L’economista Don Boudreaux, lo storico dell’economia Phil Magness e un gruppo di circa 150 economisti hanno redatto la “Dichiarazione su commercio e tariffe: una dichiarazione sui principi della prosperità americana” per mettere in guardia gli americani dalle terribili conseguenze delle politiche protezionistiche introdotte dal Presidente Trump, poi sospese e modificate in un caos che ha prodotto gravi conseguenze sulla economia globale, piombata in una condizione di incertezza.
Magness afferma che la lettera, apartitica e basata su prove concrete, è un tentativo di “correggere i miti e le falsità promossi dai sostenitori dei dazi nella loro causa mal concepita”, che “imporranno costi straordinari agli americani di ogni estrazione sociale”. Boudreaux spera che la lettera spinga “gli opinionisti e gli elettori a riconsiderare il loro sostegno a queste politiche che distruggono non solo la nostra ricchezza materiale, ma anche – e soprattutto – le nostre libertà”.
Tra i firmatari anche i Premi Nobel per l’economia Vernon Smith e James Heckman
DICHIARAZIONE SUL COMMERCIO E LE TARIFFE
Una dichiarazione sui principi della prosperità americana
La prosperità dell’America è oggi, come sempre, radicata nei principi dell’imprenditorialità e dello scambio economico volontario. Per 250 anni, gli Stati Uniti d’America hanno dimostrato al mondo che un popolo lasciato libero di innovare e produrre per sé stesso e per tutti coloro che commerciano con esso, godrà di crescente abbondanza, standard di vita più elevati e maggiore sicurezza sia economicamente che militarmente.
Da quando è entrata in carica nel 2025, l’amministrazione Trump ha adottato dazi doganali protezionistici elevati tramite decreti esecutivi unilaterali. Queste misure hanno generato incertezza e caos nell’economia globale attraverso aliquote fortemente variabili e ordini presidenziali in continua evoluzione. Nel complesso, impongono il maggiore aumento delle imposte sul commercio in quasi un secolo. I fautori dei dazi descrivono queste misure come atti di “liberazione economica”. Al contrario, i dazi invertono i principi di libertà che hanno inaugurato un’era di libertà e prosperità umana guidata dagli Stati Uniti.
I Padri Fondatori d’America rifiutarono la concessione di favori politici e l’imposizione del mercantilismo. Nelle sue istruzioni ai delegati della Virginia al Congresso Continentale nel 1774, Thomas Jefferson li esortò a sostenere il diritto dei coloni americani allo “esercizio del libero scambio con tutte le parti del mondo”. Due anni dopo, la Dichiarazione d’Indipendenza elencò le cause che avevano spinto quelle colonie alla rivoluzione, tra cui una protesta contro Re Giorgio III “per aver interrotto il nostro commercio con tutte le parti del mondo”.
Oggi ci troviamo di fronte a una serie di azioni esecutive basate su affermazioni che:
· Fraintendono la storia della nostra nazione
· Non comprendono appieno la condizione economica attuale della nostra nazione
· Diagnosticano erroneamente la natura dei mali economici della nostra nazione
· Ripudiano i principi economici fondamentali, consolidati e ampiamente accettati
Noi sottoscritti riteniamo necessario offrire le seguenti osservazioni correttive sui fondamenti della prosperità americana, che si basa sui principi di “pace, commercio e sincera amicizia con tutte le nazioni”.
· Prove economiche schiaccianti dimostrano che la libertà di commercio è associata a redditi pro capite più elevati, tassi di crescita economica più rapidi e una maggiore efficienza economica.
· L’economia americana è un’economia globale che utilizza quasi due terzi delle sue importazioni come input per la produzione interna.
· I dazi dell’attuale amministrazione sono motivati da una comprensione errata delle condizioni economiche in cui versano i cittadini americani. Prevediamo che i lavoratori americani saranno i più colpiti da queste politiche errate, sotto forma di aumento dei prezzi e rischio di una recessione autoinflitta.
· Contrariamente ai timori diffusi, i deficit commerciali statunitensi non sono la prova di un declino economico statunitense o di pratiche commerciali sleali all’estero. Né questi “deficit” infliggono danni all’economia statunitense. È vero il contrario. I deficit commerciali statunitensi riflettono l’elevata fiducia degli investitori globali nell’economia statunitense. E questi investimenti, a loro volta, rafforzano ulteriormente le attività produttive e la domanda di dollari statunitensi.
· Le aliquote tariffarie “reciproche” minacciate e imposte dagli Stati Uniti ad altri Paesi vengono calcolate utilizzando una formula errata e improvvisata, priva di fondamento nella realtà economica. I calcoli si discostano dai metodi consolidati per il calcolo delle tariffe reciproche, come specificato nella Sezione 301 del Trade Act del 1974.
· Le politiche protezionistiche dell’amministrazione ripetono gli errori catastrofici della tariffa Smoot-Hawley del 1930, osteggiata da 1.028 economisti. Questi studiosi avevano capito che i dazi protezionistici avrebbero provocato una guerra commerciale di ritorsione, esacerbando così la stessa Grande Depressione che si proponevano di risolvere. Tariffe simili a quelle della Smoot-Hawley vengono imposte a un’economia globale significativamente più integrata, rischiando di avere conseguenze altrettanto devastanti per i comuni cittadini americani.
· Il “potere di imporre e riscuotere tasse, dazi, imposte e accise” era costituzionalmente riservato al Congresso in quanto rappresentante diretto ed esplicito del popolo. Le tariffe del 2 aprile sono state imposte senza il consenso di tale organismo e senza alcun principio guida comprensibile. Al contrario, il giudizio e il legittimo potere riservati al Congresso, e quindi al popolo, sono stati sostituiti da decreti esecutivi unilaterali, giustificati da improvvisate richieste di emergenza ai sensi di una legge che non contempla nemmeno l’autorizzazione delle tariffe. Questa invasione di potere è incostituzionale.
La finestra per invertire queste politiche incoerenti e dannose si sta chiudendo. Restiamo tuttavia fiduciosi che solidi principi economici, prove empiriche e gli avvertimenti della storia prevarranno sulle mitologie protezionistiche del momento.
Come economisti e studiosi di discipline affini, invitiamo il pubblico americano, e in generale il mondo intero, a unirsi a noi nel respingere questa strada sbagliata di danni indotti dai dazi. Ribadiamo invece il nostro impegno nei confronti dei principi fondamentali enunciati da George Washington nel suo discorso d’addio:
“L’armonia e i rapporti liberali con tutte le nazioni sono raccomandati dalla politica, dall’umanità e dall’interesse. Ma anche la nostra politica commerciale dovrebbe procedere con mano equa e imparziale; senza cercare né concedere favori o preferenze esclusivi; assecondando il corso naturale delle cose; diffondendo e diversificando con mezzi delicati i flussi commerciali, senza forzare nulla.”
Traduzione a cura di Luciano Pallini.
https://reason.com/2025/04/18/150-economists-sign-letter-opposing-trumps-protectionist-agenda
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