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L’INNOVAZIONE UNA (BUONA) SFIDA PER L’UMANITÀ

Il capitalismo evolve grazie alla tecnologia, ma la tecnologia crea nuove sfide e le sorti umane dipendono dalla capacità di governarle.

di Amedeo Lepore | 9 Maggio 2026

Nel mondo complesso e confuso di oggi, la velocità dei mutamenti di scena è una caratteristica permanente, che richiede, tuttavia, non solo capacità tattiche e prontezza di reazione agli eventi improvvisi, ma una visione di fondo dei processi in corso. Quest’ultima qualità spesso manca, soprattutto ai cosiddetti policy makers, da cui dipende in parte rilevante la costruzione del prossimo avvenire. Per tale elementare carenza, ci si affida frequentemente all’intuizione o al vaticinio, con il rischio di procedere a vista o di compiere colossali errori di valutazione. In questa affermazione, c’è un chiaro riferimento ai problemi aperti nell’attualità più vivida, come dimostra il conflitto avviato da Trump e Netanyahu – e, per ora, sospeso – con l’Iran, sorto senza un’idea chiara delle sue motivazioni e dei suoi sbocchi.

Al tempo stesso, c’è la consapevolezza di una sottovalutazione sostanziale dei mutamenti strutturali dell’economia e delle relazioni tra i principali protagonisti della società in un arco di tempo non breve. Eppure, sarebbe necessario individuare una modalità di interpretazione dello stato, dei contrasti e delle dinamiche del sistema nel quale viviamo, che è ancora quello capitalistico, per intercettare la realtà e preparare il futuro. La caratteristica prevalente di questo periodo è l’innovazione tecnologica dirompente, che mostra una forma economico-sociale in continua evoluzione, in grado di adattarsi a sfide globali sempre più avanzate. Il capitalismo non è mai stato uno schema statico, ma ha fatto di contraddizioni e crisi una leva per grandi trasformazioni.

Anche se oggi gli attori delle scelte principali per lo sviluppo delle piattaforme digitali, dell’intelligenza artificiale generativa, della robotica e della computazione quantistica sono le mega-imprese dell’alta tecnologia (Big Tech), già si intravede la frontiera di un processo molto più articolato e diffuso, che potrà costruire le nuove basi della conoscenza e dell’informazione attraverso un modello fatto di snodi e centrali distribuite, in grado di mettere in discussione l’oligopolio odierno, come è avvenuto nelle fasi di maggiore progresso.

In un volume dal titolo “Il futuro del capitalismo”, frutto di un simposio svoltosi a New York con esponenti del mondo industriale, accademico, politico e sindacale si sono affrontati temi dirimenti. In chiave storica, si è descritto il passaggio dal laissez-faire ottocentesco a un capitalismo “misto”, in cui il mercato è stato in grado di convivere con una crescente presenza pubblica, facendo dello Stato non è più soltanto un arbitro, ma un fattore attivo della stabilizzazione macroeconomica, dell’occupazione e dello sviluppo. In relazione ai rapporti tra impresa e lavoro, il capitalismo è stato rappresentato come un sistema che deve integrare contrattazione sociale, responsabilità collettive e nuove forme di partecipazione.

Mentre diversi contributi hanno affrontato i problemi monetari globali, l’ordine internazionale, gli squilibri territoriali, i divari e le ineguaglianze, si è anche focalizzata l’attenzione sul fatto che il capitalismo non è unicamente un meccanismo economico, ma un insieme di valori che implica educazione, etica, religione, cultura e arti. In tutto il libro emerge una concezione “riformista” del capitalismo: non la difesa dogmatica del libero mercato puro, ma la proposta di un capitalismo adattivo, tecnologico e socialmente responsabile. Nella parte dedicata all’innovazione, si sottolinea come la tecnologia non sorga dal capitalismo, ma il capitalismo moderno sia il modello che ne favorisce meglio l’ascesa e il potenziamento, creando un ambiente dinamico per gli investimenti e un motore istituzionale per la rapida diffusione del progresso tecnico.

Inoltre, si evidenzia che la grande tecnologia contemporanea non può essere sostenuta solo dal mercato, perché i sistemi più avanzati presuppongono enormi impieghi di risorse finanziarie ed energetiche, tempi lunghi ed elevati rischi. Perciò, occorre realizzare una sinergia inedita e profonda tra istituzioni pubbliche, università e imprese, affermando un nuovo paradigma di sviluppo. In questo contesto, le macchine non eliminano in assoluto il lavoro e la disoccupazione tecnologica è gestibile, se si attua un’accorta riconversione del capitale umano, determinando un equilibrio tra innovazione tecnica e capacità di governo sociale di questi processi.

Prima di trarre le conclusioni, però, è opportuno rivelare che il testo in questione è del 1967, agli albori delle crisi degli anni Settanta. Vale la pena allora, di esplicitare tre considerazioni. Un libro del passato riesce a parlarci del presente e fornire lezioni per l’avvenire, perché guarda al mondo con una visione di grande apertura. La speranza per un futuro meno oscuro e incerto non è perduta: se prevale una prospettiva di lungo periodo, come negli scritti del volume, possono compiersi anche scelte giuste per l’immediato. I conflitti in corso non sono la soluzione dei problemi di composizione dei contrasti, ma potrebbe esserlo un ripensamento volto alla riforma delle relazioni internazionali e a una nuova forma di democrazia, in grado di contemperare interessi e modificare distorsioni e inadeguatezze del sistema attuale.

Infine, il messaggio centrale di allora è ancora valido: il capitalismo evolve grazie alla tecnologia, ma la tecnologia crea nuove sfide e le sorti umane dipendono dalla capacità di governarle.

Da: IL MATTINO DI NAPOLI 07-05-2026

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Pubblicato in : Economia, Politica

Info Amedeo Lepore

Professore Ordinario di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove è titolare dei corsi di Storia Economica, di Storia dell’Impresa e della Finanza, di Evoluzione del Capitalismo, delle Tecnologie e della Finanza. È docente di Storia dell’Economia e dell’Impresa alla Luiss Guido Carli di Roma. Ha svolto insegnamenti in diverse Università italiane e straniere. È componente del Consiglio di Amministrazione e della SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno). È socio dell’Accademia Pontaniana, nella Classe di Scienze Morali. Fa parte di Comitati scientifici e di Redazione di varie riviste nazionali e internazionali. Ha ricevuto riconoscimenti internazionali per la sua attività di studio e di ricerca. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero, su temi riguardanti la storia economica italiana ed europea; la storia d’impresa, della contabilità e del marketing; la storia del pensiero economico. I suoi attuali ambiti di ricerca riguardano la storia dell’economia euro-atlantica, il processo di globalizzazione nei suoi vari aspetti, l’impatto sull’economia della pandemia di Covid-19, l’evoluzione dell’impresa, la storia del dualismo economico italiano. Ha svolto anche ruoli istituzionali legati alle sue competenze economiche, da ultimo come Assessore alle attività produttive della Regione Campania.

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