INTRODUZIONE DELLA CASA EDITRICE
Cara lettrice, caro lettore,
sono giorni difficili per l’Unione europea, che dopo la vittoria di Donald Trump fatica a mostrarsi forte e unita.
Pensiamo sia il momento giusto per presentarti un’europeista che non ti aspetti, e che siamo fieri di avere appena tradotto: Sylvie Goulard.
Saggista e politica, Goulard è stata europarlamentare per due legislature (dal 2009 al 2017) e poi vice-governatrice della Banca di Francia.
È un’europeista convinta, eppure nel libro Grande da morire. Come evitare l’esplosione dell’Europa critica con decisione il processo di allargamento dell’Unione europea che, al momento, vede candidati nove paesi: Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia, Albania, Bosnia-Erzegovina, Ucraina, Moldavia, Georgia e Turchia.
La domanda che si pone Goulard è semplice e seria: stiamo davvero andando verso un’Unione a 36 paesi? E se così è, come potremo prendere decisioni condivise, dopo?
La prefazione è firmata da Romano Prodi, il quale in qualità di Presidente della Commissione realizzò politicamente il grande allargamento a Est del 2004 ma che al pari dell’autrice vede nella mancanza di coesione e approfondimento dell’Unione le ragioni della sua debolezza.

Lei è europeista, lo spiega nel libro e lo testimonia la sua vita politica e intellettuale. Eppure è critica sul processo di allargamento. Le due cose non sono in contraddizione?
Sono un’europeista adulta. Se ci fosse una visione sola del futuro dell’Europa, non sarebbe più l’Europa democratica che amiamo. Stiamo parlando del progetto politico più originale e fecondo della storia umana, una riconciliazione unica, un modello di mercato sostenibile, basato su cooperazione e solidarietà: vale la pena osare di fare qualche domanda sul futuro quando questo non è chiaro.
La contraddizione la vedo soprattutto quando 27 governi e la Commissione europea promettono l’allargamento a 10 paesi senza spiegare ai propri cittadini dove va l’Unione europea, e senza lavorare per consolidarla. Per fare un esempio: è serio proporre un’Unione con 36 o 37 membri, se ogni paese tiene il suo veto e può bloccare le decisioni collettive? E questo progetto aiuterà a diventare più competitivi, come Mario Draghi raccomanda?
Secondo lei perché l’Ue si allarga da sempre sullo spazio geografico? Qual è stato il movente principale dagli anni settanta a oggi?
Si allarga innanzitutto per un giusto motivo, perché l’Unione è sempre stata un progetto aperto a tutti gli europei pronti ad abbracciare i doveri e i diritti legati a questa appartenenza. L’entrata nella Comunità ha ad esempio aiutato Grecia, Spagna e Portogallo e poi tutti i paesi dell’Europa centrale nel loro cammino verso la democrazia e l’economia di mercato. E abbiamo tutti approfittato della stabilità dei nostri vicini. Un rischio di hubris tuttavia c’è, perché la «carota» dell’entrata nell’Unione conferisce grande potere politico: i nostri capi di governo vengono accolti nei paesi candidati come fossero Babbo Natale.
Ma ogni potere richiede responsabilità, e questo dal lato dei paesi membri significa che dobbiamo riformare l’Unione europea tanto quanto chiediamo agli altri di riformarsi per accedervi. Dov’è l’unità di fronte a Donald Trump? Quando saremo ancora più numerosi e più diversi, dove sarà la nostra unità? L’Ue sta perdendo la doppia natura che la rende unica: non è solo un’alleanza di stati ma anche una unione di cittadini, un progetto di democrazia sovranazionale. Dal 2009 con il trattato di Lisbona che ha fatto sparire la bellissima parola di «comunità», gli stati hanno ripreso il controllo, e oggi ne vediamo il risultato: fanno diplomazia, non pensano ai cittadini e in risposta i cittadini maturano dei dubbi. L’errore è di volere fare l’Europa senza «fare gli europei».
Nel libro lei denuncia la superficialità con cui siamo soliti parlare di una materia così delicata per il futuro europeo. Perché sull’allargamento perdiamo di vista le questioni di merito?
Perché guardiamo fino in fondo al merito dei candidati, mai al nostro. Pagliuzza e trave, un grande classico. I «compiti a casa» per l’Europa non li facciamo mai volentieri. Francia e Italia, ad esempio, hanno qualche difficoltà a rispettare gli impegni in materia di finanza pubblica o di concorrenza, anche se mettono volentieri in tasca i fondi Ue. In altri paesi ci sono altri problemi di lealtà. Non ci prendiamo mai abbastanza cura dell’Unione tutti insieme. I nostri capi di stato e di governo pensano di poter godere dei vantaggi del mercato unico senza rinunciare ad andare separatamente a Beijing, Ryad o Washington a venderne un pezzo per conto loro.
Quali sono i principali problemi che dovremmo affrontare se accogliessimo tutti i paesi candidati? E, soprattutto, è plausibile che questo accada?
Secondo me non accadrà. Ma se accadesse, nelle condizioni di impreparazione e di mancanza di visione in cui troviamo oggi, ci ritroveremmo con un’Unione ridotta a un guscio vuoto.
