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La fine di un’era

Un primo bilancio dell’era berlusconiana. Ha individuato tanti dei mali del Paese ma non è riuscito ad applicare le ricette giuste. Ha suscitato entusiasmo ed odio. Sostanzialmente lascia l’Italia come l’aveva trovata.

di Giovanni Cominelli | 16 Giugno 2023

Ora che anche Silvio Berlusconi è entrato nella “magna viventium et defunctorum communio”- destino cui spiritosamente si augurava di poter sfuggire – ora che la Guerra dei Trent’anni scatenata dall’antiberlusconismo perenne è conclusa, viene più facile fare un bilancio della sua avventura politica, sullo sfondo, appunto, della storia dell’ultimo trentennio del Paese.

E anche di anni più indietro. Si era pur sempre paragonato a Cavour e a De Gasperi! Perché si era proposto di risolvere il problema che i due grandi leader avevano lasciati aperto e che continua tormentare la storia dell’Italia: la costruzione di una statualità nazionale in cui gli Italiani possano riconoscersi.

L’Italia, cui Berlusconi annuncia il 26 gennaio 1994 di “scendere in campo” in nome di un nuovo miracolo italiano, non stava affatto in salute. Alle sue spalle, eventi globali e nazionali. Quelli globali: la caduta del Muro di Berlino nel 1989, la fine della Guerra fredda e il Trattato di Maastricht, entrato in vigore il 1° novembre 1993, che lancia l’Euro, istituisce la Banca centrale europea (BCE) e il Sistema europeo di banche centrali. Quelli nazionali: il 13 settembre del 1992 Giuliano Amato annuncia in TV la svalutazione della lira; il 30 settembre il Consiglio dei Ministri approva una Legge finanziaria di 93 mila miliardi, il prelievo forzoso su conti correnti del 6 per mille.

La caduta del Muro aveva innescato una crisi irreversibile del sistema dei partiti della Prima repubblica. La Magistratura andava selettivamente all’assalto della politica e di alcuni partiti. La DC fu sciolta il 18 gennaio 1994, il PSI si autoliquidò il 13 novembre di quell’anno. I partiti minori scomparvero. Dell’intero arco costituzionale restò in piedi solo il PCI- PDS, a sua volta in convulsioni peristaltiche.

La cosiddetta “società civile”, o altrimenti detta anche “popolo” o “gente”, invocava una pulizia radicale del sistema politico, gettava monetine reali o metaforiche sui leader di passaggio, Arnaldo Forlani veniva interrogato con la bava alla bocca dai magistrati, così come Craxi e molti altri. Sergio Moroni si suicidava. E con lui Gardini e Gabriele Cagliari.

Saranno circa 40 i suicidi di Mani pulite. Le TV di Berlusconi erano decisamente schierate con il pool di Mani Pulite: davanti al Palazzo di Giustizia di Milano i loro cronisti stazionavano giorno e notte, aspettavano al varco il politico in manette – che di solito veniva arrestato all’alba, non senza che le medesime TV fossero preavvertite – davano voce al popolo che chiedeva giustizia, che denunciava la corruzione dei partiti e la loro lontananza dalla gente. Insomma: un clima da “finis Austriae”.

E qui arriva Silvio Berlusconi. Il suo è un messaggio ottimistico: gli Italiani vanno benissimo così come sono. Rovesciando Massimo D’Azeglio, non si tratta di fare gli Italiani, avendo fatto l’Italia; al contrario, gli Italiani sono già stati fatti, occorre disegnare un sistema politico-statuale sulla loro misura. Gli Italiani sono operosi, geniali, volenterosi, pagano le tasse, mentre lo Stato fiscale e diffidente li perseguita: ti tasso il doppio, perché tu denunci la metà! Il Paese è in salute, la politica è malata!

Perciò non bisogna cambiare gli elettori, bisogna cambiare gli eletti. Berlusconi denuncia lo statalismo che fu di Giolitti, di Mussolini, della DC e del sistema partitico repubblicano, che ha colonizzato, privatizzato e reso pervasivo lo Stato.

“Basta con lo Stato professore, lo Stato medico, lo Stato maestro…”, così Berlusconi. Di qui, pertanto, basta con il comunismo. Che, ovviamente, neppure Berlusconi crede che stia per risorgere. I cosacchi non sono in vista della fontana di San Pietro, dove abbeverare i loro cavalli.

“Comunisti” per Berlusconi vuol dire, in primo luogo, che “il loro credo è il centralismo, il dirigismo, lo statalismo”. C’è più moralità nel mercato che nella politica, dice Berlusconi, citando dottamente Adam Smith. Questo è il lato del messaggio berlusconiano più propriamente liberale, influenzato tanto dal liberalismo classico di Antonio Martino quanto dal cattolicesimo della sussidiarietà, cui lo hanno introdotto con opportune lezioni private fin dal 1979 Angelo Scola, futuro cardinale di Milano, e Roberto Formigoni, futuro presidente della Regione Lombardia.

