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IL DISCORSO DEL RABBINO

Un libro che ricostruisce la genesi e le meccaniche di un grande falso antisemita di fine Ottocento, per poi diventare un’indagine sulla natura narrativa degli esseri umani: sulla potenza del racconto, sulla verità che sprigiona dal verosimile, che di bocca in bocca diviene più vero del vero.

di ignazio veca | 12 Luglio 2025

PREMESSA

immagina un antico cimitero ebraico.

Addentrati nella sua penombra, prosegui senza voltarti. A un certo punto scorgerai un manipolo di uomini, stretto attorno alla tomba di un maestro della Cabala. Li sentirai parlare sottovoce: si credono soli, nessuno può sentirli, in realtà nemmeno tu. Dove ti trovi? Quando avviene questa scena? Come nei sogni, non si sa. Ma molti anni dopo, il discorso del rabbino più anziano che non sei riuscito a sentire verrà reso noto a mezzo stampa, rivelando un piano di conquista mondiale.

Benvenuto ne Il Discorso del Rabbino, l’ultimo libro dello storico Ignazio Veca. Un libro che ricostruisce la genesi e le meccaniche di un grande falso antisemita di fine Ottocento, per poi diventare un’indagine sulla natura narrativa degli esseri umani: sulla potenza del racconto, sulla verità che sprigiona dal verosimile, che di bocca in bocca diviene più vero del vero.

Se questa storia ti sembra tremendamente contemporanea è perché lo è.

È il luglio del 1881 quando sulla rivista cattolica «Le Contemporain», pubblicata a Parigi, appare un testo che diventò di lì a poco uno dei principali manufatti cospirazionisti che imperversarono tra Ottocento e Novecento nello spazio pubblico europeo e mondiale. Intendeva fornire una idea degli scopi perseguiti dagli ebrei; di più, delle loro «più intime aspirazioni». Questa idea era nientemeno che quella di «regnare sulla terra». La scena non aveva luogo e non aveva tempo. Era una testimonianza cieca, ed era un monologo. Consisteva in una lunga citazione: insomma, riportava un altro testo. Il testo che veniva riprodotto per i lettori della rivista francese era il «discorso di un grande rabbino pronunciato in una riunione segreta». È in questa forma che l’opinione pubblica occidentale incontrò per la prima volta il Discorso del Rabbino.

In questo libro ci sono almeno due libri: il primo ricostruisce la storia di un falso storico, il secondo racconta la meccanica dietro i grandi racconti che da sempre hanno successo. Il libro di storia sfuma in un libro sull’oggi?

Mi piace pensare che ogni libro sia un viaggio. E viaggiando si toccano luoghi diversi. La meta che mi ero prefissata era la ricostruzione della genesi e della circolazione di una contraffazione antisemita. Ma ripercorrendo quella storia, l’inchiesta ha finito per analizzare le origini di una credenza più generale, di cui il Discorso del Rabbino è stata la prima compiuta espressione: il mito del complotto ebraico.

Nella seconda metà dell’Ottocento, questa credenza ha preso la forma di un racconto: alcuni ebrei si incontrano in un cimitero, uno di loro espone un piano di dominio. È un racconto suggestivo, ma è una menzogna. Eppure viene ripetuto, diffuso, e molti ci credono. Come è potuto accadere? Queste domande sono valide per qualunque narrazione che abbia successo, ieri come oggi.

Il Discorso del Rabbino è un oggetto di analisi degno di considerazione perché le cosiddette teorie della cospirazione sono meccanismi di produzione di false credenze che continuano ad abitare le nostre società.

Il Discorso del Rabbino compare per la prima volta nel 1881 sulla rivista cattolica «le Contemporain», che lo presenta come un documento del passato, facendo perdere le tracce delle sue origini. Perché venne pubblicato proprio in quel momento? E perché, sebbene sia possibile dimostrare scientificamente la sua falsità, è impossibile individuare il «primo autore»? Ci può spiegare il significato della parola «plagio» scelta per il sottotitolo: in che senso un falso è un plagio?

