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“L’ANIMA POLITICA DEGLI ITALIANI- UN’INDAGINE SULLA DOMANDA DI POLITICA – EMOZIONI, PAURE E SPERANZE DELL’ELETTORATO ITALIANO NEL 2026”

di Antonio Preiti | 26 Aprile 2026

Uno studio indipendente ideato e condotto dal Prof. Antonio Preiti, con Sociometrica e FieldCare, ha indagato sugli atteggiamenti degli italiani della politica: se ancora esiste una passione politica, come si manifesta, quali stati d’animo riflette
È una analisi che parte dalla domanda, anziché dall’offerta, e che arriva a concludere che c’è un nuovo protagonismo popolare, trattenuto ma reale. Alla delusione e alla distanza degli ultimi tempi è subentrata una speranza di avere una classe dirigente più trasparente, più credibile, più capace.
Sono stati 3.394 gli intervistati rappresentativi della popolazione italiana adulta nel marzo 2026, ai quali sono state sottoposte domande su emozioni, paure, aspettative, fonti di informazione e comportamento elettorale: ne è risultata una analisi incrociata per età, genere, istruzione, area geografica, auto-collocazione politica e propensione al voto
Riproduciamo di seguito, con il permesso dell’Autore, la presentazione della ricerca e le cinque scoperte fondamentali, che scoprirete leggendo questo articolo e soprattutto la ricerca nella sua completezza.




.

Cosa chiediamo in questa ricerca? Chiediamo agli italiani come si sentono rispetto alla

politica — non quale partito preferiscono, ma quali emozioni provano e anche come si auto- collocano politicamente. Chiediamo cosa li spaventa, cosa li stanca, cosa ancora, nonostante tutto, li fa sperare. Chiediamo cosa vorrebbero che cambiasse, e cosa e cambiato dentro di loro

rispetto al passato. Chiediamo perché chi non vota, se non vota — per indifferenza, per

delusione, per scelta consapevole o per rassegnazione.

Chiediamo, in sostanza, di raccontarsi come cittadini — non come consumatori di un’offerta

elettorale.

Questa differenza di prospettiva cambia tutto. Il sondaggio tradizionale chiede

all’intervistato di posizionarsi rispetto all’offerta esistente: quale partito? quale leader? Chi dei

due tra questi sceglieresti?

La risposta e inevitabilmente condizionata dall’offerta disponibile. Se l’offerta disponibile non convince nessuno, la risposta più frequente e la non risposta, o

l’indecisione, o il non voto — che vengono registrati come missing e rimossi dall’analisi.

Questa ricerca fa il contrario: prende sul serio il non voto, l’indecisione, la delusione,

l’indifferenza. Li tratta come segnali, non come rumore. Li analizza in modo sistematico. Cerca di capire chi sono queste persone, cosa sentono, cosa le renderebbe disponibili a tornare a partecipare — o cosa le ha definitivamente allontanate.

Il risultato e un ritratto dell’elettorato italiano che non si vede nei sondaggi settimanali: un

ritratto a tutto tondo, con luci e ombre, con le sue contraddizioni interne, con i suoi silenzi

eloquenti e le sue domande senza risposta.

Politica in cerca di speranza

Cosa abbiamo misurato e cosa ci ha sorpreso

Questa ricerca non e nata con l’obiettivo di confermare l’astensionismo come tendenza

strutturale. E nata per capirlo dall’interno — non come dato elettorale aggregato, ma come

esperienza vissuta da elettori in carne e ossa, con le loro paure, le loro emozioni, le loro

aspettative frustrate e, in qualche caso, le loro speranze superstiti. I risultati ci hanno sorpreso.

Ci aspettavamo di trovare un’Italia politicamente esausta, cinica, lontana dalle urne.

Abbiamo trovato anche questo — ma non solo questo. Abbiamo trovato anche un’Italia che vuole

ancora, che discute ancora, che porta la propria rabbia a votare invece di restarsene a casa, che

al 20,8% dichiara di provare speranza verso la politica. Non e un’Italia ottimista: e un’Italia che

non ha ancora del tutto rinunciato.

Questi numeri non si leggono isolatamente: costruiscono insieme un ritratto. Nelle pagine

che seguono proviamo a tracciarne i contorni attraverso sei scoperte fondamentali, tre tesi

interpretative e una proposta di lettura prospettica.

