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IL CROLLO DEL MURO DI BERLINO. STORIA E RIFLESSIONI

Il 9 novembre 1989 costituisce la data dell’evento più importante della seconda metà del XX secolo non solo per la storia tedesca, ma forse per quella del mondo. la caduta del Muro di Berlino ha segnato la fine della guerra fredda e la fine del comunismo.

di Giorgio Petracchi | 14 Novembre 2025

Il  9 novembre 1989 costituisce la data dell’evento più importante della seconda metà del XX secolo non solo per la storia tedesca, ma forse per quella del mondo. la caduta del Muro di Berlino ha segnato la fine della guerra   fredda e la fine del comunismo.

Non è un caso che lo storico britannico Hobsbawm abbia fatto finire il secolo XX con il 1989. E l’ha chiamato “il secolo breve”.

Mi propongo di fare alcune riflessioni sull’evento e sulle sue conseguenze.

Prima osservazione: il crollo del Muro è giunto improvviso, impreveduto e inaspettato, o qualcuno l’aveva previsto?

I politologi non l’avevano previsto. Proprio coloro i quali usano la scienza politica come metodo di previsione, non si erano accorti che il Muro scricchiolava. Grave errore di cecità che ha messo in crisi le basi epistemologiche della disciplina stessa.

Non se ne erano accorti i partiti comunisti occidentali; né gli intellettuali progressisti. Neppure gli uomini politici occidentali, allora al governo in Francia, nel Regno Unito e in Italia (François Mitterrand, Margaret Thatcher e Giulio Andreotti) l’avevano previsto. 

Partiti comunisti, intellettuali progressisti, governanti avevano ormai accettato la divisione dell’Europa come forma dell’equilibrio europeo e mondiale. Ed erano rimasti vittime delle loro categorie mentali.

Ma c’era qualcuno che l’aveva previsto? L’avevano previsto alcuni esponenti del <<dissenso>> in esilio. Erano solo incerti sulla data del crollo. E ce lo dissero quando vennero a Firenze, nel gennaio 1979, a partecipare al Convegno sul dissenso dei paesi dell’Est, da me organizzato con il pieno l’appoggio (e mi preme ricordarlo) dell’allora sindaco Elio Gabbuggiani, comunista e migliorista, e del prof. Giorgio Mori, comunista anch’esso e migliorista. Durante i miei viaggi nei paesi dell’Est, ricordo d’aver ascoltato simili previsioni, pronunciate <<sottovoce>>, da semplici cittadini ungheresi e polacchi, appena erano sicuri di poter parlare.

Seconda osservazione: le cause del crollo.

A – La prima causa affonda le sue radici nel <<nazionalismo esistenziale>>, ossia dalla volontà di quei popoli di recuperare l’indipendenza politica. Il regime comunista era stato imposto dall’Unione Sovietica in tutti i paesi dell’Europa centro-orientale, liberati dai tedeschi dall’Armata rossa.

Negli anni cinquanta e sessanta, si erano già prodotte le prime crepe del Muro:

19 giugno 1953: dimostrazioni operaie a Berlino Est, represse brutalmente dai carri armati sovietici;

ottobre-novembre 1956: rivoluzione del popolo ungherese repressa dai carri armati sovietici;

1968: <<la primavera cecoslovacca>> repressa dai carri armati sovietici e dei paesi satelliti;

1970: moti operai in Polonia dal 1970 in avanti.

Se io dovessi prendere una singola data, quale punto di riferimento   dell’inizio del crollo del comunismo nell’Europa centro-orientale, partirei dal giugno 1979.

Tutto cominciò con la visita di Papa Wojtyla in Polonia. Il suo pellegrinaggio al santuario della madonna di Częstokowa fu il punto di volta. Un’enorme folla accompagnò il pellegrinaggio del Papa. La partecipazione di oltre un milione di persone fu in effetti una manifestazione contro il regime.

Un anno dopo nacque Solidarnośċ. Senza la visita del Papa sarebbe stato difficile concepirne la nascita. Il sindacato polacco si pose come un nuovo soggetto politico tra il popolo e il regime. Solidarnośċ fu brutalmente soppressa nel dicembre 1981 dalla proclamazione dello Stan Wojenny w Polsce (la legge marziale in Polonia) da parte del gen. Wojciech Jaruselski. Ma pur soppresso, il sindacato continuò a sopravvivere nella clandestinità.

B – La seconda causa nacque dalla profonda crisi economica che attraversava tutti quei paesi e dalle manifestazione degli scontenti.

Due grandi scioperi operai travagliarono la Polonia nel 1988 e costrinsero il regime a sedersi ad una “tavola rotonda” con gli oppositori.

Ad essere precisi furono le grandi dimostrazioni nelle piazze a buttar giù i vecchi regimi. Ma la transizione in ognuno di questi paesi fu opera degli intellettuali. 

Al regime che aveva perduto ogni legittimazione, rimaneva solo la forza delle armi. Ma ebbe orrore di usarla. Ne spiegherò tra poche righe le ragioni.

Intanto, sotto l’esempio polacco il movimento si andava estendendo a tutti gli altri paesi del blocco comunista. Motus in fine velocior:

se in Polonia c’erano voluti 10 anni per mettere in ginocchio il regime, in Ungheria bastarono 10 mesi, nella Germania Est 10 settimane, in Cecoslovacchia bastarono10 giorni.

L’epilogo di tutto ciò si ebbe però a Berlino. Qui il comunismo fu posto di fronte alla verità, perché ciò che avveniva al di qua e al di là del Muro dette all’agonia del comunismo la massima evidenza simbolica.

