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QUANDO L’ISLAMISMO VUOLE EREDITARE LA RIVOLUZIONE: IL CAVALLO DI TROIA CUI LA SINISTRA HA ABBOCCATO

Chi semina “ambiguità” non può fingere sorpresa quando qualcun altro poi raccoglie “estremismo”.

di Nicola Minopoli | 28 Ottobre 2026

«L’Islam deve sostituire il socialismo nella liberazione dei popoli dall’imperialismo».

Questa è la frase politicamente eversiva pronunciata da Youssef Siher, indicato dagli inquirenti come figura centrale del cosiddetto Movimento 17 ottobre.

Essa non è la dichiarazione di un fedele che rivendica il diritto di professare liberamente la propria religione ma è piuttosto un manifesto ideologico, la proposta di sostituire una dottrina politica novecentesca con una religione, l’Islamismo, trasformata in “strumento rivoluzionario”.

Ed è precisamente qui che la sinistra italiana dovrebbe <<smettere di recitare la propria parte>> e cominciare a guardare la realtà.

Youssef Siher non risulta essere uno sprovveduto trascinato casualmente in piazza. Le ricostruzioni disponibili descrivono una persona laureata, formata in comunicazione e scienze politiche, già impegnata nella rappresentanza degli studenti musulmani, collaboratrice dell’ISPI e del Fatto Quotidiano, con interessi di ricerca rivolti proprio all’Islam politico e ai movimenti islamisti e se essere studioso dell’Islam politico non costituisce sicuramente reato questo stesso fatto rende insostenibile la caricatura del giovane inconsapevole prodotto dal disagio sociale.

Youssef Siher è accusato di reati gravissimi e collegato alla gestione dei canali social del <<Movimento 17 ottobre>>.

Durante le perquisizioni sarebbero stati trovati dispositivi, mappe di luoghi destinati alle mobilitazioni e materiale con indicazioni su come attaccare gli agenti. E se pur vero che tali elementi dovranno essere provati in giudizio, politicamente però è già possibile porsi una domanda: quale cultura ha reso presentabile, in determinati ambienti progressisti, l’idea di un Islam chiamato a sostituire il socialismo nella lotta contro l’Occidente?

Gran parte della sinistra europea ha commesso un errore storico, quello cioè di aver adottato una lettura del mondo nella quale chiunque si dichiari antioccidentale viene automaticamente collocato dalla parte degli oppressi.

E così qui nasce il corto circuito: l’islamismo si presenta come anti-imperialista?

Bene, subito diventa interlocutore!

Hamas massacra civili israeliani? Qualcuno lo chiama “resistenza”!

Le piazze espongono simboli e slogan incompatibili con i valori liberali? Si preferisce parlare genericamente di rabbia sociale!

Si aggrediscono poliziotti e si devastano negozi? Arrivano immediatamente sociologi, commentatori e professionisti del “sì, però”, del “bisogna capire il loro disagio”.

La violenza viene condannata, “però” bisogna comprenderla.

Il terrorismo viene respinto, “però” occorre contestualizzarlo.

L’integralismo è sbagliato, “però” non bisogna cadere nell’islamofobia.

E così a forza di “però”, la linea di confine scompare.

Sia chiaro, esiste una responsabilità culturale e politica della sinistra quando si tollera un linguaggio che nobilita Hamas come resistenza, trasforma Israele nell’imputato permanente e interpreta ogni forma di radicalismo antioccidentale come conseguenza inevitabile dell’oppressione.

Chi semina “ambiguità” non può fingere sorpresa quando qualcun altro poi raccoglie “estremismo”, è un chiaro precedente di tutto questo è la lezione iraniana che dovrebbe bastare alla sinistra per capire l’ambito in cui si sta ficcando.

Nel 1979 comunisti, marxisti, nazionalisti e rivoluzionari laici contribuirono, insieme alle forze religiose, alla caduta dello scià. Molti considerarono l’islamismo di Ruhollah Khomeini un alleato tattico contro l’imperialismo e l’autoritarismo.

L’alleanza durò il tempo necessario alla conquista del potere. Una volta consolidato il nuovo regime, le componenti laiche e marxiste furono represse, incarcerate, costrette all’esilio o eliminate. La rivoluzione che alcuni credevano di poter orientare si trasformò in una Repubblica islamica nella quale la legge religiosa dominava sulle libertà politiche e individuali.

La lezione è elementare: chi considera l’islamismo un alleato provvisorio perché condivide il nemico occidentale dimentica che l’islamismo non vuole soltanto demolire l’ordine esistente ma vuole sostituirlo con il proprio.

La frase di Youssef Siher lo esprime con chiarezza quasi didattica: l’Islam dovrebbe prendere il posto del socialismo.

Si!!! Avete capito bene! Prenderne il posto !!! n

Non collaborare, non dialogare, non convivere. Sostituire proprio!!!

Eppure gran parte della sinistra e i movimenti ad essi legata, dai propal, ai NO-Tav fino agli anarcoinsurrezionalisti sfasciatutto e pro-Hamas continua a comportarsi come se potesse “utilizzare” l’islamismo come forza di protesta, ignorando invece che è proprio l’islamismo a voler utilizzare la sinistra come veicolo di legittimazione.

Prima alleati quindi, poi subordinati e infine superflui e quindi da eliminare e il paradosso è un vero corto circuito perché se c’è un soggetto che dovrebbe essere politicamente più distante dall’islamismo questo è proprio la sinistra.

La sinistra storica, infatti, si è battuta per l’emancipazione delle donne, per la libertà sessuale, per la separazione tra Stato e religione, per il diritto al divorzio, per la libertà di coscienza e l’uguaglianza giuridica.

