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Cultura e economia nell’epoca della transizione

Il mondo nel quale viviamo è stato segnato da una lunga “età di crisi” e da una pandemia difficile da arginare nei suoi effetti. Eppure, il contesto di questo periodo storico è anche connotato da una straordinaria accumulazione di apprendimenti scientifici

di Amedeo Lepore | 10 Gennaio 2022

La cultura è una delle principali fondamenta per la costruzione del nostro avvenire. La diffusione del senso di comunità e di coesione e la valorizzazione del patrimonio culturale sono aspetti peculiari delle azioni volte a estendere il riconoscimento in un’ampia prospettiva di carattere nazionale ed europeo da parte di individui, gruppi e forze sociali. In questo modo, è possibile mettere a fattore comune identità, varietà, potenzialità intellettuali e scientifiche, a sostegno della crescita del Mezzogiorno e dell’insieme del Paese. La leva che permette, però, di integrare ambiti diversi di intervento, rendendo sistemico il ruolo della cultura, è rappresentata dall’economia della conoscenza, il nuovo grande approdo dello sviluppo dell’umanità all’alba della quarta rivoluzione industriale. La storia economica, una disciplina di piccola entità ma di notevoli strumenti, incarna la possibilità di unire fatti del passato e contemporanei, favorendo lo sviluppo di questa connessione tra cultura ed economia grazie a un’idea di contesto, in grado di mirare avanti e, se possibile, contribuire a inquadrare le vicende del prossimo futuro. La metodologia di questa disciplina lega dimensioni diverse, come il tempo e lo spazio, in un unico processo evolutivo e comparativo, che favorisce l’integrazione di piani diversi di analisi e di previsione all’interno di una comprensione della complessità della lunga transizione, ancora in corso, da un modello di crescita a un altro.

Di fronte ai grandi rivolgimenti, è sempre stata necessaria una weltanschauung capace di fornire l’apporto di conoscenze indispensabili all’abbrivo dei nuovi sistemi economici. Joel Mokyr, in un libro paradigmatico dal titolo A Culture of Growth: The Origins of the Modern Economy, ha descritto nitidamente l’intreccio tra la rivoluzione scientifica, le innovazioni dell’illuminismo e la svolta radicale della prima rivoluzione industriale, rivelando la stretta combinazione tra i concetti dell’economia e l’evoluzione della cultura. Egli, infatti, ha evidenziato come le specifiche dinamiche delle idee e delle scienze europee in età moderna, divulgate attraverso la “Repubblica delle lettere”, abbiano formato le basi per l’introduzione di nuove tecnologie produttive e per l’enorme progresso economico indotto dall’industrializzazione. La cultura, quindi, ha costituito (e costituisce ancora oggi) un fattore irrinunciabile per le trasformazioni economiche e sociali.

Il mondo nel quale viviamo è stato segnato da una lunga “età di crisi” e da una pandemia difficile da arginare nei suoi effetti sulla salute e sulla vita degli uomini, come nelle sue conseguenze sull’andamento dell’economia e della società. Eppure, il contesto di questo periodo storico è anche connotato da una straordinaria accumulazione di apprendimenti scientifici e metamorfosi inedite, quali le Key Enabling Technologies (KETs), che, secondo la Commissione europea, sono tecnologie: “ad alta intensità di conoscenza e associate ad elevata intensità di R&S, a cicli d’innovazione rapidi, a consistenti spese di investimento e a posti di lavoro altamente qualificati. Rendono possibile l’innovazione nei processi, nei beni e nei servizi in tutti i settori economici e hanno quindi rilevanza sistemica”. L’applicazione di questi meccanismi cambia totalmente il tradizionale rapporto tra l’uomo e la macchina e apre una prospettiva simile a quella di tanti film e racconti di fantascienza, da Isaac Asimov a Philip K. Dick, che già prefiguravano una connessione attiva tra macchina e macchina mediante l’intelligenza artificiale, rendendo più problematica la funzione proattiva degli esseri umani, chiamati a confrontarsi, come in altre epoche, con un altro “Mondo nuovo”.

