Uno studio indipendente ideato e condotto dal Prof. Antonio Preiti, con Sociometrica e FieldCare, ha indagato sugli atteggiamenti degli italiani della politica: se ancora esiste una passione politica, come si manifesta, quali stati d’animo riflette
È una analisi che parte dalla domanda, anziché dall’offerta, e che arriva a concludere che c’è un nuovo protagonismo popolare, trattenuto ma reale. Alla delusione e alla distanza degli ultimi tempi è subentrata una speranza di avere una classe dirigente più trasparente, più credibile, più capace.
Sono stati 3.394 gli intervistati rappresentativi della popolazione italiana adulta nel marzo 2026, ai quali sono state sottoposte domande su emozioni, paure, aspettative, fonti di informazione e comportamento elettorale: ne è risultata una analisi incrociata per età, genere, istruzione, area geografica, auto-collocazione politica e propensione al voto
Riproduciamo di seguito, con il permesso dell’Autore, la presentazione della ricerca e le cinque scoperte fondamentali, che scoprirete leggendo questo articolo e soprattutto la ricerca nella sua completezza.
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Cosa chiediamo in questa ricerca? Chiediamo agli italiani come si sentono rispetto alla
politica — non quale partito preferiscono, ma quali emozioni provano e anche come si auto- collocano politicamente. Chiediamo cosa li spaventa, cosa li stanca, cosa ancora, nonostante tutto, li fa sperare. Chiediamo cosa vorrebbero che cambiasse, e cosa e cambiato dentro di loro
rispetto al passato. Chiediamo perché chi non vota, se non vota — per indifferenza, per
delusione, per scelta consapevole o per rassegnazione.
Chiediamo, in sostanza, di raccontarsi come cittadini — non come consumatori di un’offerta
elettorale.

Questa differenza di prospettiva cambia tutto. Il sondaggio tradizionale chiede
all’intervistato di posizionarsi rispetto all’offerta esistente: quale partito? quale leader? Chi dei
due tra questi sceglieresti?
La risposta e inevitabilmente condizionata dall’offerta disponibile. Se l’offerta disponibile non convince nessuno, la risposta più frequente e la non risposta, o
l’indecisione, o il non voto — che vengono registrati come missing e rimossi dall’analisi.
Questa ricerca fa il contrario: prende sul serio il non voto, l’indecisione, la delusione,
l’indifferenza. Li tratta come segnali, non come rumore. Li analizza in modo sistematico. Cerca di capire chi sono queste persone, cosa sentono, cosa le renderebbe disponibili a tornare a partecipare — o cosa le ha definitivamente allontanate.
Il risultato e un ritratto dell’elettorato italiano che non si vede nei sondaggi settimanali: un
ritratto a tutto tondo, con luci e ombre, con le sue contraddizioni interne, con i suoi silenzi
eloquenti e le sue domande senza risposta.
Politica in cerca di speranza
Cosa abbiamo misurato e cosa ci ha sorpreso
Questa ricerca non e nata con l’obiettivo di confermare l’astensionismo come tendenza
strutturale. E nata per capirlo dall’interno — non come dato elettorale aggregato, ma come
esperienza vissuta da elettori in carne e ossa, con le loro paure, le loro emozioni, le loro
aspettative frustrate e, in qualche caso, le loro speranze superstiti. I risultati ci hanno sorpreso.
Ci aspettavamo di trovare un’Italia politicamente esausta, cinica, lontana dalle urne.
Abbiamo trovato anche questo — ma non solo questo. Abbiamo trovato anche un’Italia che vuole
ancora, che discute ancora, che porta la propria rabbia a votare invece di restarsene a casa, che
al 20,8% dichiara di provare speranza verso la politica. Non e un’Italia ottimista: e un’Italia che
non ha ancora del tutto rinunciato.

Questi numeri non si leggono isolatamente: costruiscono insieme un ritratto. Nelle pagine
che seguono proviamo a tracciarne i contorni attraverso sei scoperte fondamentali, tre tesi
interpretative e una proposta di lettura prospettica.
