Il monito a fare presto lanciato con il manifesto per la reindustrializzazione della Toscana di Buti, Casini Benvenuti e Petretto è stato fatto proprio da istituzioni e corpi intermedi, tutti concordi sulla necessità di una (vera) politica industriale. Dopo anni in cui l’intervento pubblico nell’economia veniva guardato con sospetto, si torna a parlare di settori strategici, tecnologie critiche e filiere. A livello UE la nuova postura interventista si manifesta in programmi come il Green Deal Industrial Plan e il Net-Zero Industry Act per le tecnologie pulite, il Chips Act per i semiconduttori, il Critical Raw Materials Act per le materie prime strategiche, gli Important Projects of Common European Interest per grandi progetti su batterie, idrogeno e microelettronica. Abbastanza per sollevare due domande. La prima: in che modo la (vera) politica industriale regionale da definire nei tavoli della concertazione con associazioni di categoria e sindacati si iscrive in questa macro cornice di orizzonti ambiziosi e ingenti mezzi finanziari? L’altra, forse ancora più sfidante, vista la quantità di risorse pubbliche e private (risparmi) necessarie per una (vera) politica industriale, fino dove si possono spingere i tavoli di concertazione regionali? Oltretutto, senza evocare documenti tipo Letta e Draghi, nel nostro caso manca una (vera) mappa delle potenzialità inespresse dal tessuto economico regionale con la chiara individuazione delle esigenze e le priorità delle imprese, dei settori e delle filiere sui quali investire.
Il nodo risorse
La Regione Toscana utilizza parte delle risorse del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale per sostenere l’industria. Il Programma FESR 2021-2027 disponeva di circa 1,2 miliardi di euro che, spalmati su sette anni, fanno circa 75 milioni di euro all’anno. Oltre a leve come le auspicate semplificazioni burocratiche, le politiche industriali impiegano risorse per agevolare l’accesso al credito, la ricerca universitaria, il trasferimento tecnologico, la promozione, gli ITS Academy, Invest in Tuscany, attrazione eccellenze, ecc… Malcontati, le imprese toscane (tutti i settori) ricevono 200 milioni l’anno attraverso i fondi europei e nazionali e i numerosi programmi (non tutti con regia regionale) dedicati alla loro competitività. Se anche per il piano finanziario 2028-2034 la Toscana riuscisse a mantenere una quota dei fondi comunitari analoga a quella degli ultimi sette anni, il volume delle risorse per imprese e industria potrebbe restare nell’ordine di 150 milioni di euro l’anno, con la prospettiva (sull’esempio del PNRR) di una maggiore incidenza gestionale delle regie nazionali e comunitarie a scapito degli enti locali.
La Regione non pubblica un rendiconto della spesa per l’industria divisa nei diversi capitoli di intervento e non è facile ricostruirne l’articolazione. Molti capitoli di spesa si sovrappongono. Il dato più leggibile resta quello dei soli bandi FESR. Nel 2024 la Regione ha approvato un pacchetto di nove bandi per la competitività delle imprese, con dotazione complessiva di circa 120 milioni di euro. Questi bandi riguardano sostegni a PMI, accesso al credito, investimenti produttivi, R&S, startup giovanili e femminili, servizi per l’innovazione, turismo, aree interne, borghi, centri commerciali naturali e cooperative di comunità. I bandi per l’accesso al credito avevano una dotazione complessiva di 90 milioni. Di questi più della metà sono stati erogati a sostegno delle pmi per investimenti produttivi, ampliamento, consolidamento, transizione tecnologica, digitale e ecologica, imprese giovanili, femminili… Il restante 25% si divide tra strumenti per la ricerca, innovazione, digitalizzazione, turismo, aree interne e altri interventi per competitività. Un ampio ventaglio di obbiettivi e di strumenti che probabilmente andrebbe sfoltito e ricalibrato.
Tutto questo per sottolineare che, da almeno venti anni, i corpi intermedi indirizzano nel bene e nel male gli interventi della Regione. In altre parole, hanno praticato e praticano politiche industriali. Perché solo si sollecita una (vera) politica industriale e che strumenti e quante risorse dovrebbe utilizzare? I sintomi della deindustrializzazione toscana non sono certo un fenomeno recente. Lo sottolineava già nel 1986 l’allora direttore Irpet Giuliano Bianchi (Maturità precoce: una modernizzazione a rischio). La condivisione sul “da farsi” dei tavoli di istituzioni, associazioni e sindacati non ha dato vita a meccanismi di intervento e sistemi di regolazione in grado di correggere adeguatamente i limiti delle funzioni assolte dai prezzi e dai mercati. È nelle cose che un blocco dedito perlopiù alla gestione della contingenza si occupi più di ciò che è visibile, organizzato e rappresentato che di guardare al lungo periodo.
Il nodo maggiore, comunque, resta quello della mobilitazione del risparmio privato toscano per indirizzarlo a sostegno di imprese, anelli di filiere e settori strategici. Senza una mappa delle potenzialità inespresse dal tessuto economico per indirizzare gli interventi è difficile quantificare le risorse necessarie, ma è ragionevole pensare che, per le dimensioni degli investimenti nei settori strategici, i 150 milioni visti sopra non siano affatto sufficienti. Per questo accorrono attori con elevate professionalità, credibilità, e programmi dettagliati. E non sono di grande aiuto l’interventismo della sfera pubblica, i confini regionali e i tavoli di concertazione cui si fa ricorso per gli investimenti sul contesto, le semplificazioni, la formazione e le economie sterne. Più che una (vera) politica industriale, occorre cambiare musica e orchestranti!
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