Il 2026 ci sta offrendo gli ultimi sprazzi di caldo estivo mentre si avvia verso la conclusione e sia pur nello stanco procedere delle ferie estive, qualche ragionamento sulla più importante operazione di finanza pubblica varata a livello europeo, possiamo anche farlo, in particolare per ciò che ha coinvolto la nostra Regione.
Innanzitutto ritengo opportuno un breve riassunto sulle caratteristiche del progetto: articolato su 6 “Missioni” (M1-Digitalizzazione/Innovazione/Cultura/Turismo, M2-Rivoluzione Verde/Transizione ecologica, M3-Infrastrutture, M4-Istruzione e Ricerca, M5-Inclusione e Coesione, M6-Salute), ha comportato uno stanziamento complessivo a livello europeo di oltre 800 mld di euro a prezzi correnti (effettivi di mercato, a fronte dei 750mld nominali previsti nel progetto originario del 2018); di questa enorme massa di denaro l’Italia si è vista attribuita (non per merito del buon Giuseppe Conte che ancora se ne vanta), circa 194mld di euro, ai quali ha potuto sommare 30,6mld di risorse nazionali (PNC).
Da sottolineare che dei fondi attribuiti dalla UE, circa il 63% sono prestiti a tasso agevolato che andranno restituiti in 30 anni, mentre il rimanente 37% rappresenta trasferimenti diretti a fondo perduto: durante la mia pluriennale attività di consulenza alle aziende nella partecipazione a bandi e accesso a finanza agevolata, confesso che non ricordo di aver mai visto un’operazione così finanziariamente vantaggiosa (ad esclusione di alcuni interventi SACE).
Indipendentemente da ogni considerazione che possiamo fare sul fatto se sarebbe stato meglio avere un’unica gestione accentrata a livello governativo, anziché una decentralizzazione spinta nello sfruttamento di queste risorse (quando lo Stato decideva tutto, non è che ha gestito poi così bene le risorse), non ci resta che prendere atto di ciò che è stato fatto, specialmente per ciò che ci riguarda, nell’ambito regionale; e qui, lo dico subito, si notano alcune luci, ma anche zone di ombra importanti.
A livello ormai avanzato di consuntivo dei numeri, la Toscana ha visto convalidati oltre 15.000 progetti per un totale di circa 17mld di euro, dei quali, in disallineamento con il dato nazionale, l’ 86% derivanti da fondi UE e solo il 14% da PNC; volendo fare la media del pollo di trilussiana memoria, possiamo affermare che i fondi medi per progetto risultano pari a 1,134mln di euro che risulta essere un valore superiore del 40% rispetto allo stesso dato rilevabile dalle risultanze della Lombardia (Regione che ha fatto la parte del leone, com’era largamente prevedibile, ma che ha ottenuto risultati, nell’impatto sulla produttività regionale, sensibilmente migliori). Prima riflessione dal valore molto aleatorio: la concentrazione delle risorse non necessariamente ha portato a risultati migliori.
Per poter visualizzare facilmente la situazione aggiornata, la Fondazione Open mette a disposizione dei grafici interattivi che consentono di fare verifiche ed elaborazioni interessanti (https://openpnrr.it/territorio/09/toscana#progetti) sulla distribuzione per provincia dei progetti, sullo spacchettamento per “Missione”; esiste anche la possibilità di consultare i singoli progetti (A).
Come possiamo tradurre questa mole di dati in risposte alla domanda iniziale? Come possiamo prevedere l’impatto che il PNRR avrà sugli abitanti e sulle Imprese della Regione negli anni a venire?
Prima di arrivare a trarre conclusioni, o meglio a riassumere in larga parte le conclusioni che fonti autorevoli hanno già anticipato, è curioso (ma poi non così tanto sorprendente) vedere come i media hanno trattato l’argomento, almeno negli ultimi mesi, facendo quasi esclusivamente da megafono alla politica locale senza naturalmente aggiungere niente di proprio, neppure quando spunti di riflessione importanti erano già stati resi pubblici (La Nazione 22 luglio 2026 e Toscana Notizie 29 maggio e 01 luglio 2026 – non molto altro da rilevare).
