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Giornalista palestinese uccisa

Da Israele si chiede che i palestinesi accettino, cosa  che per ora hanno rifiutato, una commissione formata dalle due parti, più garanti, che esamini la realtà dei fatti. Evidentemente la prima ricerca dovrebbe essere sul proiettile che ha ucciso Shireen.

di Fiamma Nirenstein | 14 Maggio 2022

Quando un giornalista muore sulla linea del fuoco, è un dramma per tutto il mondo, e purtroppo accade spesso, come si vede anche nella guerra in Ucraina. Quando questo accade sul fronte del conflitto Israele Palestinese tuttavia la reazione è diversa da ogni altra, molto simile a una condanna pubblica senza processo. Qui, molto prima che le responsabilità siano accertate, Israele è il condannato preventivo del grande accusatore, la rete, il movimento, i politici. Shireen Abu Akle, la giornalista 51enne  di Al Jazeera uccisa ieri da un proiettile nella cittadina di Jenin nel West Bank era seguita e apprezzata da decine di milioni di telespettatori che amavano la sua  interpretazione dei fatti: filo-palestinese sempre sul campo, convinta che gli israeliani fossero responsabili di crimini da raccontare al telespettatore, spiegava il suo impegno in prima fila dai tempi dell’ Intifada (tutti noi giornalisti l’abbiamo incontrata sul campo, agile e articolata, e la notarono anche gli autori di “Fauda” che hanno tratto da lei l’ispirazione per il nome per la dottoressa, Shireen, protagonista della serie Netflix) spiegando che “voleva essere vicina al popolo e portare la sua voce al mondo”.

Una posizione politica consona al ruolo di Al Jazeera, jihadista e amante dei palestinesi. Ieri, alla notizia della sua morte, sia i numerosi siti per la “causa Palestinese” che i notabili della battaglia si sono mobilitati nell’accusare Israele di “terrorismo di stato” come ha detto il ministro degli esteri giordano Ayman al Safadi, o il ministro degli Esteri del Qatar, il paese che di Al Jazeera è lo sponsor e che finanzia, notoriamente, Hamas; Abu Mazen si è spinto a dichiarare la morte della Abu Ahla una esecuzione, e di là dall’oceano la deputata Rashida Tlaib dal Congresso americano, attivista palestinese nota, ha detto che Israele deve essere processata dalla corte internazionale, e anche questo non è nuovo. Intanto da Israele si chiede che i palestinesi accettino, cosa  che per ora hanno rifiutato, una commissione formata dalle due parti, più garanti, che esamini la realtà dei fatti. Evidentemente la prima ricerca dovrebbe essere sul proiettile che ha ucciso Shireen. Da Israele il Primo ministro Naftali Bennett, il ministro della Difesa Benny Gantz (“non c’è stato fuoco dell’esercito verso giornalisti, mentre abbiamo materiale sul fuoco indiscriminato dei palestinesi”), il Capo di Stato Maggiore Aviv Kohavi che dice semplicemente che non si può dire niente con certezza… Tutti rifiutano la condanna preventiva e anzi pensano che sia probabile che il fuoco inaccurato dei terroristi sia responsabile del tragico episodio, e chiedono che una commissione faccia luce.

Poichè Shireen era anche americana, può darsi che in vista della visita di Biden in giugno a Gerusalemme con  una tappa palestinese anche da Ramallah si accetti una qualche indagine. Comunque siano, purtroppo, andate le cose, l’esercito era a Jenin perché è la città da cui muove dal tempo dell’Intifada una percentuale impressionante di tutti i terroristi sul campo, compresi quelli di quest’ultima ondata (era di Jenin l’assassino dei tre uccisi a Tel Aviv il 18 aprile; di Jenin anche i due assassini dei tre uccisi con l’ascia a Elad il 5 maggio) e l’esercito compie arresti contro il terrorismo. Con decine di fermi, lo scontro è inevitabile. In un documento filmato ieri uno degli abitanti spara col kalashnikov e urla “ho colpito un israeliano, è a terra”. Ma non risulta nessun israeliano colpito. In Israele quindi l’ipotesi è che per un equivoco la persona colpita sia Abu Akle. Ma occorrono le perizie necessarie, altrimenti non si saprà cos’è successo, qualsiasi cosa dicano i palestinesi. E intanto Jenin, da cui con la seconda Intifada vennero decine di terroristi suicidi, seguita a crescere i suoi giovani nel mito della crudeltà israeliana. È solo questione di poco tempo prima che tutti i post che fanno della giornalista uccisa una “shahid” convincano un altro giovane a uccidere, e forse a essere ucciso.

(articolo già pubblicato dal quotidiano Il Giornale e ripreso con il consenso dell’autrice)

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Pubblicato in : Esteri

Info Fiamma Nirenstein

Fiamma Nirenstein è giornalista e scrittrice. É italiana e israeliana, un parco pubblico del centro di Firenze, il Giardino di Borgo Allegri, porta il nome della madre partigiana e giornalista fiorentina Wanda Lattes e del padre storico della Shoah Alberto Nirenstein. Vive a Gerusalemme ed è membro del think-tank israeliano il Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs (JCFA). Ha studiato storia moderna all’Università di Firenze, dove è nata, e ha insegnato per diversi anni Storia di Israele e del Medio Oriente all’Università Luiss di Roma. È stata direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura dal 1992 al 1994. La sua esperienza giornalistica comprende giornali, radio e TV. I suoi saggi, interviste ed editoriali sul Medio Oriente sono stati determinanti nel rivelare i pregiudizi contro Israele.

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