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Il futuro dell’Europa passa da Parigi

Il risultato dell’elezioni francesi sarà determinante anche per i destini europei. Per i sondaggi Macron leggermente avanti rispetto alla Le Pen. Il problema di un Europa a due velocità.

di Luciano Pallini | 23 Maggio 2019

Il risultato delle elezioni europee in Francia sarà di grande importanza anche per il futuro dell’Unione Europea,  una costruzione sicuramente imperfetta ma dalla quale è difficile prescindere, per dare forza alla voce di paesi che presi singolarmente – anche i più forti – sarebbero irrilevanti nei nuovi scenari geopolitici segnati dal riemergere di politiche di potenza, di protezionismi e nazionalismi che si intrecciano con il riemergere di xenofobia ed antisemitismo.

La Francia è stata segnata in questo ultimo anno da profonde tensioni sociali che hanno trovato espressione nella protesta dei jlets jaunes, progressivamente egemonizzata da frange violente che hanno offuscato le ragioni profonde del  disagio, cui è stata data una risposta importate con il grande dibattito nazionale sulle riforme che in questi mesi è stato condotto in tutta la Francia, un ascolto politicamente significativo ed apprezzato.

Il quadro politico della V repubblica fondato sull’alternanza tra gollisti e socialisti era già stato messo in crisi dai processi di spaesamento sociale per la massiccia deindustrializzazione di aree di antica tradizione produttiva e dalla crescita di un movimento xenofobo e portatore di istanze di ripiegamento identitario quale è stato, con tutte le sue dinamiche interne, il Front National fondato da Jean Marie Le Pen e poi evolute nel Rassemblement National di Marine Le Pen.

Alle ultime elezioni presidenziali del 2017 i partiti tradizionali, socialista e gollista (republicains) non sono arrivati al ballottaggio,  al quale sono andati Front Nationale (22%) e En Marche di Macron (24%), concluso con l’elezione di Emmanuel Macron.

Due anni difficili percorsi dalle tensioni sociali interne, dalla conflittualità permanete che segna la presidenza Trump, dalla fortissima pressione migratoria che ha  messo in crisi la Germania,  perno dell’unità europea, senza dimenticare gli isterismi del governo gialloverde italiano che scarica le sue frustrazioni per una politica tutta fatta di annunci e poco di risultati ma scientemente indirizzata a scassare la finanza pubblica contro il nemico esterno,  primo fra tutti la Francia.

Allora uno sguardo a quel che succederà in Francia è di vitale importanza per l’Europa e per l’Italia, a partire dai risultati elettorali.

I sondaggi

Intanto un dato negativo è rappresentato dal basso tasso di partecipazione al voto atteso, fermo al  42% in calo dal non molto distante 44% del 2014: è evidente che anche in Francia l’Unione Europea così com’è non scalda i cuori.

A chi protesta in Italia per la soglia fissata al 4%  chissà che effetto farebbe alzarla al 5%, come è stabilita in Francia, dove si presentano 32 liste.

L’IFOP nell’ultimo sondaggio del 10 maggio vede un testa a testa ancora tra En Marche di Macron  ed il Rassemblement National della Le Pen,  il 23% contro il 22% e quindi aperti a sorpassi e controsorpassi.

Colpisce la tenuta  – non scontata – di Macron che tende a consolidarsi come forza progressista moderata fondata sulla ragione,  non poco in tempi in cui la leadership si conquista con grida ed urla belluine  contro lo straniero, il migrante che affonda, i rom e con il clientelismo spudorato delle mance cinquestelle in Italia.

Seguono, con un risultato deludente,  i Republicain ( 14%) privi di una identità e di una leadership riconoscibile mentre i Verdi sono accreditati dell’8%:.

A sinistra il risultato migliore  è attribuito a France Insoumise di Jean-Luc Melenchon con il 7,5%: ha cercato di assumere la leadership del movimento dei jets jaune ma non c’è riuscito, scavalcato da frange violente che hanno cercato visibilità mediatica con gli scontri su quel palcoscenico mondiale che sono gli Champs Elysées.

