“Viviamo in un terza guerra mondiale combattuta a pezzi”, aveva detto tre anni fa papa Francesco. Parole profetiche, che ancora oggi, tuttavia, le opinioni pubbliche europee faticano ad assimilare pienamente, faticano a leggere nella realtà nuda e cruda dei fatti. Nei nostri Paesi, di fronte alla cattura di Maduro, si discute animatamente di diritto internazionale violato, si organizzano manifestazioni in difesa della sovranità del Venezuela, riemergono umori antiamericani. Mentre, di fronte alle stragi in corso a Teheran e alla richiesta di aiuto da parte delle opposizioni, già si avverte la polemica antimperialista delle piazze. A conferma che il Vecchio Continente (nomen omen) fa fatica a mettere assieme i “pezzi” della guerra. Che si smarrisce nell’eterna illusione pacifista. Che si trincera nei propri “valori di civiltà”, contrapponendo una morale edificante a una politica violenta.
Ma le cose seguono il loro corso. E non saremo noi europei, vagheggiando una qualche tardiva unità politica o scendendo in piazza con le bandiere arcobaleno, non saremo noi a fermare la logica dei rapporti di forza tra gli Stati, a restaurare l’ideale kantiano. La verità è che l’anno 2026 si apre all’insegna della guerra, non della pace, della guerra tra l’Occidente e i suoi nemici. E la guerra lacera ogni presunta coerenza tra politica e morale. È una competizione irriducibile tra interessi materiali, sistemi politici, visioni del mondo che nessuna istanza sovranazionale – nessuna Organizzazione delle Nazioni Unite – potrà comporre. Come mai è successo, del resto, nella storia.
E anche noi italiani ci siamo dentro fino al collo. Possiamo essere ferocemente antitrumpiani, romanticamente filocastristi, sinceramente avvinghiati alla dolce pigrizia dell’irenismo, ma anche noi siamo dentro fino al collo nella terza guerra mondiale. Magari continueremo a seguirla distrattamente dagli schermi tv, ma quel che accade a Caracas, a Teheran, in Israele, in Ucraina ci costringe a dubitare delle certezze – e delle ambiguità – legali o morali. Ci impedisce comodi manicheismi. Trump sta tradendo gli alleati europei o sta costruendo una strategia globale a difesa dell’Occidente? E noi da che parte stiamo? Con i venezuelani che festeggiano la cattura del “gallo pinto”? Con gli iraniani che disperatamente chiedono aiuto? Con gli ucraini dimenticati dalla Casa Bianca? Rispondere non è facile. Ma una cosa è certa: non bastano, per rispondere, i buoni sentimenti.
https://www.nagora.org/la-guerra-e-i-buoni-sentimenti



IL VANGELO APOCRIFO DI ZAIA
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