Ieri sera, durante In Onda, Marianna Aprile sembrava più l’interlocutrice politica della Meloni che una giornalista.
Mentre Italo Bocchino provava a sollevare la questione della sproporzione evidente tra le inchieste di Report rivolte al governo e quelle rivolte all’opposizione, la co‑conduttrice ha scelto infatti la via più semplice, una risatina, una smorfia, il gesto tipico di chi vuole liquidare un argomento senza affrontarlo.
Non una replica nel merito quindi o un confronto sui numeri o un tentativo di analisi.
No. Solo sarcasmo !!!
Ma questo nelle dinamiche dei media è un meccanismo noto: quando i dati forniti sono scomodi si sposta il discorso sul piano emotivo, si ridicolizza l’interlocutore, si trasforma un tema di interesse pubblico in un siparietto e così, invece di discutere seriamente del perché Report dedica il 70 % delle sue inchieste a FdI e all’intera area del centro-destra e solo il 3,2% a PD e M5S messi insieme, si preferisce la scorciatoia della derisione.
E si badi bene, questo episodio non è certo marginale ma è la fotografia perfetta di come una parte del mondo mediatico reagisce quando qualcuno prova a mettere in discussione la narrativa dominante.
La7 vorrebbe presentarsi da anni come la rete del pluralismo, dell’indipendenza, della libertà di parola. Ma basta guardare la sua programmazione per accorgersi che quel pluralismo è sempre più solo di facciata.
La 7 è infatti una rete costruita su giornalisti che sono anche attori politici ( non meravigliatevi tra poco ci scoprirete Ranucci prossimo conduttore ) e ha una caratteristica unica nel panorama televisivo italiano e cioè che i suoi volti principali non sono semplici giornalisti ma interpreti politici.
Giovanni Floris: conduce un talk dove la linea editoriale è chiarissima e gli ospiti sono selezionati per confermare una narrativa, non per metterla in discussione.
Corrado Formigli: da anni porta avanti un giornalismo militante, con inchieste e ospiti che seguono un’unica direzione culturale.
Marianna Aprile: opinionista dichiarata, spesso più politica che giornalista, come dimostrato dalla scena con Bocchino.
Lilli Gruber: una conduzione irritante che non nasconde mai la propria posizione politica, anzi la rivendica.
Ah certo, potremmo dire questa non è una colpa in sé e che ogni giornalista ha una sensibilità.
Il problema è però quando “tutta la rete” assume la stessa sensibilità, al pari di una lobby.
Mi si potrebbe obiettare che la7 porta ospiti di ogni colore politico. Questo è vero, peccato però che il pluralismo non si misura dagli ospiti ma dalle domande, dai toni, dalle cornici narrative. Se tutte le conduzioni hanno, come a La 7, la stessa postura, la stessa lettura del Paese, la stessa ironia, la stessa indignazione selettiva allora il pluralismo è solo un marchio commerciale e quando una rete intera assume una postura politica uniforme succedono cose molto pericolose :
1. Il pubblico crede di ricevere informazione indipendente, invece riceve “interpretazione ideologica”.
2. La critica al potere diventa selettiva.
3. La narrazione dominante non viene più messa in discussione.
4. Il dissenso viene ridicolizzato, non analizzato.
Il caso Aprile–Bocchino cui abbiamo assistito ieri è un esempio perfetto, non si risponde all’argomento ma si risponde all’interlocutore.
La7 di certo non è un partito politico ma è diventata un partito culturale, una comunità di giornalisti che condividono la stessa lettura del Paese e la propongono come se fosse l’unica possibile e questa di chiama monocultura editoriale.
Se il caso Report ci mostra quanto sia facile manipolare la percezione dei dati il caso La7 ci mostra quanto sia facile invece trasformare un’intera rete in un megafono di una sola parte politica, quella del PD e M5S, perché il pluralismo non è invitare ospiti diversi (quello è lo specchietto per le allodole), ma é avere giornalisti di idee politiche diverse.
E oggi, questo, a La7 manca.
Facciamocene una ragione amici!
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