I — Le cinque scoperte fondamentali

Scoperta 1 — La nuova spinta alla partecipazione politica

Il 72,0% del campione dichiara che “certamente” andrebbe a votare se oggi ci fossero

elezioni politiche: 8,1 punti in più rispetto all’effettivo 63,9% del 2022, e ben 17-20 punti sopra ai

sondaggi del biennio 2024-25 che stimavano la partecipazione intorno al 50-55%. Questo dato

è una dichiarazione di intenzione, non una proiezione certa: le intenzioni di voto sovrastimano

sistematicamente il voto effettivo. Ma il segnale di tendenza e coerente con quanto osservato

empiricamente nel referendum sulla separazione delle carriere della magistratura (giugno 2025),

dove la partecipazione ha sorpreso al rialzo raggiungendo circa il 65%. L’Italia del 2026 sembra

più politicamente attenta di quella degli anni immediatamente precedenti. Non necessariamente

più fiduciosa: più coinvolta.

Scoperta 2 — Le enclave ideologiche: il 5% che parla al 100%

L’estrema sinistra (2,4%) e l’estrema destra (2,6%) insieme raggiungono il 5% del

campione. Ma il loro peso nel dibattito politico pubblico è enormemente sproporzionato rispetto

alla loro dimensione numerica. L’estrema sinistra discute “sempre o spesso” di politica

nell’89,1% dei casi; l’estrema destra usa internet al 61,9%, con Facebook e i social come presidio

comunicativo primario. Entrambe le enclave hanno zero quota di “non mi informo”: sono

segmenti totalmente dentro al sistema informativo politico

Questo produce un effetto paradosso che la sociologia dei media chiama loud minority

effect: le voci più estreme sono anche le più presenti, più articolate e più visibili nei social media

e nei talk show. Il dibattito pubblico finisce per essere strutturato attorno a posizioni che

raccolgono pochi voti ma molti decibel. Il “corpaccione” moderato, che vota ma non tiene un

megafono, rimane sullo sfondo.

Scoperta 3 — La contraddizione tra domanda di qualità e mobilitazione emotiva

Uno dei dati più importanti dell’intera ricerca è la divaricazione tra ciò che l’elettorato dice di

voler e ciò su cui si lascia emotivamente mobilitare. I cittadini chiedono: programmi precisi e

ragionevoli (13,8%), grandi idee e ambizioni (11,1%), professionisti credibili dalla società civile

(21,7% vuole medici, ingegneri, avvocati). Ma le stesse persone si lasciano coinvolgere

emotivamente dalla denuncia dello sporco (29,8%), dal tono duro e conflittuale (preferito persino

al Centro, 21,5%), dalle grandi narrative identitarie (Difesa dell’identità italiana: 18,6%).

La spiegazione non è che la gente e irrazionale. E’ che esiste una divisione tra la valutazione

cognitiva (“vorrei una politica di qualità”) e la risposta emotiva nel momento della scelta (“questo

mi convince perché mi fa sentire rappresentato nella mia rabbia”). Come ha documentato

Jonathan Haidt in The Righteous Mind, le decisioni politiche sono guidate prima dall’intuizione

morale-emotiva e poi dalla razionalizzazione. Il mercato politico italiano non è anomalo: è fedele a questo schema

Scoperta 4 — La frattura dei non-collocati: crisi democratica silenziosa

Il 16,1% del campione non si riconosce nell’asse sinistra-destra. Questo non è

moderatismo: è exit. Il 79,8% di non-voto tra i non-collocati è il dato più allarmante dell’intera

ricerca dal punto di vista della salute della democrazia rappresentativa. Questa fascia ha la quota

più alta di donne, la più bassa di laureati, la più alta di non-informati e la quota massima di chi

percepisce il disagio economico. La sofferenza c’è, ma non trova sbocco politico.

Il segnale di allarme è doppio: non solo questi cittadini non votano, ma il 46,3% dice che

non esistono modi alternativi per far sentire la propria voce. Il nichilismo partecipativo è la forma

più grave di distanza dalla democrazia: non prevede alternative, non prevede futuri.

Scoperta 5 — La speranza nascosta: 20,8% che non plasma ancora il dibattito

La speranza è la scoperta che non ci aspettavamo. In un campione dominato dal disgusto

e dalla rabbia, il 20,8% dichiara di provare speranza verso la politica. Quella speranza non è

distribuita a caso: sale al 24,8% tra chi certamente voterebbe e crolla al 4,3% tra chi certamente

non voterebbe, un divario di 20,5 punti. La speranza, più di qualsiasi altra emozione, discrimina

tra chi partecipa e chi si astiene

II — Tre tesi interpretative

Le cinque scoperte non sono fatti isolati: costruiscono un’interpretazione. Proponiamo tre

tesi — le prime due corrispondono a quanto intuito dai ricercatori che hanno commissionato

questa analisi, la terza emerge in modo più originale dai dati.

