Domenica 14 dicembre ore 15:00. Il centro di Milano, attorno al Duomo scintillante di candore nel sole di dicembre, è occupato compulsivamente da migliaia di persone, italiani e stranieri, milanesi di città e di provincia, giovani maranza… Piazza Duomo è satura, occupata dall’Albero, da stand di Babbo Natale e dalle installazioni commerciali di Cortina 2026. Davanti ai propilei dell’Arengario, sta un gruppo di trenta/quaranta Ucraini, l’uno accanto all’altro, per lo più donne, ciascuno reggendo un manifesto, su cui sta scritto “Stop Human Safari”. È uno “sport”, al quale si dedicano i Russi con atroce costanza sia sul terreno sia dall’alto con i droni. Colpiscono ad uno ad uno i civili, chi va in giro con la carrozzella del bambino, chi con il cane, chi esce solo al tramonto per evitare di essere colpito, chi va a soccorrere i feriti e a raccogliere i morti ammazzati…
Questa domenica la denuncia riguarda ciò che è stato perpetrato e che continua ad accadere nella città di Kherson. Davanti ai manifestanti, che scandiscono “Slava Ukraini”, una trentina di persone disposte a semicerchio. Hanno, abbiamo, aderito alla manifestazione per segnalare agli Ucraini di Milano che “ci siamo”. Così accade una domenica dopo l’altra, da anni. È il quarto Natale di guerra. Sì, “ci siamo!”, ma in pochissimi. In una domenica di acquisti natalizi non è, forse, uno scandalo. A Kiev e Odessa la scena non sarebbe probabilmente molto diversa, anche se il Natale è il 7 Gennaio. Tuttavia, oltre il dato oggettivo, essa conferma simbolicamente la nostra indifferenza.
Quelle donne e quei ragazzi avvolti nelle bandiere ucraine, in un angolo di Piazza Duomo a Milano, paiono naufraghi su una zattera, in un mare senza vento, testimoni di una storia lontana. La vicenda ucraina non ci interessa, non ci appartiene, non parla a noi. Stiamo beatamente avvolti nella bolla delle nostre illusioni circa il futuro. Il mutamento non improvviso, ma oggi precipitevolissimo, del quadro politico globale ci ha sopresi.
Qualcuno dice che si tratta di un’Apocalisse. Il che è piuttosto spaventoso, ma anche piuttosto comodo, perché ci esime dall’assunzione di ogni responsabilità. Possiamo solo cercare, ciascuno individualmente, di scampare al diluvio, cercando un’Arca da qualche parte e un nocchiero, che si offra sul mercato. Ma, osserva “Ésprit”, la rivista storica dei cattolici francesi, fondata da E. Mounier, ciò che sta accadendo è una Rivoluzione. Essa mette in disordinato e imprevedibile movimento forze e contro-forze, intelligenze, volontà, emozioni e passioni. Accade, quando l’asse dei secoli su cui camminiamo si spezza all’improvviso.
Ora, perché noi Italiani viviamo questo momento storico in dormiveglia? Non mi aspetto molto dagli intellettuali e dagli esperti. Troppi di loro, soprattutto i cosiddetti “esperti”, sono abituati ad adorare “i fatti”, fino a farli diventare “norme”. In base ai fatti, l’Ucraina farebbe meglio a consegnarsi ai Russi. Perciò “deve” farlo. E se l’Ucraina non ha scampo, chi corre in suo aiuto è destinato alla sconfitta. Non mi aspetto molto dalle Scuole. L’Ucraina non entra nei programmi. Ne parlano giornali e TV, ma in classe si può discettare solo di invasioni barbariche, di lotta per le investiture”, di Cristoforo Colombo, di Cavour e di Giolitti, di Mussolini e della Resistenza. E dopo? Forse si arriva alla Guerra fredda. Se il passato serve a capire il presente, i due a lezione non si incrociano mai. Né si incontrano nelle piazze, salvo che nelle fantasie di chi scrive dei ventenni attuali come dei “partigiani del Terzo Millennio”, che affronterebbero “il fascismo montante”.
Né c’è da aspettarsi nulla dalle Università, investite da tempo da un vento di dissoluzione dei fondamenti epistemologici delle discipline, in particolare di quelle storiche. Impazzano gli studi post-coloniali, i “gender studies”, i “global studies”, i quisquiglie-studies, mentre declinano visibilmente la capacità di “consecutio temporum” e la conoscenza delle linee fondamentali della storia italiana ed europea.
Mi aspetto di più dalla politica, ma solo perché è costretta a giocare la propria utilità esistenziale sul terreno geo-politico: con l’Ucraina-Europa o con Trump-Putin? L’ideologia sovranista richiederebbe la difesa radicale della sovranità di uno Stato nazionale. Ma quello di Salvini è un sovranismo fasullo, perché difende contemporaneamente l’imperialismo russo e quello americano, che non amano le sovranità nazionali, se non allineate o sottomesse. Dietro sta un’idea dell’Italia che va per conto proprio, alleandosi di volta in volta con altre potenze, a seconda dei propri interessi del momento: una politica a metà tra quella delle “mani nette” di Benedetto Cairoli del 1878 e quella ballerina tra Triplice Alleanza e Triplice Intesa d’inizio ‘900. Giorgia Meloni è più incerta: è contro l’imperialismo di Putin, ma più generosa con quello di Trump, che però collude con l’imperialismo di Putin.
Negli ultimi tempi la Presidente del Consiglio si è dedicata a costruire un ponte tra l’Europa e gli Usa, nella speranza di ricavarsi uno spazio di media potenza nel Mediterraneo, in direzione dell’Africa. Il disegno – absit injuria verbis – fu già di Mussolini. I risultati scarsi, è un futuro non più sostenibile. Serve una nuova UE federale. E il ponte? L’Atlantico è ormai diventato troppo largo.
da ITALIA OGGI 17 DICEMBRE 2025


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