Il Discorso del Rabbino non è un falso nel senso classico del termine, come la falsificazione di un’opera d’arte o di un documento ufficiale: se scrivo un romanzo e lo attribuisco ad Alessandro Manzoni, sto producendo un falso; se invece copio alcuni pezzi dei Promessi Sposi mischiandoli con pezzi di una lettera di Leopardi e dico che il risultato lo ha scritto un giornalista di Lecco, sto sempre operando una contraffazione, ma di genere diverso. Qualcuno potrà anche accorgersi che ho copiato, ma io potrò sempre ribattere che il testo dice cose vere e mettendolo in circolazione avrò alzato una cortina fumogena intorno alle sue origini.

È questo meccanismo che sta dietro alla produzione e ricezione del Discorso del Rabbino. Ho proposto di definirlo quindi un plagio, cioè l’appropriazione fraudolenta di un testo altrui.

Quella manipolazione viene connessa stabilmente agli ebrei solo allora perché a quelle date la loro integrazione nelle società europee si stava faticosamente realizzando; quindi, per alcuni bisognava negarla facendone una minaccia occulta.

A inizio Novecento il Discorso del Rabbino incrocia i Protocolli dei Savi di Sion, oggi ben più noti: i Protocolli sono più idonei al nuovo momento mediatico e culturale, ereditano alcune strutture narrative, ma soprattutto ereditano la funzione di fondo, e la rendono fruibile per una nuova epoca. Un po’ come accade con i remake dei film?

La similitudine con i film è suggestiva, e si adatta del resto a prodotti di massa ben presenti al pubblico della fine dell’Ottocento, come i romanzi popolari. Solo che qui si tratta di varianti di un unico tema, quello del complotto.

Storicamente, il Discorso precede i Protocolli, e senza dubbio ne ispira la redazione. Sono però due testi diversi, per caratteristiche formali e per tipo di racconto: nel Discorso viene data voce a un personaggio autorevole, i Protocolli si presentano come i verbali di un organismo burocratico e anonimo. La funzione comunicativa è però la stessa: denunciare un piano di dominio inventandosi dei testimoni. La definizione del testo è anche simile: sono entrambi plagi, nel senso che ho chiarito prima.

A differenza del Discorso, però, i Protocolli manipolano elementi prima inimmaginabili, come i congressi sionisti o l’affaire Dreyfus. Un upgrade più che un remake, insomma.

Per far capire quanto poco conti la verità rispetto all’efficacia di un racconto, lei cita Joseph Goebbels che non aveva dubbi sulla falsità dei Protocolli, ma non li aveva nemmeno sulla loro intrinseca verità.

Scrive Goebbels nel suo diario:

“credo che i Protocolli dei Savi di Sion siano una contraffazione. Non è perché la visione del mondo delle aspirazioni ebraiche lì espressa sia troppo utopistica o fantastica – ognuno vede oggi come un passo dopo l’altro i protocolli si stanno realizzando – ma piuttosto perché io non penso che gli ebrei siano così completamente stupidi da non tenere segreti dei documenti tanto importanti. Io credo nella verità profonda, non fattuale, dei Protocolli”.

Professore, è questa la post-verità di cui parliamo tanto oggi?

L’obiettivo di ogni propagandista è quello di convincere a tutti i costi il suo pubblico e per farlo deve ignorare la differenza tra vero e falso. L’inesattezza, l’errore, il principio di realtà (e dunque la verifica di quanto afferma), gli sono indifferenti; altrimenti dovrebbe mettere in discussione le proprie convinzioni: sarebbe un pessimo propagandista.

Goebbels è stato un campione di questo atteggiamento. Per sopravvivere, ogni credenza deve ingaggiare una lotta contro la possibile dissonanza cognitiva, cioè il fatto di essere smentita dalla realtà.

Per tutta un serie di motivi, oggi l’indifferenza alla realtà si è fatta pervasiva, è a questa condizione che ci si riferisce con il neologismo “post-verità”. La differenza tra ieri e oggi non è solo nei nomi che diamo alle cose, ma anche nella qualità dei fenomeni.

Nel libro lei cita anche la vicenda di George Soros, un ungherese globale, ricco e di successo, di cui il presidente Viktor Orban si serve per la costruzione del nemico: quanto Discorso del Rabbino c’è nel Soros costruito da Orban? Perché ha scelto di aprire il libro con questa similitudine?