 T1 La nuova spinta alla partecipazione: un’onda che non sa ancora dove

andare

Il 72% di intenzione di voto, l’alto engagement discorsivo e la sorpresa del referendum 2026

convergono su un segnale: c’è una nuova pressione partecipativa nell’elettorato italiano.

Non è un ritorno all’entusiasmo della Prima o della Seconda Repubblica: è qualcosa di piu

inquieto. Le persone partecipano o intendono partecipare, ma non per fiducia nel sistema

— per esprimere la propria insoddisfazione, per impedire esiti che temono, per segnalare

che ci sono ancora.

Questo tipo di partecipazione difensiva e fragile: può non tradursi in voto se l’offerta non

riesce a captare l’insoddisfazione e a darle forma. Il rischio è quello che i politologi chiamano

“volatile engagement”: alto coinvolgimento emotivo, bassa fedeltà. L’onda esiste, ma non

sa ancora dove direzionarsi.

T2 Il corpaccione moderato e le sue enclave: chi parla per chi?

IL “corpaccione” moderato vota, soffre, e critico, ma non si mobilita ideologicamente. Le sue

enclave — sinistra e destra radicale — sono numericamente marginali ma discorsivamente

dominanti. Questa componente non è amorfa: ha richieste precise (trasparenza, credibilità,

prossimità ai problemi). Ma non ha un veicolo espressivo che gli restituisca queste richieste

con la stessa intensità emotiva con cui le enclave costruiscono le loro narrazioni. Chi vuole

governare l’Italia nel 2026 deve rispondere prima al “corpaccione” che alle enclave — ma il

dibattito quotidiano funziona al contrario.

T3 La contraddizione cognitivo-emotiva: il realismo che non mobilita

C’è un dato che non smette di disturbare: il 12,3% vuole politici di professione “selezionati

meglio” (la quota più alta tra gli over 65), il 13,8% chiede programmi precisi e ragionevoli, il

21,7% vuole professionisti credibili. Sono le domande di un elettorato che sa come funziona

la politica e ha aspettative concrete e calibrate. Ma queste stesse persone si lasciano

mobilitare dalla denuncia, dalla narrativa identitaria, dal tono conflittuale.

Questo non è incoerenza: è la struttura normale della psicologia politica, dove la valutazione

razionale e la risposta emotiva operano su circuiti separati. Il realismo pragmatico

dell’elettorato italiano — “sappiamo che è difficile, vogliamo almeno qualcuno di

competente” — non riesce a trasformarsi in domanda politica articolata perché manca di un

veicolo emozionale che la renda saliente. Le enclave hanno le emozioni: il “corpaccione”

ha il realismo. Finché non troverà chi sa tradurre il realismo in passione, quest’area

importante sarà sempre contendibile e mai davvero rappresentato.

.

Il presente studio è stato realizzato da un gruppo di ricerca di Sociometrica e di FieldCare

composto da Antonio Preiti (autore del testo e responsabile del progetto), Marina Deiana e

Gianfranco Cataldi. Il presente lavoro non ha avuto sponsorizzazioni e perciò è totalmente

finanziato dalle due società che l’hanno realizzato.

.

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Pubblicato in : Politica

Info Antonio Preiti

È docente di Destination management all’Università di Firenze, Amministratore Delegato Fondazione Roma & Partners, esperto di economia, comportamenti collettivi e strategie d’impresa. Laureato in Scienze Economiche e Sociali, ha conseguito un Master in Sviluppo Economico con una tesi sull’economia monetaria. La sua carriera inizia al Censis, dove ha ricoperto il ruolo di Direttore di Ricerca, focalizzandosi sull’analisi dei consumi e dei fenomeni sociali italiani. Successivamente, ha assunto posizioni di alto livello nel settore pubblico e turistico: per cinque anni il Direttore Generale dell’Agenzia del Turismo a Firenze, città dove ho anche fatto il Direttore delle Relazioni Internazionali al Comune, consigliere d’Amministrazione dell’ENIT, e Vicepresidente dell’European Travel Commission (ETC), contribuendo allo sviluppo delle politiche turistiche europee; amministratore Unico di SOCIOMETRIA società di consulenza strategica, autore di numerose pubblicazioni su temi di economia, sociologia economica e innovazione, di cui l’azione più importante è la creazione di Julia, l’Assistente virtuale di Roma. Scrive sul Corriere della Sera e su Huffington Post.

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