Dani Rodrik su PS- Project Sindacate del 16 dicembre ha pubblicato un intervento di rilievo nel quale sostiene – non è il primo, non sarà l’ultimo – che si è affermato ormai un nuovo Consensus Post-Neoliberal (“The Post-Neoliberal Consensus Is Here”) e che sulla morte del neoliberalism concordano ormai ampi settori della sinistra (Bernie Sanders) e della destra (Steve Bannon)
https://madan.org.il/en/news/post-neoliberal-consensus-here
Secondo la sua analisi, tre elementi stanno alla base di questo nuovo consensus:
1. il riconoscimento che la concentrazione del potere economico è diventata eccessiva e che è necessario tagliare il potere economico e politico delle élites delle grandi aziende, della finanza e delle big tech.
2. l’importanza data alla restituzione di dignità alle persone e aree che il neoliberalism ha lasciato indietro ed I buoni posti di lavoro sono essenziali a questo scopo perché sostengono una robusta classe media che è fondamentale per la coesione sociale e una democrazia vitale.
3. il ritorno del ruolo attivo del governo nel dar forma alle trasformazioni economiche necessarie: è necessaria una rinnovata politica industriale, nella consapevolezza che I posti di lavoro non potranno venire dalla manifattura ma dai servizi.
(Nota della Redazione)
Alessandro Petretto
Dani Rodrik è un grande economista, in odore di Nobel, anche se essendo turco è spiazzato da Daron Acemoglu che lo ha preso quest’anno. Per lungo tempo, nei suoi trascorsi ad Harvard e Princeton, ha dato importanti contributi alla disciplina economica “hard”, quella basata su modelli teorici molto analitici e formalizzati in temi come l’economia internazionale, lo sviluppo economico e la political economy. Con la maturità ha spostato i suoi interessi verso la versione “soft” della disciplina, fatta di approfondite riflessioni, non meno stimolanti, sulla direzione intrapresa dal mondo globalizzato, sui problemi della giustizia sociale e della pace.
Il brano che commentiamo rientra in quest’ultima prospettiva. Qui Rodrik individua un bersaglio, il neoliberalism – che non conviene tradurre per non ingenerare una confusione nominalistica (nel solco dello storico dibattito Croce-Einaudi) – cui riconnette una serie di incongruenze che sfociano in disuguaglianza, povertà diffusa, sopraffazione e discriminazioni sociale. Il suo contraltare è ciò che chiama post-neoliberalism.
Il primo è sfociato nel sistema economico trumpiano, fatto di grandi concentrazioni economiche e politiche, sovranismo economico, limitazione degli scambi internazionali paritetici; il secondo è un nuovo consensus cui convergerebbe una parte rilevante dell’intellighenzia americana, basato sull’intervento pubblico in economia, politiche redistributive, lotta ai monopoli e fornitura di beni pubblici. Propongo qualche sommessa considerazione critica.
La prima considerazione che si può fare è che questa contrapposizione è evidente in USA ma non in Europa, dove i sovranisti, per quanto politicamente molto rinforzati nel tempo e oggi ampiamente rappresentati nei parlamenti, non hanno attecchito se non marginalmente nelle grandi università, negli ambienti scientifici a causa di una struttura culturale molto debole. Nessuno, con una qualche base di studi di economia, potrebbe mai associare un qualunque concetto di liberalismo con i dazi all’importazione. Quanto alla formazione di concentrazioni di potere di origine continentale, queste sono rare e i meccanismi antitrust ancora funzionano, sorretti da una solida legislazione europea volta a favorire e tutelare la concorrenza.
I principali paesi membri dell’EU hanno una presenza dello stato dell’economia pervasiva: poco meno della metà del PIL è assorbita dal settore pubblico e la pressione fiscale è oltre il 40%, una dimensione impensabile in USA. Per quanto l’ammirazione per Trump non sia rara, Il neoliberalism trumpiano non è celebrato dalla cultura economica europea e questo spiega l’avversione dello stesso presidente americano nei nostri confronti.
Una seconda considerazione riguarda la diffidenza di Rodrik verso i vantaggi di una reindustrializzazione del tessuto economico USA che molti auspicherebbero per ridimensionare gli effetti del neoliberalism. Il grande economista vi intravede i rischi di una ulteriore concentrazione di potere che questo processo può comportare a differenza di una maggiore rilevanza dei servizi, tendenzialmente più diffusi nell’economia.
Invece in Europa, dove i sistemi di imprese manifatturiere sono più frammentati, insistiamo sulla reindustrializzazione perché da noi in molti casi una caduta dell’industria e uno sviluppo dei servizi comporta un abnorme proliferare di attività a basso valore aggiunto, poco innovative come la ristorazione e l’accoglienza per venire incontro ad una domanda pronunciata del turismo. Servizi ad alto innovazione, digitalizzazione e IA, emergono solo se si sviluppa l’industria di cui sono fattore complementare.
Infine, l’affermazione di Rodrik il “post-neoliberalism consensus is here” vale anchenelle scuole di economia europee ma si traduce in due diverse impostazioni culturali. Una, di stampo socialista democratico, che spinge in modo marcato sull’idea della redistribuzione intragenerazionale, tra ricchi e poveri per intenderci, sul superamento dell’allocazione delle risorse attraverso il mercato, su un settore pubblico fortemente caratterizzato da un’imponente spesa pubblica e conseguente elevata pressione fiscale.
Un’altra di stampo più liberale (ma non “neo”), che punta a privilegiare la crescita rispetto alla redistribuzione, sfruttando gli incentivi all’investimento innovativo che solo i meccanismi di mercato consentono, in cui il settore pubblico opera attraverso la regolazione indipendente e strumenti fiscali più neutrali possibile. Quest’ultima impostazione è più conforme con la tradizionale welfare economics basata sulle virtù della concorrenza e della rivalità, in cui lo stato interviene per correggere il mercato in presenza di esternalità, normare gli scambi contrattuali con il diritto civile, garantendo i diritti di proprietà nei limiti dell’interesse collettivo, promuovere l’efficienza non meno dell’equità. Possiamo dire lo stesso fine con due strumenti diversi.
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