Quasi 10 anni fa mi sono reso conto che ormai ero vecchio. Non anagraficamente, perché lo ero già in tutta evidenza, ma politicamente e spiritualmente. Da allora, sempre più mi sono sentito in un mondo alieno.
Il 2016 fu marcato da due eventi di svolta: la vittoria della Brexit in UK e quella di Trump contro Clinton. Ma quello è stato solo l’inizio. Non mi riferisco però solo alle varie vittorie della destra estrema in Occidente. C’è qualcosa di più profondo.
Prima di quella data, pur non considerandomi né di sinistra né di destra – e nemmeno di centro, perché il centro è un corollario della divisione lineare sinistra/destra – condividevo certe proposte della sinistra e certe proposte della destra. Parlo della sinistra non-marxista e della destra non sovranista. Il sistema ideale e le forze politiche che si scontravano erano più o meno le stesse che dominavano il palcoscenico del mondo dagli anni 1980 in poi. Dopo, il buio.
Non mi dilungherò sul rifluire degli elettorati verso partiti che evocano più o meno il fascismo.
La cosa è particolarmente impressionante in Francia, paese dove la destra dal 1945 in poi è stata sempre profondamente anti-fascista. La destra era De Gaulle eroe della Resistenza, fascisti e nazisti erano i nemici della patria per tutti i Francesi. Da dove è venuto fuori il partito di Le Pen, che invece simpatizza per la Francia di Vichy? Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti filo-fasciste?… Una cosa pensabile, fino a poco tempo fa, solo come quadro di Magritte.
Quel che mi impressiona non meno è l’involuzione “folle” di tutta quella parte della sinistra, non solo radicale, che oggi domina tante università, masse studentesche, media, molti VIP della società dello spettacolo… e anche alcuni miei amici. Con questi ultimi, fino a 10 anni fa potevamo anche litigare su temi politici, ma oggi… mi appaiono umani che vengono da Marte. Sono loro il mondo attuale e io quello del passato?
Sempre più una certa sinistra inclina verso quel che Luca Ricolfi chiama “follemente corretto”.
Il termine folle esprime bene i suoi sentimenti come i miei: non si tratta più di dissentire da chi sostiene certe idee, ma di impegnarsi in un confronto che chiamerei psichiatrico. Se non sapessi che i vecchi trovano sempre “matti” i tempi moderni, nemmeno io sfuggo alla regola. In una cena congressuale in cui ci sono vari specialisti, me incluso, linguisti e storici della letteratura là presenti si impegnano in una appassionata discussione, che ferve per circa un’ora, sulla grande campagna ideale a cui quest* professor* si sentono chiamat*: imporre per via ministeriale l’uso dello schwa, Ə, jolly linguistico che lascia sospesa la determinazione del gender.
Mentre infuria la guerra in Ucraina, a Gaza si consumano massacri, Cina e USA si addestrano a farsi la guerra per Taiwan, Trump si appresta a stravincere le elezioni, ecc. ecc., questi intellettuali progressisti si appassionano su come introdurre schwa nelle scuole. Così a un certo punto intervenni con una domanda esclamativa: “Mi chiedo perché ci interessiamo tanto a questa questione del gender scritto”. Il senso era: “questo vostro fervore è per me alquanto stupefacente!”
Ma il mio intervento fu interpretato come “è evidente che dietro lo schwa c’è una lotta fondamentale!”
Questa focalizzazione sulle parole non è affatto marginale. La purificazione del linguaggio, alias Neolingua, è diventata un compito primario. Così alcune donne ci tengono a dire che non bisogna usare “mutandine” per le donne e “mutande” per gli uomini: tutte devono essere mutande. (Si vuole minimizzare il fatto che di solito le mutande che usano le donne siano più piccole?). Dire “mutandine” è segno che siamo ancora in una società PATRIARCALE. “Patriarcale” è una di quella parole-chiavi usate in modo ripetitivo, compulsivo, come mantra in ogni discussione.
Un’altra parola che non può mancare è il nostro vivere in una società e ideologia NEOLIBERALI.
Analogamente, mi lascia basito la simpatia di tanta sinistra per Putin e la sua politica, la convinzione che gli Americani abbiano voluto far guerra alla Russia per mezzo dell’Ucraina, l’appoggio a una banda di fanatici assassini come Hamas, l’odio contro politici moderati e liberal-democratici che possono far barriera alla marea sovranista e populista, il loro preferire Trump a Kamala Harris, ecc. ecc. Non entro in queste controverse questioni politiche, voglio solo dire che ormai molti discorsi di sinistra mi paiono allo stesso livello anche intellettuale dei discorsi di quelli della destra estrema.
