L’81º Anniversario della Liberazione dal nazifascismo, celebrato il 25 aprile 2026, si è svolto in tutta Italia con una partecipazione ampia e diffusa, ma è stato anche segnato da episodi di violenza e forti tensioni che hanno attraversato diversi cortei, in particolare a Roma e Milano. Una giornata che avrebbe dovuto essere di unità e memoria condivisa si è trasformata, in alcuni momenti, in teatro di aggressioni e prevaricazioni verso chi manifestava pacificamente.
A Milano, città medaglia d’oro della Resistenza, il tradizionale corteo nazionale dell’ANPI è stato a lungo bloccato e diviso in due a causa delle contestazioni contro lo spezzone della Brigata Ebraica, parte integrante della lotta di Liberazione, è stato violentemente contestato da gruppi di manifestanti pro‑Palestina. Per ore l’avanzamento del corteo è rimasto bloccato in via Senato e corso Venezia, tra urla, spintoni e cori offensivi.
Tra gli insulti rivolti ai partecipanti vi sarebbero state frasi a contenuto esplicitamente antisemita, come il coro “siete solo saponette mancate”, oltre a slogan che identificavano in modo indiscriminato i manifestanti ebrei come “assassini” e “sionisti”.
Le cronache della giornata parlano non solo di offese, ma di un clima di intimidazione che ha colpito anche persone identificate come ebree o vicine alla comunità, tra cui Luciano Belli Paci, figlio di Liliana Segre, protetto da un ampio dispiegamento di forze dell’ordine durante la manifestazione. Fischi e insulti hanno accompagnato il passaggio dello spezzone per tutta la permanenza nel corteo.
Dopo ore di tensione, le forze dell’ordine hanno deciso di far uscire la Brigata Ebraica dal corteo per motivi di ordine pubblico. Una decisione che ha suscitato polemiche: esponenti della comunità ebraica e alcuni politici hanno parlato di un precedente grave e senza precedenti.
A Roma e in altre città, tra cui Bologna, si sono registrati episodi di tensione legati all’esposizione di bandiere ucraine, ed europee.
In alcuni casi, delegazioni politiche e attivisti sono stati aggrediti fisicamente anche con l’uso di spray urticante e sono dovute intervenire le forze dell’ordine per evitare danni maggiori.
Le immagini mostrano aggressioni violente contro manifestanti pacifici che mettono in evidenza un clima di forte polarizzazione, in cui posizioni di parte su conflitti internazionali e contrapposizioni politiche interne si sostituiscono alla celebrazione della Festa della Liberazione.
Tutto questo pone seri interrogativi sullo stato del dibattito pubblico e sulla capacità delle piazze di custodire una memoria inclusiva e democratica della Resistenza.
Una giornata nata per celebrare la sconfitta del nazifascismo si è trasformata, in alcuni contesti, in uno spazio di esclusione e ostilità, suscitando preoccupazione non solo all’interno della comunità ebraica, ma in ampi settori della società civile.
Quando ci si dichiara pacifisti e al tempo stesso si giustifica o pratica la violenza, il rischio di una degenerazione diventa concreto. Negli anni Ottanta, seppur con ritardo, la sinistra seppe reagire in modo compatto contro la violenza politica; oggi il quadro appare profondamente diverso.
Le dichiarazioni di solidarietà, spesso rituali, finiscono per coprire un atteggiamento di sostanziale comprensione verso quei pochi che promuovono con la violenza tesi che trovano però consenso in ampie aree politiche.
L’antioccidentalismo, la diffidenza verso la resistenza ucraina, l’antisionismo, l’idea di una responsabilità collettiva degli ebrei per quanto accade in Medio Oriente, insieme a una certa indulgenza verso movimenti terroristici e dittature cosiddette “terzomondiste”, hanno ormai permeato una parte significativa della sinistra.
È giunto il momento — forse è già passato — che chi crede nei valori della Costituzione e riconosce come le società occidentali, pur nei loro limiti, restino un riferimento di civiltà in un mondo dominato da regimi autoritari, prenda posizione con chiarezza.
Mi rivolgo in particolare a chi milita a sinistra e, con la propria presenza, continua a offrire una parvenza di credibilità a forze politiche che sembrano aver smarrito il senso della storia.
Il 25 aprile è stato a lungo anche un modo per fingere che l’Italia non fosse stata complice del nazifascismo. Coloro che si opposero realmente al regime, rischiando la vita, furono una minoranza coraggiosa ma esigua.
Oggi rischiamo di ripetere gli stessi errori, seguendo nuove forme di populismo e legittimando la violenza. È necessario fermarsi a riflettere, prima che sia troppo tardi.
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INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, SERGIO MATTARELLA, IN OCCASIONE DELL’INCONTRO CON GLI ESPONENTI DELLE ASSOCIAZIONI COMBATTENTISTICHE E D’ARMA
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