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IL PROVINCIALISMO ITALIANO DI FRONTE A UNA SFIDA GLOBALE

Il ritorno di Trump ha riacceso divisioni globali e illusioni italiane. Mentre Meloni tenta un difficile equilibrio, il dibattito nazionale si concentra su dinamiche marginali, perdendo di vista la portata internazionale di una leadership sempre più controversa e imprevedibile.

di Lorenzo Colovini | 20 Aprile 2026

Che Donald Trump fosse una figura controversa e divisiva lo si sapeva già da molto prima che ridiventasse il Commander in Chief. Ma il punto, oggi, non è tanto lui. È il modo in cui la politica e il sistema mediatico italiani continuano a leggerlo, e a reagire, come se ogni sua mossa fosse una questione di politica interna.

Quando è rientrato alla Casa Bianca, è stato visto da molti (tra cui il sottoscritto) come una iattura e da altri come modello positivo, il campione di una certa politica orgogliosamente di destra. Chi perché conquistato dalla postura vigorosamente assertiva e dall’ostilità verso temi percepiti come radical chic (i diritti Lgbt, le tematiche woke, la sensibilità ambientale ecc.); alcuni perché confidenti nelle sue dichiarate intenzioni di chiuderla con tutte le guerre, che fanno male al nostro portafoglio, senza guardare a torti e ragioni – qui intercettando anche la sensibilità di un vasto mondo pacifista (o pacifinto). Altri, infine, per motivazioni di affinità politica. Quest’ultimo filone è stato quello percorso convintamente da Giorgia Meloni, fiduciosa di ricavarne un tornaconto politico, proponendosi come “ponte” tra la UE e gli USA vantando una contiguità anche umana con The Donald. Disegno, come vedremo poi, disastroso nei suoi sviluppi.

La strategia di Meloni presupponeva un interlocutore credibile. E invece, con una progressione impressionante, Trump si è trasformato da semplice Presidente retrivo in un soggetto incontrollabile e imprevedibile. Primo stadio: una gestione del potere decisamente antidemocratica con una marcata caratterizzazione personalistica. Fatta di attacchi mirati e personali a tutti coloro che si mettono contro o anche solo parlano male di lui. Fino a sfociare nella copertura dei veri e propri misfatti della famigerata ICE, trasformata di fatto in una milizia personale. Secondo stadio: i deliri di onnipotenza in campo internazionale, dal Venezuela alla Groenlandia, l’allineamento alle posizioni di Putin nella questione Ucraina e lo scriteriato attacco all’Iran. Un solo, debole, punto messo a segno: l’oggettiva, ancorché parziale e incompleta, fine della mattanza a Gaza (peraltro senza che oggi vi sia la minima parvenza di una soluzione definitiva). Infine, i recenti atteggiamenti di improbabile misticismo, immagini sconcertanti di se stesso nelle vesti di Dio che fanno pensare seriamente a un declino della capacità di intendere, a infantilismo e mancanza di autocontrollo.

Meloni ha nel tempo visto progressivamente disintegrarsi il suo piano di sfruttare l’asset Trump e, anzi, scoprire che diventava tossico per la sua stessa posizione. Ha taciuto, sopito, minimizzato finché ha ritenuto fosse possibile (a parer mio tergiversando troppo), poi ha espresso timidi distinguo. Fino a che Trump ha fatto quello che in Italia equivale al passaggio del Rubicone: attaccare il Papa peraltro con motivazioni grottesche. A quel punto Meloni ha fatto l’unica cosa che era politicamente possibile: stigmatizzare la dichiarazione di Trump e difendere il Pontefice. Una mossa scontata e prevedibile. E, altrettanto prevedibilmente, The Donald ha attaccato Meloni, peraltro nemmeno in maniera così violenta (si è detto deluso.. in confronto ai trattamenti riservati ad altri leader, poco più che un buffetto).

Un processo direi lineare e quasi necessitato. Che però in Italia ha scatenato un dibattito politico e mediatico segnato da un riflesso profondamente provinciale, incapace di misurarsi con la reale scala dei problemi. Un dibattito concentrato sulla reazione di Giorgia Meloni, sulla sua tempistica, sul grado di prudenza o di opportunismo delle sue dichiarazioni, fino a trasformare un episodio prevedibile nell’ennesimo caso di politica interna arzigogolando sulle diverse posture dei partiti di maggioranza e opposizione.

Si è discusso per giorni – tra talk show e interventi parlamentari – se Meloni abbia aspettato troppo, se abbia sbagliato tono, se avrebbe dovuto esporsi prima o con maggiore decisione. Questioni non irrilevanti, ma secondarie rispetto al quadro generale. Perché la reazione di Donald Trump non ha nulla di sorprendente, né di specifico: è la stessa riservata sistematicamente a chiunque osi contraddirlo. Interpretarla come un incidente politico significativo, o peggio come uno snodo strategico nei rapporti tra Italia e Stati Uniti, significa attribuirle un peso che semplicemente non ha. Questo slittamento di prospettiva non è casuale. Rivela, da un lato, una forma di provincialismo: l’incapacità di sottrarsi alla tentazione di leggere ogni dinamica internazionale attraverso la lente, inevitabilmente riduttiva, della politica domestica. Dall’altro, una certa autoreferenzialità, per cui si finisce per vedere nell’Italia — e nelle sue dinamiche interne — una centralità che nei fatti non esiste.

In questo senso, la stessa strategia iniziale di Meloni mostra i limiti intrinsechi: l’idea di fungere da “ponte” tra Europa e Stati Uniti presupponeva un interlocutore razionale e prevedibile, oltre che una capacità di influenza che difficilmente un singolo paese europeo può esercitare da solo. E sicuramente si può rimproverare a Meloni di aver atteso troppo a lungo a prendere le distanze, di averlo fatto con timidezza e molta, troppa, cautela.  Ma il punto, ancora una volta, non è l’operato di Meloni. È constatare come l’intero dibattito italiano abbia trasformato una questione di portata globale in un’autoreferenziale discussione di piccolo cabotaggio.

Insomma, l’Italia continua a guardarsi allo specchio mentre il mondo cambia scala.

https://www.luminosigiorni.it/italia/il-provincialismo-italiano-di-fronte-a-una-sfida-globale/

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Pubblicato in : Esteri, Politica

Info Lorenzo Colovini

Nato a Venezia nel 1959, vi ha sempre risieduto tranne alcuni periodi per lavoro. Laureato in ingegneria elettrotecnica nel 1984 all’Università di Padova, sposato con due figli gemelli (ormai 25enni) lavora all’Enel, settore Distribuzione, da 1987. Ha svolto per circa 20 anni incarichi nel territorio per poi passare ad attività di carattere nazionale nel International Business Development, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. Sempre come business developer di Enel, ha vissuto a Pechino per circa un anno e mezzo (2008-2009). Collaboratore fisso della testata on line Luminosi Giorni, rivista di cultura politica con particolare attenzione a temi dell’area veneziana. Fa parte del Direttorio di UNAeUNICA, associazione trasversale nata per contrastare l’ipotesi di divisione del Comune di Venezia nelle due parti di acqua e di terra.

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