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CATTOLICI CONSERVATORI E CATTOLICI LIBERALI

Da ITALIA OGGI Giovedì 4 settembre 2025

di Giovanni Cominelli | 9 Settembre 2025

Negli ultimi dieci giorni si sono inanellati tre eventi, che hanno messo in fibrillazione “i cattolici democratici” impegnati in politica. Il primo: al Meeting di CL a Rimini Giorgia Meloni ha elogiato, di fronte ad una platea plaudente, i ciellini come coloro che hanno avuto “il coraggio di sporcarsi le mani”, non rinchiudendosi nella “scelta religiosa”, come invece aveva proposto l’Azione cattolica di Vittorio Bachelet nel 1969.

Il secondo è un evento-lamento collettivo. I cattolici del PD, da Prodi a Del Rio, hanno scoperto che non contano nulla nell’elaborazione del discorso del PD. E ciò preannuncia, ahiloro!,  una perdita di posti in Parlamento.

Il terzo: Papa Leone XIV, ricevendo una delegazione di personalità politiche e civili francesi, ha denunciato i fraintendimenti della “laïcité” e i rischi delle “colonizzazioni ideologiche” cui sono sottoposti i politici e ha invitato i credenti  ad avere il coraggio di dire “No, non posso!” quando è in gioco la verità.

In realtà la querelle tra “presentisti” e “assenteisti” è una falsa rappresentazione. Ci voleva qualcuno come la Meloni, del tutto estranea al dibattito politico-culturale dei cattolici – è noto che preferisce Tolkien alla Bibbia –  per riproporla. Perché tanto gli uni quanto gli altri hanno calcato il terreno friabile della politica e delle istituzioni, chi con gli scarponi chi con i più leggeri sneakers. Tutti si sono sporcati le mani, tutti hanno tentato di difendere pensieri e valori cristiani di fronte ai processi aggressivi di secolarizzazione. “Presenza” e “scelta religiosa” sono i nomi dei dilemmi del dopo-Concilio Vaticano II, ma erano insorti già attorno e dopo il Concilio Vaticano I. Il loro contenuto è sempre lo stesso: “conservatori” o “progressisti”, “tradizione” o “innovazione”. Cambiano i nomi dei protagonisti, ma le posizioni sul campo di battaglia sono sempre le stesse. Da una parte Pio IX –  quello del Sillabo del 1864 e dell’infallibilità pontificia del Concilio Vaticano I – e p. Luigi Taparelli d’Azeglio, fondatore della Rivista dei Gesuiti “La Civiltà cattolica”, “martello delle concezioni liberali”, secondo un suo successore, ma anche inventore del “principio di sussidiarietà”; dall’altra parte i cattolici liberali quali Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Alessandro Manzoni, Raffaele Lambruschini, Marco Minghetti e, su tutti, Antonio Rosmini… Tutto il secolo successivo al Vaticano I è stato attraversato da uno scontro aspro, che non faceva prigionieri. Basterà pensare alla lotta di Pio X contro il modernismo. Chi scrive ha dovuto fare, ancora nel 1963, una sorta di giuramento anti-modernista per potersi immatricolare all’Università cattolica. Lo scontro è proseguito nel Concilio Vaticano II ed è continuato subito dopo fino ad oggi. Per la Chiesa cattolica si tratta di continuare a fare i conti con la Modernità, con le sue promesse e le sue minacce. I Cattolici liberali tendono a vedere soprattutto le prime, i Cattolici conservatori avvertono soprattutto le seconde. Tanto gli uni quanto gli altri sono preoccupati di far vivere la fede non solo nelle sagrestie, ma nel mondo. La scelta politica consegue. All’epoca della DC veniva più facile. Il partito era un arcipelago, ciascuno occupava un’isola o un atollo e da lì costruiva la propria “mediazione” tra fede e storia, tra kerigma e cultura. I “presentisti” ciellini erano andreottiani, “i religiosi” erano morotei, sia che militassero direttamente nella DC  sia che lo facessero nell’Azione cattolica, nelle Acli, nella Cisl. Qualche cattolico militava nel PSI, come Acquaviva e Covatta, qualcuno anche nel PCI. Insomma, tutti si sono sporcati le mani. Anche troppo, secondo i magistrati di Mani pulite.

Chi si trova oggi in difficoltà sono “i cattolici liberali”. Mentre si sta delineando il progetto un partito liberal-conservatore, cui fare riferimento, donde gli applausi entusiasti dei ciellini difensori della Tradizione , non si profila minimamente un partito liberal-progressista, dentro il quale i cattolici innovatori possano giocare un ruolo di temperamento delle tendenze più individualiste e secolarizzanti, che emergono dalla società civile, e di contrasto dell’ ”antropologia della dissoluzione”. Prodi, Del Rio e Franceschini hanno sponsorizzato l’ascesa alla segreteria del Pd di Elly Schlein, una sorta di Kamala Harris nostrana, del tutto estranea all’universo categoriale e valoriale dei cattolici. Pensavano di suonarla, more democristiano, sono stati suonati. Troppo tardi per lamentarsene. Intanto nella società avanza la paura di perdere ciò che è buono della Tradizione e di essere aggrediti e sovrastati dall’innovazione selvaggia, dalle biotecnologie, dall’ I. A., senza controllo umano. La paura di perdere “l’umano dell’umano” è oggi crescente. Non è né di destra né di sinistra. E’ solo a partire dalle risposte a tale paura che si ridefiniranno i confini tra queste due storiche forme e configurazioni della rappresentanza culturale e politica occidentale.

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Pubblicato in : Politica

Info Giovanni Cominelli

Laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino, all’Università statale di Milano. Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990. Scrive di politiche dell’istruzione sulla Rivista “Nuova secondaria” e www.santalessandro.org, su Libertà eguale, su Mondoperaio.

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