Chi in questi mesi si erge a tutela del nostro paesaggio “storico” compie una falsificazione ideologica della storia.
Il paesaggio agrario è sempre stato in trasformazione e le sue caratteristiche non sono determinate dal “bello” ma dall’utile, solo che l’utile conosciuto è più accettato, mentre i nuovi bisogni hanno necessità di ricorrere alla ragione e alla visione del futuro.
Prendiamo, per esempio, la nuova SS 1 Aurelia in Val di Cornia: occupa più di 100 ettari di terreno agricolo, ma tutti siamo stati consenzienti.
Un impianto agrivoltaico di questa estensione, che conserva l’uso agrario del terreno e produce energia pulita invece è vissuto come uno sfregio e suscita guerra ideologica.
Altrettanti ettari coperti da serre, che hanno lo stesso impatto visivo, sono invece tranquillamente accettate.
Ma anche “prima” il paesaggio agrario è stato funzionale alle necessità economiche.
La Val di Cornia con la ex centrale a olio, la grande stazione primaria di Terna a Forni e quella più recente alla Rinsacca è stato gravato di centinaia di tralicci, nel silenzio generale.
Ma la stessa bonifica dei primi del ‘900 ha modificato pesantemente la nostra geografia, eliminando ambienti umidi di grande valore ambientale,
Prima ancora le terribili carestie del ‘700 spinsero le proprietà a cercare nuovi terreni ed arrivano così le colline terrazzate ad olivi e la maglia poderale mezzadrile, fatta dall’uso di ogni fazzoletto di terra, di piccoli campi con le “prode” coltivate.
Insomma il paesaggio agrario che i più vecchi ricordano è già modificato negli ultimi 50 anni. I piccoli coltivatori si stanno estinguendo e le maglie poderali si ampliano, invece della coltivazione familiare ora si coltiva con i “terzisti” e la terra “pomata” non è più funzionale ma soprattutto si è espanso l’incolto.
Non mancano i terreni, manca chi le lavori.
Ma tutti sembrano non vedere: le produzioni agrarie stanno diminuendo ed anche gli ortaggi, sostenuti spesso dal lavoro terribile dei ragazzi di colore si stanno riducendo.
Siamo, si voglia o no, ad una svolta epocale nella nostra agricoltura ed invece Sindaci ed organizzazioni di categoria difendono ostinatamente l’esistente.
L’agrivoltaico potrebbe essere una occasione di ammodernamento, invece che un nemico da combattere, anche perché la “fortuna” di quest’anno che ha mantenuti alti i prezzi del grano, grazie alla guerra, non durerà (speriamo) a lungo e quando arriverà l’Ucraina il grano a basso valore aggiunto sarà fuori mercato.
Il problema è di opportunismo: i sindaci invece di guidare un percorso di cambiamento, fanno da supporter ai comitati del NO perché ritenuti elettoralmente convenienti.
Per esempio il Comune di Campiglia ha più di dieci ettari su cui è stata costruita una vasca di laminazione di un torrente: potrebbe ospitare un fotovoltaico (magari in proprietà sociale) per rendere petrol-free tutto il Comune ed incassare dividendi molto alti. Ma tutto è fermo: il fotovoltaico è tabù.
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