MI dico che c’è un imbarbarimento parallelo sia della destra che della sinistra. E so che già solo il termine imbarbarimento mi condanna, perché la differenza tra popoli civili e barbari non tiene, e sono d’accordo. Oggi si usa l’eufemismo radicalizzazione. In entrambi i poli, prevale una carenza di senso dell’humour, soprattutto dell’humour auto-ironico.
La cosa diventa per me particolarmente penosa quando questo tipo di sinistra si batte per cause che io stesso ho sempre sostenuto con simpatia – la causa delle donne, degli omosessuali, dei trans, delle minoranze etniche, ecc. Un tempo però si trattava davvero di emancipare la massa delle donne, di far accettare l’omosessualità e la bisessualità – oggi queste cause sembrano diventati discorsi di regime.
Ho amicƏ che sono donne od omosessuali o entrambe le cose che si dicono disgustatƏ da questa nuova conformità. Aborriscono di dover far carriera nei loro ambiti mettendosi il cartellino “gay” o “lesbica” sul petto, o – ammesso che fosse necessario – quello di “donna”. E deprecano i tentativi di imporre la tolleranza per via penale.
Sono contento che non sia passato il DDL Zan che creava un delitto specifico di omofobia. La proposta rivelava una mentalità stalinista che si annida in tanta sinistra: imporre “il buon comportamento” alle masse attraverso uno stato di polizia. In questo stato dovremmo temere di raccontare una barzelletta scorretta agli amici, di esprimere le nostre opinioni per quanto erronee.
Si progetta di mettere un bavaglio giuridico a tutti i discorsi che non rientrino nella visione dominante, foss’anche questa la visione del Bene universale. Nel Ventennio era pericoloso dire “mi fa schifo Mussolini”, oggi dovrebbe essere pericoloso dire “mi fanno schifo i culattoni”. Ecco, il solo scrivere per intero la parola “culattoni” e non censurarla mettendo “i c…t…i” mi sarà rimproverato dai paladini della correttezza politica. Mi è già successo. Anni fa pubblicai in un libro a più voci un capitolo in cui citavo certe parolacce comuni che si sentono in giro – le citavo tra virgolette. Il responsabile del libro mi ha bandito dalla sua facoltà per turpiloquio.
In un bel libro su psicoanalisi e sessualità [Is it Ever just Sex?, Penguin], l’autore inglese riporta una barzelletta in cui appare uno [stereotipo sessuale] che ha un pene molto grande e ne fa di tutti i colori. Dal contesto si capisce che [stereotipo sessuale] significa “nero”, ma l’autore deve ricorrere allo stratagemma delle parentesi quadre per evitare guai. Eppure la psicoanalisi era nata additando la “censura del sogno”, agenzia di rimozione. Posso capire che sia molto scortese chiamare “negri” quelli che oggi vengono chiamati “neri”, così come è scortese chiamare “stagnaro” un artigiano specializzato detto “idraulico”, o chiamare “sbirro” un onesto poliziotto. Ma è ben diverso se, scappandomi “negro” o “stagnaro” o “sbirro”, mi si denuncia o mi si mette alla gogna.
Alcuni dicono che, dopo tutto, il movimento woke si limita a promuovere un nuovo Galateo che tenga conto di sensibilità che prima non esistevano. Se la propaganda woke si limitasse a questo, sarebbe solo una noiosa conformità ossessiva. In realtà dietro c’è un’accanita richiesta di risarcimento cosmico, una hybris di riforma riplasmativa dello spirito umano. Come si vede bene nelle derive queer.
Una stimata psicoanalista di New York insegna anche nelle scuole, e dice con fierezza che aiuta tantƏ allievƏ a “capire a quale gender appartengono”. In effetti nella sinistra americana, pur avvilita da batoste elettorali, si è convinti che abbiamo decine di gender a disposizione (Facebook ne prevede 56). Io le dico: “Ma perché, dato che la teoria psicoanalitica non crede nei gender?” Persino le/gli psicoanalistƏ, che dovrebbero essere le/i primƏ a sfuggire alla gendrificazione, si lasciano contagiare da essa.
Quanto alle misure “revisioniste” con cui si abbattono statue e lapidi, o si mettono all’indice libri di scuola o corsi universitari, in quanto celebrano o solamente ricordano figure famose ma scorrette del passato, non mi sembrano molto diverse dal rito nazista di bruciare i libri impuri e cacciare le/gli EbreƏ dalle scuole e dalle università. Oggi negli Stati Uniti una bambina italo-americana di terza o quarta generazione si sente colpevolizzata dai suoi compagni woke perché un suo antenato, Cristoforo Colombo (il quale, detto fra noi, era più Spagnolo che Italiano), ha portato in America il colonialismo. Questa persecuzione ricorda i bullismi della Rivoluzione Culturale cinese negli anni 1960-1970, in cui venivano messi alla berlina e deportati nelle campagne i giovani rampolli di piccoli possidenti terrieri giusto perché erano figli di possidenti, anche se non possedevano più niente.