I — Le cinque scoperte fondamentali
Scoperta 1 — La nuova spinta alla partecipazione politica
Il 72,0% del campione dichiara che “certamente” andrebbe a votare se oggi ci fossero
elezioni politiche: 8,1 punti in più rispetto all’effettivo 63,9% del 2022, e ben 17-20 punti sopra ai
sondaggi del biennio 2024-25 che stimavano la partecipazione intorno al 50-55%. Questo dato
è una dichiarazione di intenzione, non una proiezione certa: le intenzioni di voto sovrastimano
sistematicamente il voto effettivo. Ma il segnale di tendenza e coerente con quanto osservato
empiricamente nel referendum sulla separazione delle carriere della magistratura (giugno 2025),
dove la partecipazione ha sorpreso al rialzo raggiungendo circa il 65%. L’Italia del 2026 sembra
più politicamente attenta di quella degli anni immediatamente precedenti. Non necessariamente
più fiduciosa: più coinvolta.
Scoperta 2 — Le enclave ideologiche: il 5% che parla al 100%
L’estrema sinistra (2,4%) e l’estrema destra (2,6%) insieme raggiungono il 5% del
campione. Ma il loro peso nel dibattito politico pubblico è enormemente sproporzionato rispetto
alla loro dimensione numerica. L’estrema sinistra discute “sempre o spesso” di politica
nell’89,1% dei casi; l’estrema destra usa internet al 61,9%, con Facebook e i social come presidio
comunicativo primario. Entrambe le enclave hanno zero quota di “non mi informo”: sono
segmenti totalmente dentro al sistema informativo politico

Questo produce un effetto paradosso che la sociologia dei media chiama loud minority
effect: le voci più estreme sono anche le più presenti, più articolate e più visibili nei social media
e nei talk show. Il dibattito pubblico finisce per essere strutturato attorno a posizioni che
raccolgono pochi voti ma molti decibel. Il “corpaccione” moderato, che vota ma non tiene un
megafono, rimane sullo sfondo.
Scoperta 3 — La contraddizione tra domanda di qualità e mobilitazione emotiva
Uno dei dati più importanti dell’intera ricerca è la divaricazione tra ciò che l’elettorato dice di
voler e ciò su cui si lascia emotivamente mobilitare. I cittadini chiedono: programmi precisi e
ragionevoli (13,8%), grandi idee e ambizioni (11,1%), professionisti credibili dalla società civile
(21,7% vuole medici, ingegneri, avvocati). Ma le stesse persone si lasciano coinvolgere
emotivamente dalla denuncia dello sporco (29,8%), dal tono duro e conflittuale (preferito persino
al Centro, 21,5%), dalle grandi narrative identitarie (Difesa dell’identità italiana: 18,6%).
La spiegazione non è che la gente e irrazionale. E’ che esiste una divisione tra la valutazione
cognitiva (“vorrei una politica di qualità”) e la risposta emotiva nel momento della scelta (“questo
mi convince perché mi fa sentire rappresentato nella mia rabbia”). Come ha documentato
Jonathan Haidt in The Righteous Mind, le decisioni politiche sono guidate prima dall’intuizione
morale-emotiva e poi dalla razionalizzazione. Il mercato politico italiano non è anomalo: è fedele a questo schema

Scoperta 4 — La frattura dei non-collocati: crisi democratica silenziosa
Il 16,1% del campione non si riconosce nell’asse sinistra-destra. Questo non è
moderatismo: è exit. Il 79,8% di non-voto tra i non-collocati è il dato più allarmante dell’intera
ricerca dal punto di vista della salute della democrazia rappresentativa. Questa fascia ha la quota
più alta di donne, la più bassa di laureati, la più alta di non-informati e la quota massima di chi
percepisce il disagio economico. La sofferenza c’è, ma non trova sbocco politico.
Il segnale di allarme è doppio: non solo questi cittadini non votano, ma il 46,3% dice che
non esistono modi alternativi per far sentire la propria voce. Il nichilismo partecipativo è la forma
più grave di distanza dalla democrazia: non prevede alternative, non prevede futuri.