Il Parti Socialiste, con la nuova leadership di Olivier Faure,  è accreditato del 6%, appena al di sopra della soglia del 5%: la frantumazione del partito di Hollande ha generato una pluralità di movimenti, tra tutti vale la pena ricordare il Mouvement.s guidato da Benoit Hamon, candidato ufficiale dei socialisti alle presidenziali del 2017.

Il Programma

Con quale programma Macron va  alle elezioni  europee? 79 punti con 9 proposte principali.

Al primo posto la transizione ecologica con un programma di investimenti nel quinquennio fino al 2024 di oltre 1.000 miliardi di euro,  con finanziamento pubblico e privato, e per il quale si prevede la creazione di una banca del clima per indirizzare il risparmio verso la crescita sostenibile.

La transizione ecologica dovrà ispirare tutte le politiche, a partire da quella agricola  così come quella di libero scambio che dovrà richiedere ai partner il rispetto degli accordi sul clima. È prevista una carbon tax  sui prodotti importati.

L’Europa necessita, secondo en Marche, di una effettiva armonizzazione fiscale, soprattutto in materia di imposte sulla società, anche mettendo fine alla regola dell’unanimità in materia fiscale: a questa deve accompagnarsi la tassa sui giganti delle rete.

Altro punto qualificante è la creazione di un Esercito europeo, introducendo accanto all’esercito nazionale una forza d’intervento comune: resta il tema controverso della force de frappe nucleare e del suo raccordo con la difesa comune.

Va sbloccata la questione migratoria con una riforma complessiva del diritto di asilo e dell’immigrazione.

La libertà di circolazione all’interno delle frontiere comunitarie va di pari passo con la responsabilità di ogni stato di sorvegliare la frontiera estera, con l’indispensabile solidarietà con i paesi mediterranei più esposti ( forniture di personale, di navi , di aiuti finanziari al reinsediamento nei migranti nei paesi di origine).

Niente si dice sulla revisione del Trattato di Dublino, un tema sul quale l’Italia, se fosse credibile, potrebbe far valere il suo peso.

Un punto sicuramente di grande rilievo politico è la condizionalità nell’assegnazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto, delle libertà e della convergenza sociale, difficile con un bilancio europeo da approvare all’unanimità.

Più facile è l’allargamento del Progetto Erasmus cui destinare maggiori risorse: verranno da un bilancio proprio dell’Europa, oltre alla carbon tax una imposizione sulle transazioni finanziarie (occorrerà valutare se e quanto queste misure freneranno la crescita dell’Europa, già asfittica).

Infine l’idea di un grande dibattitto sull’Europa che vogliamo aperto ai governanti, ai cittadini, agli esperti dei settori chiave. Per superare il vincolo delle decisioni all’unanimità si andrà verso l’Europa a due velocità con un gruppo di paesi disposti ad avanzare lungo la via dell’integrazione ed altri invece a restare progressivamente sempre più ai margini dell’Europa unita?

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Pubblicato in : EsteriTag: europa

Info Luciano Pallini

Laureato in Economia e commercio all’università di Firenze con il massimo dei voti e la lode, Luciano Pallini è stato dal 1970 al 1975 responsabile dell’Ufficio studi del Comune di Pistoia. Qui, dal 1975 al 1988, ha ricoperto diverse cariche elettive. Già componente del consiglio di amministrazione dell’Irpet e della S.a.t. “Galileo Galilei” di Pisa, svolge da trent’anni attività di consulenza alle imprese e di ricerca economica. Attualmente svolge attività di coordinamento del Centro studi Ance Toscana e del Centro studi della Fondazione Filippo Turati. Presiede inoltre l’associazione E.s.t. (Economia società territorio) con la quale realizza progetti di sviluppo basati sulle risorse locali, in particolare i beni culturali.

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