Ho accolto l’invito di SoloRiformisti, ad elaborare un contributo per Soloriformisti in merito alla reindustrializzazione della Toscana.
Ho letto con attenzione gli interventi già pubblicati e il quadro che ne emerge, per merito degli autori, è quanto mai ampio. Sono stati toccati opportunamente tutti gli aspetti che possono concorrere allo sviluppo di politiche efficaci in campo industriale ed economico; si va dalla questione della formazione, alla gestione dei distretti, passando per una questione culturale che sarebbe errato sottovalutare.
Proverò quindi a tracciare qualche linea di riflessione che proviene dalla mia esperienza politica e amministrativa.
Le velocità economiche della Toscana, è risaputo, sono diverse: l’area metropolitana che ha come centro Firenze vede la generazione maggioritaria del PIL regionale, contro un’area costiera che cresce che comunque riesce a crescere. Tutte e due le aree sono comunque accumunate da una crescita lenta, 0,62 % nel 2026 (CGIA Mestre), che colloca la Toscana non certo tra le Regioni italiane più brillanti, dal punto di vista economico.
Lo sfondo: qualsiasi riflessione che riguarda impresa e investimento oggi in Italia, la Toscana non fa eccezione, non prescinde dal considerare giustizia civile e percorsi autorizzativi quali fattori di rischio in una valutazione costi benefici di una nuova iniziativa, con evidenti impatti su tempi e costi. La questione della governance urbanistica è senza dubbio uno dei fattori più importanti su cui riflettere in merito, dal punto di vista della strumentazione pubblica, legislativa e operativa. L’opportuna introduzione dell’area metropolitana ha superato la storica gestione di interessi pur legittimi, ma localizzati? Serve una nuova area metropolitana sulla costa Toscana?
Sono domande che potrebbero generare un dibattito importante, anche guardando ad esperienze di riferimento, per capire come si è gestita una area, si sarebbe detto un tempo, vasta. In merito, l’esperienza cui forse varrebbe la pena guardare potrebbe essere quella di Manchester, anzi della Greater Manchester: una zona che ha subito le trasformazioni più tipiche delle società industriali. Un modello, quello di Manchester che prevede una governance metropolitana forte, una rigenerazione industriale adattativa e comunque integrante al livello di imprese e forte attenzione alla gestione sociale dei fenomeni di gentrificazione. Un modello che combina un’azione pubblica, quindi politica, forte ad un intervento capitalistico d’impresa forte.
E’ logico che non si può trasporre un modello in maniera lineare, nonostante sarebbe bello poterlo fare (Manchester Airport: la seconda pista è stata approvata nel 1997, entrata in funzione nel 2001….e mi fermo qui), ma una discussione a livello regionale sui temi delle governances metropolitane e lo si potrebbe fare, proprio in un periodo in cui non si ha notizia di amministrazioni impegnate in discussioni su importanti trasformazioni urbanistiche rivolte allo sviluppo, ma piuttosto impegnate ad una gestione dell’esistente che non scontenti nessuno. Un banco di prova con un occhio a quel campanilismo che, in Toscana, è nel DNA… ma che forse ha bisogno di essere finalmente trasformato.
L’esempio: Darsena Europa, a più di dieci anni dalla firma dell’ADP che la prefigurava, è ben lontana dalla realizzazione: qualsiasi investitore che avesse visto, non necessariamente in ambito logistico stretto, questa opera come opportunità per creare un insediamento nuovo ha sicuramente dirottato lo sguardo altrove. Così come lo scavalco ferroviario della Tirrenica, in zona Livorno tra porto e interporto, denuncia ritardi imponenti: alcune iniziative (Pharma Hub) che in zona retroportuale hanno fatto marcia indietro, potrebbero averlo fatto in ragione di questi ritardi. Possiamo parlare, a più livelli, di fallimento tecnico, politico e amministrativo? Probabilmente sì.
Nonostante il ricorso a strutture commissariali, l’impatto legislativo rende difficile procedere speditamente alla realizzazione. Forse, ma qui la questione diviene sovraregionale e legislativa, si dovrebbe pensare alla gestione di determinate opere in corsie preferenziali ancora più efficienti in ragione di interessi strategici nazionali. Ogni infrastruttura che ritarda, che non si realizza, rappresenta un taglio a opportunità importanti di investimento.
L’opportunità: Parchi industriali e rifiuti. Andrea Sbandati su Greenreport delinea bene lo scenario di prospettiva: o si realizzano impianti a nuova tecnologia per il recupero di energia e materiale dalle frazioni irrecuperabili oppure la strada, per la Toscana, è quella dell’export e della discarica. I parchi industriali esistenti, sulla costa, rappresentano una opportunità non colta fino ad ora, per la gestione di questo tipo di rifiuto. Opportunità di difesa occupazionale e opportunità di ottimizzazione dell’uso del suolo, oltre ai benefici evidenti sul ciclo dei rifiuti. Anche qui, non si spiega l’avversione di parte del governo regionale verso iniziative come l’ossicombustore di Peccioli, che va esattamente nella direzione di una ottimizzazione del ciclo dei rifiuti e contenimento dei costi.
In conclusione e una provocazione: sul tema economico e industriale non si nota molto dibattito pubblico…ma non sarà perché dibattere su questi temi risulti “divisivo” per chi vuole includere in alleanze forze politiche rivolte più alla decrescita che alla crescita?
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RIFIUTI: ANALISI E CONSIDERAZIONI CRITICHE [17]
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