“Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”
Non è proprio una classica citazione economica ma è quello che è successo, nel corso dei secoli, per regalarci il paesaggio della Toscana.
Furono le carestie terribili a spingere all’ampliamento dei terreni coltivabili, ad utilizzare i mezzadri ed i braccianti per disboscare le colline e per bonificare paludi ( se accadesse oggi sarebbe uno scandalo).
Ed il terreno nudo e dilavato del senese ci ha dato le crete, le macchie sono diventate colline terrazzate di olivi, il grano è arrivato fino al mare.
Non volevano fare la Toscana “bella”, volevano mangiare. Canapone era sveglio.
Oggi nonostante che la popolazione mondiale sia aumentata in un secolo di 5 volte la produzione agricola è aumentata di 7 volte grazie alla genetica, alla chimica, alle tecnologie agrarie, in una parola grazie alle multinazionali, con rispetto parlando.
Oggi i presupposti economici e strutturali per mantenere la rete agraria su disegno mezzadrile, con campi piccoli, mix colturali tradizionali e soprattutto colture granarie e pascoli sono finiti.
Con l’andata al riposo della classe eroica nata in tempo di mezzadria e poi autrice del miracolo economico come coltivatori diretti, sempre più terreni rimarranno incolti perché non hanno eredi che vogliano continuare a faticare e le colture tradizionali sono sempre più fuori mercato mentre i capitali per investire in trasformazioni aziendali non ci sono.
Anche le coop agricole ed i “terzisti” che hanno parzialmente coperto la crisi non ce la fanno nemmeno a trovare operai specializzati o semplici braccianti.
Resistono, mediamente male, le aziende che hanno innovato la produzione orientandola sulle richieste della grande distribuzione, ma resistono grazie al lavoro degli extracomunitari e sono comunque ostaggio degli acquirenti che sono ben più potenti.
Le organizzazioni di categoria non riescono ad indicare vie di uscita e si limitano a gestire le elemosine erogate dalla UE e con quelle tirano avanti anche loro.
Però il movimento c’è ed è iniziato dai coltivatori, spesso giovani, che hanno capito che è il mercato a guidare l’economia; inutile fare concorrenza sui prodotti a basso valore aggiunto. Il grano arriva comunque da altri paesi a prezzi più bassi e se mettiamo barriere contro il grano del Marocco, per dire, arriveranno i marocchini, invece del grano.
I prodotti di alta gamma, dai salumi al formaggio, dal vino agli alcolici, ai grani antichi, alle essenze hanno un loro mercato, anche se gli operatori devono sempre essere pronti ad innovare.
D’altronde l’Italia è un grande paese esportatore di beni alimentari ed una politica autarchica, come piace tanto al Ministro Lollobrigida, sarebbe la peggiore disgrazia per il nostro Paese.
Vostro onore ci chiede le proposte per uscirne vivi? Proviamoci.
In parte è già stato detto ed in parte è già in atto; si tratta di pensare al reddito agricolo come reddito composto.
Tipico esempio è l’agriturismo o la ristorazione “agricola” ma altre possibilità si presentano, come quella di fare catena per il cicloturismo o per un sistema di sentieri a lunga percorrenza che ancora è in fase iniziale, ma anche in altri settori ci sono possibilità di redditi aggiuntivi, come nella lavorazione o semilavorazione delle biomasse.
Ma negli ultimi anni una nuova, grande opportunità si è aperta ed è quella dell’agrivoltaico.
La cessione di una parte del terreno aziendale ad una società del settore della superficie “superiore” ad un canone d’affitto che oggi va da 3.500 ai 5.000 €/ettaro/anno rappresenta un bel contributo al reddito complessivo dell’azienda e, nello stesso tempo, “obbliga” a ripensare ai piani colturali orientandoli verso produzioni di maggiore qualità.
A parte l’uso del terreno per alimentazione ovina o bovina sono già presentati progetti per l’allevamento di alpaca per una azienda che fa agriturismo o per la coltivazione di lavanda o ortaggi di qualità, ma qui tocca ai coltivatori decidere.
Insomma si è aperta una nuova frontiera, forse sta passando l’ultimo treno per la nostra agricoltura.
Ed invece le nostre istituzioni, ad iniziare dalla Regione a quasi tutti i Comuni, sono sulla frontiera della difesa dell’esistente; non vedono i terreni abbandonati, non si curano dell’impoverimento dei coltivatori e ne fanno una questione puramente estetica.
Poi sulla installazione di serre non hanno nulla da dire (per fortuna in questo non fanno danni) ma i Sindaci organizzano marce contro sostanzialmente tutti i progetti di rinnovabili, dimenticando i fenomeni metereologici che colpiscono oggi in primo luogo i coltivatori;
Siccità, eccesso di insolazione, grandine sono direttamente riducibili con l’agrivoltaico e l’energia rinnovabile è l’unico rimedio finora proposto per difendere il territorio, ma si può fare di più. Per alcuni impianti si può (ai sensi di legge) chiedere che contestualmente siano realizzati invasi per la laminazione delle piene del retico idrografico minore a titolo di compensazione.
Quindi il processo di doppia produzione (energia rinnovabile ed agricoltura rinnovata) sarebbe un vero percorso virtuoso, ma sembra che solo il Ministro Picchetto Fratin lo abbia compreso, mentre il collega Lollobrigida guida la fazione contraria con le truppe della Coldiretti.
Gli Enti pubblici hanno posto, giustamente, vincoli sul paesaggio che vanno rispettati ma qui cessa la loro funzione “pubblica”. Sui terreni privati, non soggetti a vincoli, gli unici abilitati a decidere sono i proprietari, almeno fin che non saranno istituiti i Solkos di sovietica memoria.
Il tutto perché la politica non ha capito che il territorio è in perenne evoluzione e cambia in relazione non all’estetica ma all’economia.
E pensare che molti si sentono marxisti.

ENZO RASPOLLI
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LE AMBIGUITÀ DEL CENTRO SINISTRA SU RUSSIA E CINA SONO INACCETTABILI
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