Ormai da tempo tutte le analisi ed i rapporti relativi all’andamento della situazione economica della nostra Regione evidenziano una profonda crisi del nostro apparato manufatturiero con relativo calo degli indici produttivi, aumento degli ammortizzatori sociali, perdita di posti di lavoro, moltiplicarsi di chiusure di stabilimenti. Devo dire che non siamo soli a vivere questa parabola discendente visto che il dato nazionale sulle produzioni industriali registra da quasi trenta mesi il segno negativo con buona pace di coloro che affermano che tutto sommato le cose vanno abbastanza bene e le “navi galleggiano”.
Le narrazioni sono molto diverse dalla dura realtà quotidiana. La prima domanda che ci dobbiamo porre è se un territorio come il nostro può immaginare un futuro con una presenza irrilevante del settore manifatturiero. Io credo che, se ciò si verificasse, sarebbe una sciagura ed andremmo incontro ad un declino con conseguenze sociali inimmaginabili.
In altre parole, possiamo pensare di programmare la crescita ed il progresso di questa regione rinunciando alla sua vocazione industriale?
Nonostante i dati in calo il contributo dell’industria al prodotto interno regionale viaggia su cifre particolarmente significative, quasi il 23 per cento. Nel passato la nostra economia regionale ha resistito discretamente alle varie ondate di crisi anche grazie alla presenza di una molteplicità di attività produttive che hanno consentito, attraverso mobilità e flessibilità, di “tenere” un livello alto di coesione sociale pur in presenza di forti criticità.
Proprio non riesco nemmeno ad immaginare uno sviluppo positivo dei nostri territori senza una forte presenza del comparto manifatturiero. Possiamo pensare di annientare un bagaglio inestimabile di esperienze, capacità progettuali, professionalità acquisite che hanno creato eccellenze e acquisito posizioni di rilievo sui mercati internazionali?
Certo, oggi il settore della moda è in forte crisi, quello della meccanica rallenta, quello della siderurgia è fermo ma alla base di queste difficoltà ci sono motivazioni diverse: dal forte rallentamento dell’export dovuto alle tensioni internazionali e alle politiche commerciali protezionistiche, alla perdita di competitività dovuta ad insufficienti investimenti nei processi e nei prodotti oltreché ad una scarsa valorizzazione del lavoro.
Cause sulle quali riflettere ed individuare le risposte più adeguate in una logica meno frammentata rispetto a quella che avviene oggi. Voglio dire che pur comprendendo le ragioni che portano alla costituzione di singoli tavoli sui quali discutere le diverse crisi aziendali, forse oggi sorge la necessità di fare, parallelamente, una discussione che tenga conto del contesto complessivo e delle necessarie risposte unitarie.
Purtuttavia ritengo che sia arduo trovare risposte efficaci in mancanza di una chiara politica industriale che non può essere compito e responsabilità esclusiva del livello territoriale. Prendo ad esempio la siderurgia. Pur con tutti gli sforzi progettuali e di immaginazione che si possono fare a livello regionale cosa possiamo raggiungere se non sono individuati obiettivi e priorità circa il valore dell’uso dell’acciaio? Vogliamo ancora continuare ad essere un importatore netto o vogliamo far valere la nostra capacità di produrre materiale di qualità, magari con tecnologie sostenibili dal punto di vista ambientale? E così si potrebbe andare avanti per altre specializzazioni produttive oggi prive di riferimenti in grado di poter sollecitare progettualità innovativa.
Le proposte avanzate fino ad oggi dal decisore politico mi sembrano più orientate a dare un “contentino” a tutti per avere un consenso immediato, piuttosto che favorire gli investimenti capaci di incrementare produttività, capacità competitiva delle imprese, occupazione di qualità. Credere di recuperare posizioni nei mercati scaricando i costi sulle spalle dei lavoratori, comprimendo salari e diritti, non porta da nessuna parte.
Il terreno sul quale concentrare l’attenzione dei diversi protagonisti è quello del governo dei cambiamenti necessari per affrontare le vere sfide rappresentate dalle transizioni in corso: digitale, energetica, tecnologica. Il nostro sistema industriale, in evidente crisi strutturale, è in grado di sopportare un carico così rilevante che ha bisogno di chiare scelte strategiche, di enormi risorse finanziarie e di sostegni sociali che non lascino indietro i più fragili?
Vedo con difficoltà il ricorso a “modelli” da prendere a riferimento in questa fase di profonde trasformazioni. Nonostante tutto non partiamo da zero. Sul nostro territorio esistono delle eccellenze, non solo nella farmaceutica e nei metalli preziosi, pensiamo alla costruzione di materiale rotabile o alla meccanica di precisione.
Sono presenti conoscenze professionali ed esperienze imprenditoriali significative. Occorre supportarle e metterle a sistema nei territori attraverso un potenziamento delle reti digitali, un miglioramento delle infrastrutture fisiche, una forte semplificazione burocratica, un agevole accesso alla ricerca in modo particolare sui versanti dell’innovazione dei processi e dell’automazione, una riduzione dei costi energetici anche attraverso un deciso incremento della produzione da fonti rinnovabili.
Inoltre, sul nostro territorio sono presenti tre centri universitari di qualità; quante sono le imprese che vi si rivolgono per sviluppare le loro potenzialità e incrementare la loro posizione competitiva? Da alcuni dati, non so quanto attualissimi, mi risulterebbe intorno al 3 per cento. Certo, noi abbiamo un dimensionamento aziendale medio che non agevola l’attivazione di certe opportunità ma è indispensabile individuare percorsi, anche attraverso la creazione di reti di imprese, che incentivino il ricorso ai centri di ricerca. Così come è prioritario valorizzare il capitale umano attraverso il potenziamento dell’istruzione e della formazione continua rafforzando le competenze professionali. Una risposta efficace al lento declino dell’industria non può che vedere il coinvolgimento di tutti i protagonisti, magari con un approccio un po’ più innovativo e attento alla programmazione anche nel lungo periodo.
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IL PROTOCOLLO SLOW AI INTERNATIONAL MONITOR (SAIM)
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