Ho scelto di aprire il libro con il caso Soros perché lo trovo un ottimo esempio di costruzione del nemico immaginato nel tempo presente, tanto per la sua capacità di contagiare un pubblico ampio quanto per la sua caratteristica di connettere racconti e immaginari diversi.

Naturalmente chi ha costruito il mito di Soros non aveva in mente il Discorso del Rabbino, né lo hanno presente i numerosi utenti che lo diffondono, riversandovi elementi antisemiti. Ma è proprio questo il punto: le narrazioni vengono spesso plasmate e circolano senza alcuna consapevolezza dell’origine delle loro particelle elementari, degli elementi cioè che le compongono.

Un altro parallelo con la contemporaneità lei lo traccia con il ruolo della stampa. L’antisemitismo contemporaneo poggia su due fatti di fine Ottocento: l’emancipazione degli ebrei nelle città europee e l’affermazione della stampa come primo mass media. La stampa cerca pubblico, il pubblico vuole storie. Ci suona paradossale, ma solo perché siamo soliti abbinare la diffusione della stampa all’età dei Lumi, alla nascita della cittadinanza informata, all’affermazione della ragione…

Questa visione della stampa, e in generale dell’informazione, come regno della ragione è in realtà assai ingenua. I giornali non sono il luogo naturale della verità; sono il prodotto di un lavoro culturale, sono il luogo di pratiche non sempre coincidenti: descrivere la realtà, interpretarla; ma anche intervenire sulla realtà, deformarla; e, soprattutto, venderla.

Su qualsiasi mezzo di comunicazione di massa possono viaggiare notizie vere e notizie false, scrupolose ricostruzioni della realtà e mistificazioni belle e buone. Le notizie non sono neutre, insomma, ma atti di comunicazione orientati, il cui principale scopo è circolare. È responsabilità degli operatori del settore fare in modo che esse siano degne di fede.

Come scrisse Joseph Pulitzer (che di manipolazione delle notizie ne sapeva qualcosa), «una delle principali difficoltà del giornalismo è tenere a bada l’istinto per la notizia, far sì che non prenda il sopravvento sull’accuratezza e la scrupolosità».

Se siamo un animale narrativo e oggi ci relazioniamo nelle strutture dei social network, dove la viralità è la misura di successo dei contenuti che produciamo, che spazio c’è per le premesse illuministiche del ragionamento?

Questa è la classica domanda da un milione di dollari: beato chi ha una risposta certa! Io sono uno storico, e la mia professionalità si limita al passato. Il progetto dei Lumi mirava ad emancipare dai pregiudizi religiosi e ideologici la capacità di distinguere tra vero e falso. Questa capacità può essere usata per superare i limiti degli stessi illuministi: per questo è universale.

I mezzi di comunicazione sono appunto strumenti: come usarli, dipende da noi esseri umani. Ma ogni strumento offre possibilità diverse; può favorire questo o quel comportamento, questo o quel convincimento. È il motivo per cui abbiamo il diritto di avere la maggiore consapevolezza possibile degli strumenti che maneggiamo e del loro funzionamento: solo così possiamo correggere i nostri errori. Si può fare, se lo vogliamo. Cosa c’è di più illuminista?

NOTA CASA EDITRICE

Il libro di Ignazio Veca è il primo di una serie che abbiamo chiamato «Falsi e impostori», diretta da Vincenzo Lavenia.

«Falsi e impostori costellano la storia, talvolta svanendo senza lasciare traccia, altre volte incidendo profondamente sugli eventi e plasmando il destino di intere epoche. La loro capacità di influenzare il corso del tempo dipende spesso dall’abilità con cui riescono a intrecciarsi con la realtà, tanto da renderne labili i confini. Ripercorrere le storie di celebri inganni e ingannatori ci permette di esplorare il sottile equilibrio tra verità storica, finzione e menzogna, illuminando storicamente un aspetto complesso della natura umana e della nostra percezione della realtà».

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Pubblicato in : Apertura, Cultura, Politica

Info ignazio veca

È dottore di ricerca in discipline storiche, è stato allievo della Scuola Normale Superiore di Pisa. Insegna storia contemporanea nell’Università di Pavia.

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