Una fotografia non è certo una sentenza, una frequentazione non dimostra un’associazione criminale e un’indagine non equivale a una condanna.
Parto da queste certezze proprio perché ciò che sta emergendo merita qualcosa di più serio della propaganda.
Youssef Siher, indicato dagli inquirenti come amministratore delle pagine del Movimento 17 ottobre, è stato fermato nell’ambito di un’indagine che gli contesta, tra l’altro, l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. Successivamente la GIP Landoni non ha convalidato il fermo e ne ha disposto la scarcerazione, ritenendo insufficienti gli elementi per giustificare la misura cautelare.
Siher resta tuttavia indagato.
Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, è invece coinvolto nell’inchiesta genovese sui finanziamenti ad Hamas e secondo gli investigatori sarebbe un referente di Hamas in Italia, mentre la Procura di Genova sta verificando se siano esistiti contatti o collegamenti fra Siher e il gruppo degli indagati.
Questi sono i fatti disponibili ed è proprio separandoli dalle ipotesi investigative che può cominciare una riflessione politica molto più ampia. L’errore più grave sarebbe pensare che vogliamo trasformare tutto questo in un processo all’Islam.
No! Non è questa la questione.
La questione invece è l’islam politico, cioè l’utilizzo della religione come “progetto politico e ideologico”, soprattutto quando quel progetto entra in conflitto con i principi dello Stato laico, del pluralismo, della libertà individuale e dell’uguaglianza davanti alla legge.
La domanda che l’Occidente dovrebbe finalmente avere il coraggio di porsi è molto semplice: quanto spazio può concedere una democrazia liberale a movimenti ideologici che utilizzano le libertà garantite dalla stessa democrazia mentre ne contestano i fondamenti?
Libertà religiosa, libertà di manifestazione, associazione, espressione, tutela delle minoranze e garantismo giudiziario non sono debolezze ma sono esattamente ciò che rende una democrazia liberale diversa da un regime autoritario.
Ma una società aperta diventa “vulnerabile” quando non riesce più a distinguere tra pluralismo e relativismo, tra integrazione e rinuncia ai propri principi, tra il rispetto di una religione e l’accettazione passiva di qualsiasi progetto politico che si presenti in nome di quella religione.
Ed è qui che emerge la responsabilità culturale e politica della sinistra italiana ed europea.
Per anni la sinistra ha fatto dell’Occidente l’imputato permanente della storia. Colonialismo, capitalismo, imperialismo, discriminazioni: categorie talvolta indispensabili per comprendere errori e responsabilità reali sono diventate, in alcuni settori, una lente attraverso la quale interpretare quasi qualsiasi conflitto. Il risultato è un paradosso: chiunque si contrapponga all’Occidente rischia di acquisire automaticamente lo status di oppresso, e quindi una sorta di indulgenza politica e morale.
Questo è un automatismo molto pericoloso.
È proprio su questo confine che la sinistra radicale, e anche forze parlamentari come AVS, devono essere incalzate politicamente non certo attribuendo loro “complicità criminali” ( che richiederebbero prove), ma pretendendo risposte politiche: quali organizzazioni sono interlocutori legittimi? Quali comportamenti costituiscono una linea rossa? Qual è il giudizio sull’islamismo politico quando entra in conflitto con la laicità dello Stato, con i diritti individuali e con l’ordinamento democratico?
La solidarietà verso Gaza “non può diventare una franchigia ideologica” ed è qui che compare una questione ancora più profonda: quella che potremmo chiamare “deoccidentalizzazione”.
Si badi bene che questa non consiste certo nell’arrivo in Europa di persone provenienti da culture differenti, questa si chiama immigrazione e può produrre integrazione, contaminazione culturale e perfino rafforzamento delle nostre società.
La deoccidentalizzazione comincia quando siamo noi a smettere di credere nei principi che pretendiamo di difendere, quando la laicità viene considerata negoziabile, quando l’universalità dei diritti viene subordinata all’appartenenza culturale, quando la paura di apparire intolleranti rende difficile criticare un’ideologia soltanto perché rivendica una matrice religiosa, quando l’antioccidentalismo diventa così profondo da impedire di vedere che non tutti gli avversari dell’Occidente sono, per questo, portatori di valori progressisti.
Ed è questo forse il più grande errore della sinistra, l’aver cioè confuso troppo spesso l’antioccidentalismo con il progressismo.
Esiste però un ultimo limite che non possiamo superare proprio mentre denunciamo questi rischi.
Se vogliamo difendere l’Occidente non possiamo farlo cancellando ciò che lo rende Occidente.
L’Italia è ancora capace di distinguere l’integrazione dall’islamismo politico, la libertà religiosa dal progetto ideologico, la protesta dall’eversione e la solidarietà verso i palestinesi dall’indulgenza verso Hamas?
E soprattutto, la sinistra italiana è ancora capace di difendere contemporaneamente i diritti dei palestinesi e i valori dell’Occidente, oppure il riflesso antioccidentale è diventato così forte da impedirle di vedere le contraddizioni dei propri compagni di strada?
Questa è la domanda politica.
Perché le democrazie raramente perdono se stesse in un giorno. Più spesso arretrano un confine alla volta, convincendosi ogni volta che quello successivo sia ancora abbastanza lontano.
Il compito della politica non è avere paura dell’Islam ma è quello di non avere paura di difendere la democrazia dall’islamismo politico.
E su questo terreno una gran parte della sinistra ha troppe ambiguità da spiegare.
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LA SFIDA DEL RIFORMISMO
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