Forse il caso di maggior superficialità è quello della Turchia, che formalmente è ancora un paese candidato. Come è stato possibile pensare di accogliere un paese più popoloso della Germania?
Anche alla Turchia vent’anni fa sono state fatte promesse grandiose. In un libro del 2004, Le grand Turc et la République de Venise (Fayard, con una prefazione di Robert Badinter), avevo già denunciato l’arroganza dei governi europei, l’assenza di riforme indispensabili e la mancanza di coinvolgimento dei cittadini. L’errore era già allora di non riflettere su come costruire un’unione volontaria e democratica. Poi c’è un’altra ragione: chi governa sa bene che non sarà più al potere quando il conto arriverà, dunque è facile fare promesse a debito. Mi prendo oggi il ruolo del generoso, mi ubriaco di parole come «geopolitica», e après moi le déluge! [dopo di me il diluvio, ndr].
Per l’appunto cinque anni fa Ursula von der Leyen, insediandosi, promise una «commissione geopolitica». Che cosa significa questa espressione?
Ci sono dei progressi, c’è una consapevolezza nuova delle sfide, ma senza combattere il nazionalismo crescente non saremo all’altezza. Malgrado l’aggressione militare nel 2014 in Crimea e quella in Ucraina nel 2022, la difesa europea si va costruendo a ritmo di lumaca. Sul piano diplomatico siamo abbastanza uniti sull’Ucraina, ma non lo siamo sul Mediterraneo, l’Africa o Israele e Palestina. La Commissione aveva preso una decisione strategica con il Green Deal, ma sembra oggi pronta a rinunciare: questo, ahimè, non è incoraggiante.
L’Ucraina è il primo paese in guerra a ottenere lo status di paese candidato. Pensa che questa scelta aumenti le possibilità di pace? Dal punto di vista di Putin, non solo la Nato ma anche l’allargamento a est dell’Ue potrebbe rappresentare una minaccia?
L’Ue rappresenta tutto quello che Putin detesta: un’entità sovranazionale, basata sulla democrazia e la libertà di criticare, di vivere a modo suo, con diritti per le opposizioni, per le donne e i gay. Siamo certamente una minaccia per la sua visione totalitaria della società. Per di più, nella sua concezione imperiale della Russia, non può accettare di «perdere l’Ucraina» in favore di un progetto così, perché la vede come «sua».
Nel merito della candidatura, il divario tra ciò che ha vissuto un popolo aggredito e le difficoltà tecniche di un negoziato di adesione può creare delusione. L’integrità del mercato unico è importante: se un vasetto di yogurt attraversa le frontiere la sua qualità sanitaria deve essere strettamente controllata. Ma a chi vive sotto la minaccia di droni, a chi sono stati strappati i figli, il processo potrà sembrare derisorio. Dobbiamo aiutare questi popoli, senza dubbio, ma l’allargamento non è la risposta giusta: in una situazione così complessa non abbiamo la bacchetta magica.
Che cos’è, dal punto di vista dell’allargamento, la Brexit? La dimostrazione che «abbiamo esagerato»? O che essendo il processo reversibile non dobbiamo averne paura?
La Brexit è il risultato di un processo di disinformazione duraturo. I governi inglesi hanno fatto finta che si trattasse solo di un mercato, negandone la dimensione politica. Poi c’è stata la disinformazione dei tabloid. Quando, tra 2002 e 2003, lavoravo con Romano Prodi sulla Convenzione [da cui nacque il Trattato costituzionale poi bocciato e mai entrato in vigore, ndr] «The Sun» paragonava Valéry Giscard d’Estaing a Hitler. Un’assemblea composta da deputati nazionali, deputati europei, rappresentanti di governo e commissari che lavorano a migliorare i trattati non è mai stato il metodo di Hitler! Una democrazia ammirata nel mondo come quella britannica ha ascoltato le sirene sbagliate. Senza dimenticare il ruolo di agenti esterni come Cambridge Analytica. Sull’impatto della Brexit i dati parlano chiaro: meno crescita e più migranti dal subcontinente indiano, oggi i sondaggi mostrano il rimpianto dei britannici.
Ultima domanda: molti europeisti italiani furono critici verso Macron quando sollevò obiezioni sull’allargamento ai Balcani. Quanta Francia c’è nella sua visione del problema? Sa che noi italiani vediamo gaullismo molto facilmente nei francesi…
Sono francese e sono certamente il «prodotto» di una cultura, ma scrivo a titolo personale (e a chi pretende che il sangue conti più del resto ricordo che ho quattro nonni italiani!). Quanto al gaullismo, oggi ne vedo un po’ anche in Italia, ad esempio nel progetto del «premierato».
Battute a parte mi chiedo: chi è favorevole all’allargamento è pronto a rinunciare al diritto di veto nazionale? A dare la piena libertà di movimento ai cittadini dei paesi balcanici? A rinunciare a gran parte dei fondi di coesione o alla politica agricola comune per condividere le imposte con paesi economicamente più indietro? Non vedo un piano complessivo che spieghi cosa vogliamo davvero né in Italia, né in Francia – dove il Presidente ha cambiato posizione, né a Bruxelles. Le promesse sono state fatte, aspettiamo sempre le «istruzioni per l’uso».
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Questa intervista è stata pubblicata in data 17/2/2025 sul
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