Un regime nato quaranta anni prima dalla suggestione dei suoi slogan: uguaglianza, giustizia, avvenire, stava soccombendo sotto il peso di altre parole: libere elezioni, indipendenza, libertà, prosperità.

Di nuovo, come nel 1953, il governo della Repubblica democratica tedesca (DDR) si trovò di fronte ad un grave dilemma: sparare sulla folla oppure lasciare che la folla demolisse il Muro?

Se avesse scelto di sparare sulla folla, come era avvenuto nel 1953, avrebbe riaffermato il principio dell’uso della forza per salvare l’ideologia.

Se avesse lasciato alla folla di demolire il Muro avrebbe consacrato di fatto la fine del comunismo, cioè riconosciuto che l’ideologia si era autodistrutta nel corso della storia a causa dell’elevato prezzo fatto pagare al popolo.

Fortunatamente, il regime arretrò di fronte all’orrore di fare intervenire i carri armati.

Non lo fece anche perché Michail Gorbačêv, durante le prime dimostrazioni della folla nel mese di ottobre a Lipsia e a Dresda,  disse chiaro e tondo alle autorità dell’Est che le truppe sovietiche non sarebbero state disponibili a reprimere quelle dimostrazioni. Con ciò Gorbačêv abbandonò la <<Dottrina Breznev>>, o della la sovranità limitata, in base alla quale l’Unione Sovietica si riservava il diritto di intervento in tutti i paesi del blocco.

Privata dei carri armati sovietici la dirigenza della DDR non ebbe altra scelta che arrendersi alla gente.

Ma c’è ancora un altro elemento che spiega il mancato uso della forza: il dramma del comunismo si svolgeva sotto gli occhi dell’Occidente, anzi del mondo, che guardava alla televisione ciò che avveniva a Berlino. I manifestanti lo sapevano e lo gridavano alle autorità scandendo lo slogan: <<il mondo ci guarda>>. Gli occhi del mondo offrivano ad essi protezione.

Alla fine del XX secolo, come dice lo storico inglese Timothy Garton Ash, ogni rivoluzione è una tele-rivoluzione.

Terza osservazione. La rivoluzione geopolitica.

Il crollo del Muro causò la caduta della <<cortina di ferro>>. I regimi chiamati alternativamente socialismo reale, stati di tipo sovietico, o dittature burocratiche, o più semplicemente paesi dell’Est, non esistono più. Ognuno di quei paesi ha riacquistato la propria individualità e quelle regioni hanno riassunto le caratteristiche geografiche e culturali di appartenenza: Europa centro-orientale, Europa baltica. Europa balcanica.

Ma la caduta del Muro è stata anche all’origine della riunificazione della Germania, evento che ha chiuso la ferita aperta dalla seconda guerra mondiale nel cuore dell’Europa. Non voglio qui discutere i tempi e i modi (la fretta) con cui si arrivò all’unificazione. Intendo

spiegarne alcune conseguenze.

Helmut Kolh, il cancelliere della Germania federale, è riuscito nell’impresa di riunificare la Germania, impresa che cento anni prima era riuscita, certo con altri mezzi, solo al principe Otto von Bismarck.

Prima del 1871, quando la Germania era divisa in 35 Stati sovrani, l’equilibrio europeo passava da Londra, da Parigi e da Vienna. Dopo il 1871, il centro dell’Europa si spostò a Berlino, che divenne il perno del nuovo equilibrio europeo. E il principe di Bismarck, finché rimase alla guida del governo, seppe gestire la supremazia tedesca nell’interesse, certo, della Germania, ma on certo senso anche dell’Europa.

Cento anni dopo, Helmut Kohl ha ricomposto lo stesso scenario.

La riunificazione della Germania ha riportato a Berlino il centro dell’Europa. E una Germania diventata di nuovo grande e potente ha risvegliato negli europei <<ricordi assai difficili da cancellare>>, come, con la sua abituale franchezza, disse la signora Margaret Thatcher.

Helmut Kohl ne era consapevole e fece questa solenne promessa:

[Noi tedeschi ]Non siamo  vagabondi tra l’Oriente e l’Occidente, e abbiamo appreso le lezioni della storia di questo secolo. La riunificazione e l’integrazione con l’Occidente, la politica tedesca e la politica europea, sono come due facce della stessa medaglia.

Con ciò, il governo tedesco garantì che la riunificazione della Germania dovesse avvenire nella più ampia cornice del processo di unificazione europea. E ne dette la prima dimostrazione: sacrificò il potente Deutsche Mark a favore dell’introduzione dell’euro quale moneta unica europea.

Dobbiamo anche aggiungere che la riunificazione della Germania ha accelerato il processo di allargamento dell’Unione europea ai paesi dell’Europa centro orientale.

Molto resta ancora da fare nella costruzione dell’edificio europeo. Ma

se questa ricorrenza serve a qualcosa, in primo luogo certamente a ricordare ciò che gli altri dimenticano, deve servire anche a indicare alle nuove generazione la strada da fare. Un grande tedesco, e un grande europeo, Wolfang Goethe, diceva ai giovani: Was aber ist deine Pflicth? Die Forderung des Tages (Ma quale è il tuo dovere? Fare quello che il giorno esige).

*Professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali,    Università degli Studi di Udine.     Intervento svolto nella Sala  Maggiore del Palazzo comunale di  Pistoia, lunedì, 23 novembre     2009.

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