Ha certamente ragione Goffredo Bettini, servitore ideologico di due semi-padroni del Campo largo, Elly Schlein e Giuseppe Conte, quando afferma che la Russia non è in grado di fare guerra all’Europa. Non ha più il “physique du rôle.” Credeva di avercelo per tentare di occupare Kiev. Sarebbe più pericoloso Trump di Putin.
Solo che la guerra nel corso degli anni ha cambiato versione. Oggi si chiama “guerra ibrida”. Sotto vi si nascondono/rivelano molte facce: dalla diffusione di milioni di troll, all’hackeraggio, all’attentato individuale, a un drone che “perde la strada”, all’esplosione di una bomba, alla minaccia ripetuta del ricorso all’arma nucleare, all’insulto in diretta… La guerra ibrida non ha bisogno di essere dichiarata: la si fa, mentre si proclama un’insopprimibile volontà di pace.
Putin la sta facendo all’Europa. E l’Europa si difende: appoggio politico-militare all’Ucraina, sanzioni a raffica, accettazione di candidature per entrare nella UE. Quanto Putin si ritirerà dall’Ucraina dentro i propri confini, la guerra finirà. La sua è una guerra di aggressione, la nostra di difesa.
Come è accaduto che gli eredi del PCI si siano oggi ridotti a identificare il difensivismo con il bellicismo? Il gruppo dirigente del PCI aveva un suo preciso sguardo sul mondo: mentre dichiarava con Berlinguer nel 1975 di sentirsi più al sicuro sotto l’ombrello della Nato, non perciò intendeva mettere in discussione il ruolo dell’Unione sovietica nel contenimento dell’imperialismo americano.
L’URSS funzionava da “Katechon”, diremmo oggi. Non che questo significasse adesione al modello sovietico di socialismo. Ma la struttura del mondo era quella uscita dalla Seconda guerra mondiale e lì bisognava stare, senza alterare gli equilibri. Solo all’ombra dei quali, il PCI poteva aspirare al governo del Paese. Perciò nel 1979 il PCI si schierò a difesa degli SS20, che Breznev voleva piazzare ai confini con l’Europa, e si oppose all’installazione dei Pershing americani, che il Cancelliere Schmidt aveva prontamente richiesto, Craxi d’accordo.
Quando l’Armata rossa invase l’Afghanistan, il riformista Amendola la difese. Sul fondo stava un giudizio storico, che Emanuele Macaluso ancora ribadì in un confronto con Claudio Petruccioli nel libretto del 2021 “Comunisti a modo nostro. Storia di un partito lungo un secolo”: la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 aveva rotto la catena imperialistica mondiale. In ciò consisteva il suo carattere epocale-provvidenziale.
A quel mito, che una facile storia contro-fattuale potrebbe facilmente smontare (se il socialista rivoluzionario Alexandr Kerensky non fosse stato abbattuto dal colpo di stato leninista, avremmo avuto il comunismo e, di seguito, il fascismo?), l’intero gruppo dirigente del PCI rimase legato. Finché… cadde il Muro. L’impalcatura ideologica di decenni rovinò con esso. Anche perché le due presidenze del democratico Clinton non davano pretesti per innalzare il vessillo antimperialistico. Anzi, Massimo D’Alema si permise di partecipare ai bombardamenti Nato in Serbia, senza chiedere il permesso all’ONU, in uno slancio di interventismo democratico.
La polemica della sinistra cambiò di livello: non l’imperialismo, ma l’ordo-liberalismo era diventato il nemico, rispetto al quale pareva più efficace il movimento no-global di Seattle, di Rio, di Genova. L’avvento di Putin, l’irrompere del fondamentalismo terroristico islamico, le presidenze infelici di Bush Jr., e ora di Trump e di Xi Jin Ping hanno sconquassato definitivamente la struttura del mondo e, pertanto, reso inservibili i quadri interpretativi costruiti lungo i decenni dal 1945.
Sul fondo della sinistra del 2026 sono certamente rimaste tracce dell’antiamericanismo dei tempi di “”Nixon-boia!”, dell’anticapitalismo dell’improbabile ponte tibetano di una “terza via”, dell’anti-europeismo originario (perché la CEE era considerata come un’articolazione dell’imperialismo americano), del filo-sovietismo di una parte della base, per adesione ideologico-emotiva al modello sovietico di socialismo, della Realpolitik del gruppo dirigente. Ma è il pacifismo schleiniano-contiano il residuo finale e l’ideologia fondante. È la festosa notte bianca in cui tutte le vacche sono candide.
Così l’Unione europea non può diventare un soggetto politico-militare, che si difende dai nuovi Imperi. Essa è solo un’accogliente potenza civile. Attaccati ai vecchi paradigmi, non hanno visto arrivare il XXI secolo. Hanno con ciò dimenticato una vecchia lezione leninista e staliniana: il primato della politica internazionale ai fini della politica interna dei singoli Stati.
Questo agnosticismo si incontra benissimo con quello del M5S, al quale interessano solo i voti da Roma in giù. Così l’antica bussola è caduta di mano. Costruire un nuovo paradigma interpretativo non sarà facile, soprattutto con le perenni ricorrenti scadenze elettorali, che rendono tutti quanti ostaggi di una pervasiva imminenza. Né si vedono in quell’area politico-culturale dei “Think- tank” all’opera. E quando ci sono, non scalfiscono l’autismo di una politica di sinistra, chiusa nella propria libido di potere scambiato per salvezza dell’Italia. È prevedibile che giocare a mosca cieca con la realtà non porterà lontano. La prospettiva è quella di Pirro, re dell’Epiro: le sue vittorie sono delle sconfitte. Ma le sconfitte lo sono ancor di più.
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UNA RIFLESSIONE SULLE PROSPETTIVE DI SVILUPPO INDUSTRIALE DELLA TOSCANA [11]
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