Alla denuncia del comunismo consegue quella dell’antifascismo. Non perché Berlusconi sia nostalgico del Fascismo, ma perché l’antifascismo è diventato l’ideologia del sistema partitocratico della Prima repubblica, del quale Giuliano Amato ha tracciato la genealogia in un discorso al Parlamento il 21 aprile 1992, riconducendola al partito unico fascista.

Berlusconi è certamente anti-antifascista, nella misura in cui l’antifascismo era diventata l’ideologia della legittimazione del consociativismo e del primato della politica sullo Stato e sulla società civile.

Perché il progetto berlusconiano di una rivoluzione liberale non è andato a buon fine? Cioè: di una “rivoluzione” che riequilibrasse i rapporti tra la società civile e lo Stato e i tre poteri istituzionali – legislativo, esecutivo, giudiziario – tra di loro? Eppure gli anni ’90 sono stati gli anni dei referendum elettorali, gli anni della società civile, gli anni della “rivoluzione liberale” promessa persino da D’Alema in un incontro alla Casa della Cultura di Milano, organizzato il 12 maggio 1995 dalla Rivista “I Democratici” sulla “questione settentrionale”.

Promise D’Alema in quell’occasione: “un Paese federalista, facciamo alla tedesca, e dove nel pubblico impiego cambi tutto e i rapporti di lavoro siano privatizzati; un Paese di “capitalismo normale”, capace di garantire la libera concorrenza, retto da uno Stato “meno invadente, ma più autorevole”, con un mercato sottoposto ad “una serie di riforme”. Riforme “liberali”, naturalmente.

Una parte della spiegazione è che contro Berlusconi si è scatenato l’inferno. In primo luogo la Magistratura, con decine di processi. E poi gran parte della cultura di sinistra e cattolica, che ha imputato a Berlusconi di aver favorito con le sue TV la degradazione culturale e morale della società italiana.

In realtà, esse hanno rappresentato icasticamente il processo di secolarizzazione sguaiata e selvaggia, che ha preceduto largamente il fenomeno-Berlusconi.

I bachi del berlusconismo

L’altra parte della spiegazione rimanda ai “bachi” del berlusconismo.

Il primo “baco” è l’aver confuso, volutamente, “la società civile” con “il popolo”. È l’ambiguità del suo liberalismo. Il popolo italiano non è certamente il migliore dei popoli possibile. Non lo è nessun popolo.

La società italiana è passata dall’essere “una società di classi” ad “una società di corporazioni”, di clan, di gruppi, che hanno intessuto con lo Stato e lo Stato con loro, attraverso l’intermediazione partitica, rapporti di protezione e di clientela. L’idea che la società civile italiana fosse fatta di individui razionali alla Rawls, desiderosi solo di liberarsi dello Stato oppressivo per assumersi le proprie responsabilità professionali ed etiche, era solo la proiezione di un liberalismo desiderante e costitutivamente ambiguo.

Che finiva per legittimare non solo coloro che volevano liberarsi dall’oppressione burocratica, ma anche coloro che volevano liberarsi della legalità essenziale. Il liberalismo berlusconiano è stato fortemente eroso dal populismo incorporato, ricco di voti, ma anche potentemente condizionante.

C’era e c’è una parte del Paese che sta volentieri incistata negli interstizi dello Stato amministrativo e ci campa. Di questa parte Berlusconi aveva affidato la rappresentanza alla Lega e a AN. Il governo 2001-2006 di Berlusconi ne è uscito sfiancato e sconfitto. Da quella sconfitta nasce il populismo grillino del decennio successivo.

Il secondo baco: l’agnosticismo istituzionale. Se vuoi essere all’altezza di Cavour e di De Gasperi ti devi porre il problema dello State Building e del Nation Building. Invece… Se con il “patto della crostata” – 18 giugno 1997 a casa di Gianni Letta – il PDS, FI, AN e PPI avevano raggiunto l’intesa per una repubblica semipresidenziale e una legge elettorale a doppio turno di coalizione, il 28 maggio 1998 Berlusconi fa saltare la Commissione Bicamerale.

In realtà, Berlusconi temeva che Prodi avrebbe potuto essere eletto Presidente. Nordio dichiarerà che anche l’Associazione nazionale magistrati aveva, a sua volta, congiurato contro la riforma.

Perché l’agnosticismo? Perché, alla fine, anche il liberale Berlusconi sperava di cambiare il Paese solo a colpi di potenza politica, coerentemente con l’iper-politicismo soteriologico che pure rimproverava al sistema dei partiti.

Una conseguenza del quale è stata l’iper-leaderismo, che ha impedito la trasformazione di Forza Italia in un partito liberale solido. Il rischio che lo segua nella tomba è, a questo punto, piuttosto alto. Né si vede chi, al momento, possa raccoglierne l’eredità e il ruolo. Quanto all’Italia: così l’ha trovata, così l’ha lasciata.

(questo articolo, con il permesso dell’autore, è ripreso da www.santalessandro.org)

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Pubblicato in : Apertura

Info Giovanni Cominelli

Laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino, all’Università statale di Milano. Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990. Scrive di politiche dell’istruzione sulla Rivista “Nuova secondaria” e www.santalessandro.org, su Libertà eguale, su Mondoperaio.

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