quelli mirati a sostenere settori (codici ATECO) come il Sistema Moda o obbiettivi di carattere generale come gli investimenti in nuovi macchinari, agevolazioni per acquisizione di servizi, risparmio energetico…. L’obbiettivo diventa orientare le imprese esistenti o nuove imprese direttamente verso attività con un piede ancorato nel futuro. Per esempio, non gli incentivi ad imprese che recuperano (nobile obbiettivo) materie prime in una logica di economia circolare (esempio: riciclo meccanico degli stracci di lana, una goccia d’acqua nel mare dei rifiuti tessili in cui le aziende pratesi sono già leader) ma progetti industriali candidati a ruoli di protagonisti nel riciclo chimico o termico-meccanico in grado di separare nei rifiuti poliestere, cotone ed elastomeri che, insieme, fanno più dell’80% delle fibre tessili. Ovviamente interventi orizzontali e trasversali non si escludono a vicenda. La novità, piuttosto, è la selezione mirata dei progetti imprenditoriali in base a precisi obbiettivi di rigenerazione dell’industria toscana.

Lo stesso termine “partenariato” può generare equivoci. I protagonisti dei tavoli partecipativi o di concertazione tra istituzioni, associazioni di imprese e organizzazioni sindacali fino a che punto hanno operato per sanare la fragilità del modello estensivo di sviluppo dell’industria toscana? Si è mai analizzato lo scollamento tra le attese e i risultati delle politiche pubbliche regionali, spesso masticate nei ridondanti tavoli di concertazione? Qui preme sottolineare che non si tratta di disconoscere l’utilità della concertazione o l’importanza di questi tavoli. Corpi intermedi e istituzioni sono mossi da buona volontà e passione ed operano con professionalità, soprattutto nel mitigare gli effetti delle crisi. L’appunto verte su un altro aspetto. Le riorganizzazioni che passano attraverso le distruzioni creative sono scomode e impongono sacrifici. Le associazioni di imprese e le organizzazioni sindacali, per loro natura, difendono gli interessi legittimi dei rispettivi iscritti e questo, comprensibilmente, si traduce più in atteggiamenti di difesa che in tensioni verso l’innovazione. Così diventano involontariamente parte del problema. Considerate le novità del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale Comunitario 2027-2034, il Manifesto invita a rimboccarsi subito le mani. Il Manifesto non specifica il profilo operativo dei nuovi partenariati. Per essere più efficaci dovrebbero evitare la semplice sommatoria delle rappresentanze. Mweglio pensare a partenariati più piccoli e più numerosi che si possono costituire attraverso concorsi di idee ai quali invitare, in base alla natura dei progetti, network costituiti ad hoc tra imprese, ricercatori, manager e società finanziarie (non solo regionali). I progetti più promettenti e sostenuti da partner qualificati per profili professionali dovrebbero avere priorità nell’allocazione dei fondi.

Anche il concetto “eccellenza”, usato sovente con una certa disinvoltura, andrebbe contestualizzato e, possibilmente, parametrato su una scala di valori. Pensiamo alla copiosa letteratura economica che ancora pochi anni fa celebrava le eccellenze dei distretti industriali e del Made in Italy, due pilastri del modello di sviluppo estensivo a salari medio bassi che il Manifesto per la reindustrializzazione esorta a superare. Un “modello”, per inciso, è una rappresentazione stilizzata dei fattori distintivi di competitività di un determinato sistema socioeconomico e della loro coerenza con i valori della comunità di riferimento. Negli ultimi venti anni la varianza interna al sistema economico regionale è aumentata: settori, meglio parti di settori, come la farmaceutica, la nautica, la meccanica e la carta hanno performance paragonabili a quelle delle più forti regioni europee.  Ci sono, inoltre, numerosi casi di aziende e di piccole filiere di tutto rispetto (agroalimentare, hospitality, logistica, vivai…) e circa 500 imprese industriali estere per 35.000 addetti con robuste incidenze di laureati STEM. Una delle prime cose da fare sarà l’aggiornamento con strumenti di business analysis e prospettive di sviluppo delle mappe competitive dei settori e delle filiere regionali.  

