Come si fa ad educare un adolescente ad assumere comportamenti civili e responsabili?
Gli specialisti ci dicono che lo strumento più efficace è l’esempio. Ma quali esempi hanno oggi i nostri ragazzi se osservano ciò che accade intorno a loro, nel mondo degli adulti. Di noi adulti, i loro modelli di riferimento. Di cosa parliamo di fronte a loro. Perché difficilmente parliamo “con” loro. Ma nel loro silenzio apparentemente disinteressato i ragazzi ci osservano, registrano le nostre molteplici incoerenze e ascoltano le nostre preoccupazioni.
Certamente non assorbono un clima sociale rassicurante. Il ritmo di vita è stressante, il futuro davvero incerto, i rischi locali e globali sono sempre più spaventosi.
Gli psicoterapeuti dell’età evolutiva ci dicono che l’ansia da prestazione, che a scuola c’è sempre stata, si è trasformata in ansia generalizzata, che sconfina sempre più in attacchi di panico (soprattutto nei licei) e in conflitti violenti (soprattutto nei professionali).
In questi due indirizzi di scuola secondaria superiore, gran parte dell’utenza proviene da famiglie appartenenti ad ambienti socio-culturali differenti e i figli hanno fragilità differenti, e rispondono al loro disagio con strumenti diversi. Ma sempre un malessere esprimono. A volte davvero grave. E la scuola, non avendo le professionalità che servono, spesso reagisce con sollievo quando i ragazzi più problematici la abbandonano. Ma questo è un grave danno sociale. Perché è così che si alimenta quella “maranza” di cui tanto si occupa la cronaca in questo periodo, e che costituisce il fertile humus in cui trova facile manovalanza la criminalità organizzata.
Non è nuovo il dilemma tra libertà e sicurezza. Due valori essenziali ad una società liberal democratica, che miri ad ottenere un buon livello della qualità della vita.
La destra ci dice dell’importanza della sicurezza, per cui, poche scuse, chi sbaglia paga e per ridurre la violenza pare che la ricetta sia aumentare il numero dei reati ed anche mezzi di repressione e sanzionatori.
La sinistra ci dice che ci vuole prevenzione e educazione e poi anche le sanzioni.
Ma la libertà quando la insegniamo ai ragazzi, la bellezza, il desiderio, l’altra faccia della medaglia?
Gli adolescenti di oggi hanno un bisogno disperato di educatori che siano figure di riferimento appassionate, interessate e capaci di ascoltarli, con i quali i ragazzi possano apprendere una consapevolezza emotiva
- imparare la consapevolezza di sé e delle proprie emozioni, saperle nominare ed esprimere;
- usare le parole per comunicare, in particolare, la rabbia, la paura e la tristezza;
- imparare a stare in relazione con una persona diversa da sé, per sesso, cultura, religione, pensiero politico, ecc.
- una educazione sessuo-affettiva che insegni il consenso, la risonanza emotiva, la sessualità come elemento di benessere (mentre oggi nelle scuole va già bene se si parla di sesso solo come prevenzione di malattie o gravidanze indesiderate) e che essere lasciati dalla compagna non è uno smacco intollerabile alla propria identità di maschio, come invece certe pseudoculture tossiche inducono i ragazzi a pensare e, talvolta, a commettere femminicidi o forme di violenza sessuale.
ed una consapevolezza cognitiva
- avere piena coscienza di trovarsi a vivere in un sistema di regole, che vanno conosciute, rispettate e, se non piacciono, modificate;
- conoscere e appassionarsi al contratto sociale, ai principi fondamentali della nostra Costituzione, non come insieme di norme polverose, ma come conquista mai definitiva;
- imparare a connettere i fatti, i pensieri, i concetti appresi “a compartimenti stagni” nelle varie discipline studiate, e dunque sviluppare la capacità di intelligere ed il senso critico;
- occorre un lavoro di armonizzazione, di avvicinamento culturale, di avvicinamento al diverso da sé per comprendere cognitivamente (e sentire emotivamente) che poi tanto diverso non è: i fini sono gli stessi anche se culture diverse li perseguono in modi diversi, come l’antropologia ci ha insegnato;
- questo lavoro potrebbe farlo un insegnante di religione che interpretasse il suo ruolo come insegnante di religioni o, meglio ancora, come suggerisce Faggin, di spiritualità.
Senza questo tipo di istruzione i ragazzi non possono imparare ad esprimere se stessi né quelle emozioni che, in un tempo come quello che stiamo vivendo, hanno un bisogno disperato di canali di sfogo o di maschere di protezione. E allora il coltello in tasca può dare sicurezza, può essere uno scudo, e in serate particolari si può anche usare contro qualcuno, in episodi che degenerano facilmente.
Negli ultimi anni i neuroscienziati hanno dimostrato che tra i bisogni essenziali alla sopravvivenza, oltre a quelli fisici come bere, mangiare e respirare, c’è anche il bisogno di sentirsi amati. Questo è un bisogno non corporale ma potente. Tutti noi della nostra specie abbiamo questo bisogno e se non riusciamo a soddisfarlo non stiamo bene, non stiamo in equilibrio, ci ammaliamo. È un bisogno attivo nel nostro cervello fino alla morte, perfino quando non c’è più la coscienza, si spegne solo alla fine, insieme al respiro.
I ragazzi per poter avere speranza in un futuro positivo per la propria vita devono sentirsi più amati che giudicati.
La scuola, come i genitori e la società, deve imparare a giudicare i comportamenti, le prestazioni, ma non le persone. Specialmente quando si tratta di adolescenti. Altrimenti, a quei ragazzi togliamo la speranza di poter costruire un progetto di vita che realizzi i loro talenti e sviluppi la loro personalità. Che permetta loro di adempiere al dovere di “svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” per usare le parole del legislatore costituente.
Siamo uno Stato sociale e come tale lo Stato si è assunto il compito di perseguire il benessere dei cittadini. Per decenni ha interpretato questo ruolo con un eccesso di assistenzialismo. Ma l’assistenza serve nelle patologie, per la crescita sana dei ragazzi servono adulti appassionati e competenti. E questo è ciò di cui lo Stato deve aver cura di riempire le scuole. Perché – per dirlo con le parole di Danilo Dolci – “ciascuno cresce solo se è sognato”.

Daniela Fedi, insegnante e membro della Direzione Regionale del Partito Liberaldemocratico
26/01/2026


L’AZIONE DELLA GIUNTA REGIONALE È MOLTO LONTANA DA UNA POLITICA GENUINAMENTE LIBERALE E DEMOCRATICA
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