La gestione dei rifiuti è un tema particolarmente avvertito dai cittadini, sui quali gravano direttamente i costi del servizio e tutto ciò che concerne la raccolta ed il relativo smaltimento.
Nella nostra città le tariffe sono decisamente elevate. Ciò, a mio modesto parere, è dovuto principalmente all’assenza di un piano di gestione regionale che preveda una reale programmazione a medio e lungo termine.
Qualsiasi pianificazione efficace deve basarsi su dati reali ed attuali, considerando lo sviluppo demografico ed il progressivo innalzamento della qualità della vita, che determinano un aumento fisiologico dei rifiuti prodotti. L’approccio alla materia deve quindi essere pragmatico, lontano dalle posizioni di chi auspica una drastica ed irrealistica riduzione dei rifiuti a monte, visione peraltro smentita dai fatti (simile a quella di chi si oppone alle nuove infrastrutture stradali sperando in una diminuzione delle autovetture in circolazione, venendo poi regolarmente smentito dal caotico traffico quotidiano).
Il problema strutturale del nostro sistema risiede nella carenza di impianti di termovalorizzazione. L’unica eccezione sul territorio è lo storico impianto di Montale: una struttura esteticamente molto discutibile, ma che ha sempre funzionato (e continua tuttora a farlo) in modo efficiente (al di là delle contestazioni ideologiche e strumentali di una certa parte politica).
Attualmente, lo smaltimento finale si appoggia sulla discarica di Peccioli -che tuttavia non riesce ad assorbire l’intera cubatura- e sul trasferimento di una quota consistente di rifiuti fuori regione. A questo si aggiunge la raccolta differenziata, di cui, però, non si conosce la reale resa in termini di effettivo riciclo.
Nelle intenzioni originarie, la Regione avrebbe dovuto prevedere per lo smaltimento finale un termovalorizzatore per ogni macro-area e discariche di servizio destinate esclusivamente a quanto prodotto da tali impianti (ceneri, scorie e polveri). Tuttavia, la definizione delle localizzazioni e delle potenzialità di questi impianti comporta un costo politico che, a mio modesto parere, la classe dirigente ha preferito evitare, scegliendo la strada della non-decisione e scaricando i conseguenti maggiori costi sui cittadini.
I termovalorizzatori sono a tutti gli effetti siti industriali e, come tali, operano nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia di salute pubblica, sotto il controllo degli enti preposti anche in base a quanto disposto dal Ministero della Sanità.
La loro demonizzazione deriva da meri preconcetti e da una scarsa conoscenza di altre realtà. A titolo puramente esemplificativo si ricorda che la Svezia conta 32 termovalorizzatori, la Danimarca 21, la Germania oltre 150 e la Francia più di 120: tutti questi impianti recuperano energia producendo elettricità ed acqua calda. Tra gli esempi più celebri spiccano l’impianto di Copenaghen (inaugurato nell’anno 2017 e noto per la pista da sci artificiale sul tetto) e quello di Vienna, trasformato in un’opera d’arte dall’architetto ecologista Hundertwasser.
Il modello di smaltimento influenza inevitabilmente la modalità di raccolta, che dovrebbe sempre essere sostenibile sotto il profilo ambientale ed economico, garantendo un ottimo servizio al minor costo possibile.
A mio modesto parere l’attuale sistema misto – cassonetti (anche interrati) in città e raccolta “porta a porta” nelle aree periferiche e collinari – presenta forti criticità.
Nelle zone collinari, a causa della conformazione urbanistica e della distanza delle abitazioni dalle strade principali, il “porta a porta” si rivela inefficace: i cittadini sono costretti a conferire i sacchetti ed i contenitori lontano dalle proprie case, favorendo l’abbandono dei rifiuti e degradando il decoro urbano (è paradossale che si applichino rigidi vincoli architettonici per l’apertura di una finestra o per l’installazione di pannelli fotovoltaici, tollerando poi questo scempio quotidiano sulle strade).
Esistono inoltre disagi logistici interni alle abitazioni storiche, spesso caratterizzate da cucine e terrazzi angusti, che rendono arduo lo stazionamento dei contenitori e dei sacchetti al loro interno. Non meno importante è la questione igienico-sanitaria: il ritiro bisettimanale dei rifiuti organici è insufficiente e causa, tra l’altro, problemi di cattivi odori (legati a scarti come pesce e cipolle) e alla formazione del percolato.
A questo proposito, sarebbe opportuno fare chiarezza sulla reale destinazione dell’organico e sulla possibile produzione di compost. In passato l’Amministrazione Comunale si era proclamata pioniera di questa filiera, ipotizzando un massiccio utilizzo del compost in agricoltura (vivai) o addirittura auspicando la sua esportazione, salvo poi scontrarsi con una realtà per cui il compost finiva direttamente nella discarica del Bulicata.
Alla luce delle problematiche sopra esposte, ritengo preferibile il ritorno ad un sistema basato su cassonetti stradali diffusi, con alcuni dedicati al differenziato: un modello già collaudato e ben digerito dalla cittadinanza.
Per di più occorre evidenziare che gli abitanti delle zone collinari hanno subito le decisioni del Comune e del gestore senza alcuna consultazione preventiva e/o un confronto costruttivo, anche in riferimento a possibili problematiche pratiche: gli incontri, che, tra l’altro, non sono stati effettuati in tutte le varie frazioni, sono serviti unicamente ad illustrare decisioni che già erano state stabilite e prese.
Un ultimo aspetto critico riguarda i bilanci annuali consuntivi del gestore, che registrano sistematicamente utili milionari. Questi profitti non vengono reinvestiti per diminuire i costi che devono sostenere gli utenti finali, ma vengono redistribuiti tra i soci.
Per di più l’utile deriva spesso da una errata previsione e gestione di spesa nel relativo bilancio, che determina tariffe di importi considerevolmente maggiori per i cittadini. Sarebbe invece doveroso applicare una riduzione automatica delle quote TARI relative all’anno successivo in misura pari agli utili conseguiti.
In conclusione, per la raccolta differenziata, sarebbe necessario conoscere non solo le percentuali di materiale raccolto, ma la quantità effettivamente riciclata ed i relativi costi economici e ambientali complessivi (rapporto tra costi di raccolta e ricavi di vendita, impatto di mezzi impiegati ed impatto ambientale ed energetico delle imprese che riciclano).
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