Scoperta 5 — La speranza nascosta: 20,8% che non plasma ancora il dibattito
La speranza è la scoperta che non ci aspettavamo. In un campione dominato dal disgusto
e dalla rabbia, il 20,8% dichiara di provare speranza verso la politica. Quella speranza non è
distribuita a caso: sale al 24,8% tra chi certamente voterebbe e crolla al 4,3% tra chi certamente
non voterebbe, un divario di 20,5 punti. La speranza, più di qualsiasi altra emozione, discrimina
tra chi partecipa e chi si astiene
II — Tre tesi interpretative
Le cinque scoperte non sono fatti isolati: costruiscono un’interpretazione. Proponiamo tre
tesi — le prime due corrispondono a quanto intuito dai ricercatori che hanno commissionato
questa analisi, la terza emerge in modo più originale dai dati.
T1 La nuova spinta alla partecipazione: un’onda che non sa ancora dove
andare
Il 72% di intenzione di voto, l’alto engagement discorsivo e la sorpresa del referendum 2026
convergono su un segnale: c’è una nuova pressione partecipativa nell’elettorato italiano.
Non è un ritorno all’entusiasmo della Prima o della Seconda Repubblica: è qualcosa di piu
inquieto. Le persone partecipano o intendono partecipare, ma non per fiducia nel sistema
— per esprimere la propria insoddisfazione, per impedire esiti che temono, per segnalare
che ci sono ancora.
Questo tipo di partecipazione difensiva e fragile: può non tradursi in voto se l’offerta non
riesce a captare l’insoddisfazione e a darle forma. Il rischio è quello che i politologi chiamano
“volatile engagement”: alto coinvolgimento emotivo, bassa fedeltà. L’onda esiste, ma non
sa ancora dove direzionarsi.
T2 Il corpaccione moderato e le sue enclave: chi parla per chi?
IL “corpaccione” moderato vota, soffre, e critico, ma non si mobilita ideologicamente. Le sue
enclave — sinistra e destra radicale — sono numericamente marginali ma discorsivamente
dominanti. Questa componente non è amorfa: ha richieste precise (trasparenza, credibilità,
prossimità ai problemi). Ma non ha un veicolo espressivo che gli restituisca queste richieste
con la stessa intensità emotiva con cui le enclave costruiscono le loro narrazioni. Chi vuole
governare l’Italia nel 2026 deve rispondere prima al “corpaccione” che alle enclave — ma il
dibattito quotidiano funziona al contrario.
T3 La contraddizione cognitivo-emotiva: il realismo che non mobilita
C’è un dato che non smette di disturbare: il 12,3% vuole politici di professione “selezionati
meglio” (la quota più alta tra gli over 65), il 13,8% chiede programmi precisi e ragionevoli, il
21,7% vuole professionisti credibili. Sono le domande di un elettorato che sa come funziona
la politica e ha aspettative concrete e calibrate. Ma queste stesse persone si lasciano
mobilitare dalla denuncia, dalla narrativa identitaria, dal tono conflittuale.
Questo non è incoerenza: è la struttura normale della psicologia politica, dove la valutazione
razionale e la risposta emotiva operano su circuiti separati. Il realismo pragmatico
dell’elettorato italiano — “sappiamo che è difficile, vogliamo almeno qualcuno di
competente” — non riesce a trasformarsi in domanda politica articolata perché manca di un
veicolo emozionale che la renda saliente. Le enclave hanno le emozioni: il “corpaccione”
ha il realismo. Finché non troverà chi sa tradurre il realismo in passione, quest’area
importante sarà sempre contendibile e mai davvero rappresentato.
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Il presente studio è stato realizzato da un gruppo di ricerca di Sociometrica e di FieldCare
composto da Antonio Preiti (autore del testo e responsabile del progetto), Marina Deiana e
Gianfranco Cataldi. Il presente lavoro non ha avuto sponsorizzazioni e perciò è totalmente
finanziato dalle due società che l’hanno realizzato.
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UN’IDEA DI ITALIA LIBERALE
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