L’islamismo invece propone esattamente l’opposto: subordinazione della legge civile a quella religiosa, compressione del dissenso, concezione patriarcale della società e ostilità verso libertà individuali considerate decadenti o contrarie alla fede.

Eppure vediamo settori progressisti applicare un curioso doppio standard mentre la minima influenza cristiana sulla vita pubblica viene denunciata come clericalismo.

Davanti all’islamismo politico, invece, compaiono improvvisamente il contesto, la sensibilità culturale e il timore di discriminare.

Questo non è “rispetto” per una cultura diversa ma rappresenta una ignobile resa intellettuale agli islamisti.

Sia chiaro, un musulmano ha pieno diritto di vivere, pregare e partecipare alla società europea ma un islamista non ha “alcun diritto” di pretendere che la Costituzione arretri davanti a una dottrina religiosa e questo ce lo illustra bene Israele.

Il rapporto con Israele è diventato infatti la radiografia di questa crisi culturale.

Sia chiaro, si può criticare duramente il governo israeliano, si può chiedere di accertare e perseguire eventuali violazioni del diritto internazionale ma chiamare “resistenza” Hamas significa cancellare deliberatamente il 7 ottobre, gli ostaggi e il massacro di civili.

Quando la simpatia per la causa palestinese diventa indulgenza verso l’islamismo armato, non siamo più davanti alla solidarietà umanitaria ma siamo davanti alla sostituzione della coscienza con la militanza.

La causa palestinese merita di certo una politica, Hamas invece merita di certo una condanna e chi non distingue le due cose non aiuta il popolo palestinese ma aiuta Hamas a presentarsi come unico interprete del loro destino.

Secondo le ricostruzioni disponibili, a Youssef Siher è stata contestata anche la nuova fattispecie relativa alla violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, introdotta dal recente decreto sicurezza del governo Meloni. I fatti e le responsabilità dovranno essere accertati dalla magistratura, ma il principio politico è corretto: la libertà di manifestare non comprende la facoltà di organizzare aggressioni, devastazioni o azioni finalizzate all’eversione dell’ordine democratico.

Lo Stato liberale non deve certo perseguitare idee religiose ma deve però colpire con fermezza l’istigazione alla violenza, l’organizzazione di disordini, il finanziamento del terrorismo, l’antisemitismo, la propaganda jihadista e qualsiasi progetto diretto a sovvertire con la violenza l’ordinamento democratico e questo non certo per difendere un Governo ma per difendere la libertà di tutti.

La domanda quindi per Elly Schlein, Giuseppe Conte e per l’intero campo progressista è semplice: l’Islam deve sostituire il socialismo nella lotta contro l’Occidente?

Se la risposta è no, allora:

1_ bisogna dirlo senza esitazioni e trarne le conseguenze

2_ bisogna smettere di chiamare resistenza il terrorismo

3_ bisogna rompere ogni ambiguità con l’islamismo politico

4_ bisogna difendere la laicità anche quando la religione interessata non è quella cattolica

5_ bisogna condannare chi aggredisce le Forze dell’ordine senza trasformarlo immediatamente nella vittima di un sistema repressivo

6_ bisogna riconoscere che l’antioccidentalismo non è automaticamente progressista

7_ e bisogna comprendere che una democrazia la quale rinuncia a difendere i propri principi non diventa più inclusiva ma diventa soltanto più vulnerabile.

In conclusione dobbiamo dire che la storia non si ripete mai esattamente nello stesso modo ma punisce con sorprendente regolarità chi sceglie di non comprenderla.

La sinistra iraniana credette di poter cavalcare l’islamismo rivoluzionario ma fu l’islamismo a cavalcare, usare e infine reprimere la sinistra.

Oggi una parte della sinistra europea sembra nuovamente attratta dall’illusione che il nemico del proprio nemico sia necessariamente un alleato.

Povera stupida sinistra!!!

Non lo è!!! L’islamismo politico non condivide il progetto progressista ma condivide soltanto alcuni dei suoi bersagli: Israele, l’Occidente, l’ordine liberale, l’autorità dello Stato.

Poi, eliminati quei bersagli, resteranno le donne da controllare, i dissidenti da zittire, gli omosessuali da perseguitare, la libertà religiosa da subordinare e gli ex alleati laici da rendere innocui.

Chi oggi offre all’islamismo una patente di rispettabilità progressista non sta costruendo la liberazione dei popoli ma sta consegnando all’intolleranza religiosa il linguaggio, le piazze e la legittimazione che le servono per entrare nella democrazia e lavorare contro di essa.

La sinistra può continuare a non vedere, può continuare a chiamare islamofobia ogni allarme, può continuare a confondere musulmani e islamisti, fede e progetto politico, Palestina e Hamas ma non potrà dire, domani, di non essere stata avvertita perché chi propone di sostituire il socialismo con l’Islam non sta chiedendo integrazione ma sta annunciando una successione. E soltanto una politica cieca come quella della attuale sinistra, che di sinistra non ha più nulla , può applaudire il proprio aspirante erede.

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…

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Pubblicato in : Cultura, Politica

Info Nicola Minopoli

Laureato all’università di Medicina e Chirurgia di Napoli nel 1986, con il massimo dei voti e lode. Specializzato in Pediatria, in Neonatologia e in Malattie Infettive Pediatriche presso l’Ospedale Mayer di Firenze.
Dal 1991 lavora come pediatra di primo livello, presso l’Ospedale Santobono Pausilipoun di Napoli. Chitarrista, suona in una cover band di poprock italiano e internazionale. Appassionato di temi politici e sociali.

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