Il Manifesto esorta istituzioni e corpi intermedi in quanto responsabili delle scelte politiche regionali a varare strumenti di intervento nuovi e più efficaci. Speriamo che l’invito non finisca ostaggio del rumore di fondo dei rituali tradizionali e che non manchino coraggio e visioni!

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Pubblicato in : Economia, Politica

Info Andrea Balestri

economista, ha svolto incarichi in centri studi, associazioni di categoria e fondazioni filantropiche. Negli ultimi anni si è occupato di enti del Terzo Settore e di Bilanci sociali. Tra le sue pubblicazioni: Ricerche, immagini e testimonianze sul futuro di Prato (1986), Cambiamento e politiche industriali nel distretto tessile di Prato (1990), Imprenditori e distretti industriali (1994), Flanelle e velour. Lanifici e impannatori a Prato (2002), La metamorfosi del sistema industriale apuano (2010); Le ragioni del marmo (2016), In cerca di empatia. Il settore lapideo, le imprese e le comunità locali (2018); Tra Prato e Carrara. Tre passi nella storia e una finestra sul futuro della Toscana settentrionale (2021)

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Robert Lorge

    23 Febbraio 2026 alle 07:42

    excellent Andrea.

    Rispondi
  2. Vincenzo Bonelli

    24 Febbraio 2026 alle 09:17

    Voci autorevoli si sono succedute dopo la presentazione del Manifesto per la reindustrializzazione della Toscana, avvenuta l’otto settembre dello scorso anno. Sono compiaciuto per l’attenzione che questo tema ha riscosso tra gli amministratori e i gli opinionisti del nostro territorio.
    Il pericolo sta che si generi solo un rumore di fondo che non affronta il problema evidenziato dal Manifesto.
    Ottimo l’intervento di Andrea Balestri che entra nel concreto e si stacca dal coro di fondo.
    Penso che le Associazioni d’impresa dovrebbero partecipare a questo dibattito, aprendo una discussione tra i propri associati sulle cose da fare nelle proprie imprese con l’obiettivo di poter avanzare nei confronti del Pubblico proposte che vadano oltre l’elencazione dei problemi atavici ancora irrisolti (alto costo dell’energia, eccesso di burocrazia e lentezze amministrative, ritardi nel sostegno all’innovazione e nell’adeguamento infrastrutturale..).
    Si tratta di far diventare le iniziative da prendere nelle imprese per rilanciare l’industria della nostra regione, purtroppo per lo più fragile, consapevolezza degli imprenditori associati e coscienza delle parti sociali del territorio.
    In questo modo si potrebbe uscire dallo schema tradizionale della lamentazione per la mancata politica industriale a cui la politica risponde con generiche misure scollegate tra loro e non coerenti con il quadro europeo. Spesso con misure a pioggia che non accompagnano le imprese nella trasformazione necessaria per rilanciarsi con uno sguardo al futuro.

    Che fare? Proviamo a proporre alle imprese del nostro territorio di fare il punto sulle tecnologie che autorevoli esperti del settore industriale italiano ritengono adeguate al nostro sistema industriale e che possono essere integrate rapidamente.
    Quale è lo stato dell’introduzione di queste tecnologie chiave dove possiamo effettivamente contare?
    Quale è il livello di concentrazione delle scelte imprenditoriali sulla manifattura avanzata e l’automazione?
    A che punto siamo con:
    la digitalizzazione industriale e l’utilizzo dell’AI per l’industria
    le tecnologie per la transizione energetica applicata ai processi produttivi,
    l’utilizzo dei materiali avanzati,
    la meccatronica,
    i sistemai complessi,
    la servitizzazione
    i modelli data-driven.

    Questo non vuole essere un elenco esaustivo. Gli esperti dicono che ci sono tecnologie che parlano il linguaggio delle produzioni delle nostre imprese industriali. Ci sono imprese che possono testimoniare queste esperienze. Il Paese dispone di competenze ingegneristiche e tecniche diffuse, un capitale che impiegato nelle condizioni migliori può produrre valore e fare la differenza. Dobbiamo fare sistema e l’associazionismo può svolgere questo compito e essere soggetto promotore di cultura industriale al passo con il cambiamento.

    Rispondi

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