La crisi prolungata di questo nostro tempo è iniziata, in realtà, negli anni Settanta del secolo scorso, con la fine del sistema monetario sorto a Bretton Woods, la diffusione di un fenomeno inconsueto come la stagflazione e, in conseguenza di ciò, il tramonto dell’archetipo fordista, che aveva imperato fino ad allora in tutto il mondo sviluppato. Da quel momento, si è avviata una transizione prolungata, non tanto verso un sistema post-industriale erroneamente preconizzato, quanto verso una forma di post-fordismo contraddistinta da un tentativo di organizzazione produttiva e articolazione della società più aperti e moderni. Le opportunità generate da questa crisi sono, infatti, da intendersi come il passaggio da un modello ormai obsoleto a uno più avanzato, che non è ancora inserito in uno schema organico, ma che procede, tassello dopo tassello, nella pratica configurazione di un nuovo assetto economico.

Le tracce di questo profondo mutamento e della ideazione di un paradigma originale possono essere rinvenute nelle teorie e nelle culture propugnate da diversi studiosi e “visionari” dell’importanza di Chris Anderson (The Long Tail: Why the Future of Business is Selling Less of More; Makers: The New Industrial Revolution), Richard Baldwin (The Great Convergence: Information Technology and the New Globalization; The Globotics Upheaval: Globalisation, Robotics and the Future of Work), Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (Race Against the Machine: How the Digital Revolution is Accelerating Innovation, Driving Productivity, and Irreversibly Transforming Employment and the Economy; The Second Machine Age: Work, Progress, and Prosperity in a Time of Brilliant Technologies; Machine, Platform, Crowd: Harnessing Our Digital Future), Ian Goldin e Chris Kutarna (Age of Discovery: Navigating the Risks and Rewards of Our New Renaissance), Dirk Helbing (Towards Digital Enlightenment: Essays on the Dark and Light Sides of the Digital Revolution), solo per citarne alcuni.

Questi indizi di futuro orientano la ricerca di una visione generale in una direzione contraria a quella della cosiddetta “decrescita”, puntando decisamente alla realizzazione di uno sviluppo, al contempo, antropocentrico e tecnologico, che sia in grado di declinare nuovi lemmi e riesca a superare i rischi incombenti di involuzione, delineando una sintesi progredita delle vecchie contrapposizioni ideologiche tra Stato e mercato, intervento pubblico e impresa, uomo e macchina, attraverso un salto di continuità straordinario. In questo quadro, anche il processo di globalizzazione assume una veste autonoma, sganciandosi da una delle forme che ha assunto storicamente, il neoliberismo, e diventando l’emblema di economie e società sempre più integrate e complesse. Il governo di questi fenomeni, peraltro, richiede una maggiore capacità di interazione a livello mondiale, come è dimostrato plasticamente dalla pandemia, che ha rivelato repentinamente la necessità di strategie condivise e coordinate su vasti scenari.

Più che a una de-globalizzazione, assistiamo a un riassetto delle catene globali del valore, che indicano l’avvio di un nuovo modello economico, fondato su una modalità del tutto originale di produzione. Oggi si sta affermando una cultura produttiva e dell’impresa che si innesta nella cultura della trasformazione e della connessione, quali motori di una quarta rivoluzione industriale. Tornano ad avere attualità gli insegnamenti di Joseph Alois Schumpeter e Frank Hyneman Knight che, partendo da due ottiche differenti, si incontrano con la modernità, sottolineando la rilevanza cruciale delle capacità, di cui sono dotati gli uomini d’intrapresa, di promuovere l’innovazione e di affrontare le incertezze. Attraverso queste caratteristiche è possibile convertire la distruzione dei precedenti ordinamenti e strutture in un processo creativo di occasioni di crescita finora sconosciute. Il punto focale resta quello della cultura nuova imprescindibile per compiere questo cambiamento.