Per quanto riguarda la sintesi delle criticità che vado a riassumere, essa fa parte sia del rapporto annuale della Banca d’Italia (giugno 2026) sia di altre pubblicazioni edite dall’ Irpet e consultabili sul sito istituzionale nonché su quello della Regione Toscana (B).
Per sommi capi:
- L’impatto sulla produttività regionale dei singoli fattori che la compongono era e permane frenato dalla prevalenza di micro e piccole imprese nei settori tradizionali (aggravato dalle problematiche demografiche), le quali (piccole e medie imprese) non possono che preoccuparsi della riduzione dei costi, non avendo risorse adeguate da impiegare nell’innovazione tecnologica.
- Le normali retribuzioni per ricercatori, ingegneri e data analyst non sono competitive rispetto a quelle offerte nelle aziende del Nord Italia ed all’estero, esiste quindi alto rischio di “fuga dei cervelli” al termine dei contratti a tempo determinato che sono stati finanziati con il PNRR.
- Scarsa presenza di capitale di rischio privato sul territorio toscano, che impedisce, oltre all’espansione in loco dei progetti risultati vincenti sul mercato, alle startup scientifiche e agli spin-off delle università di trovare sul mercato la possibilità di industrializzare i brevetti.
- L’aumento occupazionale legato ai cantieri e ai progetti straordinari è in gran parte a bassa qualificazione o provvisorio; a voler essere ottimisti si potrebbe dire che esiste il rischio di una frenata nella crescita una volta chiusi i rubinetti europei, crescita già falsata da un’anomala impennata dei prezzi indotta dal PNRR, esattamente come accadde negli anni del Superbonus.
Se a tutto questo sommiamo il fatto che le nuove opere infrastrutturali avranno necessità future di spese per manutenzione e funzionamento in aggravio al già deficitario bilancio regionale, la conclusione non può che essere ovvia: avremo strade e ferrovie migliori, una sanità che disporrà anche di nuove strutture, delle connessioni informatiche aggiuntive e migliori, ma chi ne sosterrà il peso economico futuro? Quali saranno le attrattive regionali che consentiranno un’inversione concreta rispetto al progressivo invecchiamento medio della popolazione ed al conseguente mancato ricambio generazionale? Ed infine: come si genererà l’ incremento di PIL necessario per sostenere la crescita nella domanda di risorse? La risposta me l’ero già data quando, passando dalle perplessità sul Governo Conte (durante il quale è partito il PNRR), ho virato all’ottimismo sul Governo Draghi, per poi rassegnarmi con i governi successivi.
Concludo sottolineando come aspetto molto interessante il fatto che, per numero di progetti e per ammontare complessivo, le 3 province sedi degli atenei e dei plessi ospedalieri più importanti della Regione, siano risultate aggiudicatarie della fetta più consistente della torta complessiva: segno inequivocabile che una strada è stata tracciata e che a ciò che manca e che non è stato fatto, dovranno supplire le amministrazioni locali; sapranno esserne all’altezza? Per il momento sembra che abbiamo progettato una bella macchina, abbiamo fatto il pieno di benzina, ma partiremo senza avere alcuna idea sulla possibilità, finita la benzina, di fare rifornimento.
Note:
(A) la Fondazione Open nel costruire i grafici interattivi, sia a livello regionale che provinciale, ha utilizzato il criterio della “multi-territorialità, per effetto della quale i dati numerici evidenziati sono riportati per intero (sia come numero di progetti che quanto a risorse attribuite) per ciascuna entità territoriale, rendendo spropositatamente superiore la sommatoria dei singoli dati provinciali, rispetto al dato complessivo regionale.
B) le analisi effettuate dagli Uffici Studi degli Enti menzionati, non possono che basarsi sui dati noti al 31/12/2025, quindi risultano parziali; in linea teorica possiamo anche ipotizzare che il consuntivo al 31/12/2026 ci possa imporre valutazioni correttive (non necessariamente in positivo). Peraltro le rigidità strutturali evidenziate dal PNRR non alimentano grosse aspettative in tal senso.
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