Non c’è ancora – e chissà se mai vi sarà – una teoria generale, una visione di futuro, in grado di intercettare queste piste del mondo a venire. Tuttavia, come il percorso ritrovato grazie ai sassolini di Hänsel e Gretel, va man mano emergendo la trama di una formazione del valore sottoposta a un procedimento molto esteso, che non si limita alle mura della fabbrica tradizionale, ma che investe molteplici aspetti della produzione di beni e servizi, materiali e immateriali, cominciando dalla elaborazione di un’idea e dalla progettazione di un prodotto, passando per gli inputs e i processi per la sua realizzazione, fino ad arrivare alla sua distribuzione e al suo impiego da parte degli utenti, con la soddisfazione di un desiderio precipuo. In ognuno di questi passaggi si incorpora valore e si crea ricchezza aggiuntiva. Per questa ragione, il nostro destino non è ancora scritto, nonostante un’epoca di crisi, e possiamo sperare in una condizione di notevole progresso.

Il nuovo paradigma va edificato attraverso un’opera di eccezionale rinnovamento. Le potenzialità di questo disegno sono racchiuse negli strumenti adottati dall’Unione Europea e dall’Italia, mediante il Next Generation EU e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In particolare, l’attuazione delle iniziative legate alla innovazione digitale e alla transizione ecologica appaiono quelle maggiormente foriere di una prospettiva di largo respiro e di una durata molto più ampia di un semplice lustro. La bioeconomia circolare è la frontiera avanzata di questa endiadi, perché non si occupa solo di assicurare la sostenibilità del sistema industriale rispetto all’ambiente e al clima, ma prevede l’utilizzo di materiali, impianti e processi inediti, capaci di risparmiare, fino a evitarli, residui e scarti, ottimizzando le convenienze dei produttori e i risultati produttivi dell’impresa. In questo modo, le due transizioni si intessono di un unico filo e la rivoluzione digitale si può combinare con quella ambientale, realizzando un ecosistema innovativo. La cultura del futuro si poggia sulle nuove competenze e sulla centralità del capitale umano, in un mondo pronto a un mutamento mai visto prima, fondato sulla scienza e sulla tecnologia in aiuto delle persone e della società, precorrendo quel nuovo umanesimo digitale di cui avvertiamo fortemente il bisogno.

(Amedeo Lepore – Università della Campania Luigi Vanvitelli, Luiss Guido Carli. Riprodotto con il permesse dell’autore. Da “Territori della Cultura” Rivista on line Numero 46 Anno 2021)

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Pubblicato in : Cultura

Info Amedeo Lepore

Professore Ordinario di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove è titolare dei corsi di Storia Economica, di Storia dell’Impresa e della Finanza, di Evoluzione del Capitalismo, delle Tecnologie e della Finanza. È docente di Storia dell’Economia e dell’Impresa alla Luiss Guido Carli di Roma. Ha svolto insegnamenti in diverse Università italiane e straniere. È componente del Consiglio di Amministrazione e della SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno). È socio dell’Accademia Pontaniana, nella Classe di Scienze Morali. Fa parte di Comitati scientifici e di Redazione di varie riviste nazionali e internazionali. Ha ricevuto riconoscimenti internazionali per la sua attività di studio e di ricerca. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero, su temi riguardanti la storia economica italiana ed europea; la storia d’impresa, della contabilità e del marketing; la storia del pensiero economico. I suoi attuali ambiti di ricerca riguardano la storia dell’economia euro-atlantica, il processo di globalizzazione nei suoi vari aspetti, l’impatto sull’economia della pandemia di Covid-19, l’evoluzione dell’impresa, la storia del dualismo economico italiano. Ha svolto anche ruoli istituzionali legati alle sue competenze economiche, da ultimo come Assessore alle attività produttive della Regione Campania.

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