Ricolfi lamenta il fatto che questa sinistra ZTL abbia abbandonato il progetto dell’uguaglianza per abbracciare quello dell’integrazione. Questo non è del tutto vero, credo. La posizione della sinistra più ufficiale resta egualitarista sul piano economico, perché sinistra anti-neoliberale e destra liberista condividono uno stesso paradigma: che quel che veramente conta nella società e in politica è l’economia. Per cui riformulerei così: perché una parte dei ceti borghesi di sinistra alla classica lotta di classe contro il neoliberalismo preferisce battersi per l’integrazione culturale, in particolare delle/gli immigratƏ? Perché la rivoluzione socialista è diventata Rivoluzione Culturale di tipo maoista?
Perché cambiare profondamente i rapporti di forza economici tra i ceti sociali è molto molto difficile. Tanto più che le sperequazioni non sono solo economiche, ma di vario genere – di potere, di sapere, di amore (Niklas Luhmann). Nell’URSS le/gli operaƏ industriali venivano esaltatƏ come le/gli eroi(ne) della società sovietica, ma non ho mai incontrato un(a) intellettuale o scienziatƏ sovieticƏ dell’epoca che preferisse fare l’operaiƏ anziché la/il fisicƏ o la/il professore(ssa) universitariƏ o il politico. E questo anche se i salari delle/gli operai(e) sovieticƏ potevano essere alti. Andare a fare l’operaiƏ era sempre una disfatta per un uomo o una donna ambiziosƏ, nel socialismo reale.
L’eguaglianza non si afferma con decreti-legge e decreti legislativi. Eppure tantƏ hanno l’illusione che si possa cambiare la mentalità attraverso una pressione culturale, innanzitutto pedagogica. L’illusione è credere che se tanta gente è cattiva, allora basta inculcare sin dalla prima infanzia le buone idee per rendere tuttƏ buonƏ. È il progetto di una didattica plasmante dalla culla alla tomba. Per esempio, è molto difficile migliorare lo status di masse di afro-americanƏ in US attraverso un processo complesso di emancipazione culturale ed economica; ci sembra facile invece imporre dall’alto “non bisogna più chiamare unƏ negro o colored ma black!” Oppure “inviteremo solo artistƏ nerƏ alla Biennale di Venezia!” O “stampiamo la faccia di Malcolm X sulle banconote del dollaro!” È la scorciatoia, a un tempo ingenua e arrogante, per obbligare le/gli altrƏ a fingere di vivere nel nostro sogno.
Un discorso a parte andrebbe fatto per il #MeToo e per quel che chiamerei femminismo aggressivamente corretto. Oggi nelle grandi metropoli liberal americane chi è assegnato maschio, e per giunta è cis (ovvero, non trans) ha la vita dura. Oggi la lingua anti-patriarcale prescrive che si debba dire non più “nato maschio” o “nato femmina”, ma assegnato M o F. Non più “sesso” ma genere.
Non “transessuale” ma transgender. Non più donna ma “persona con vagina”; non più uomo ma “persona con pene”. Se un assegnato M cis guarda un’assegnata F cis o trans per più di 4 secondi è passibile di essere denunciato per sexual harassment. Stesso rischio se in un party un assegnato M cis si congratula con una assegnata F cis o trans per il suo bel vestito, verrà bandito per “complimenti non richiesti” (ma da quando i complimenti devono essere richiesti prima?). Nessun M cis, anche se gay, rimane solo in una stanza d’albergo con una cameriera assegnata F cis, perché potrebbe essere denunciato per molestie (vedi caso Dominique Strauss-Khan). Stesso rischio se l’assegnato M cis si trova in un ascensore solo con una assegnata F cis. Risultato: nelle varie équipe di lavoro ormai si tende a non assumere più assegnate F, siano esse cis o trans, per evitare guai; così le assegnate donne cis perdono posti di lavoro (eterogenesi dei fini). E se c’è un processo in cui una assegnata F inventa che tu assegnato M l’hai molestata giusto per spillarti soldi, in assenza di testimoni la/il giudice crederà alla parola della F cis, quasi mai a quella dell’M cis.
La regola sembra simile a quella della roulette russa: se tu M fai delle timidissime avance a una assegnata F cis, nel caso che tu piaccia alla F tutto andrà liscio – e magari la sposerai – ma se per caso tu non piaci, l’assegnata F ti manderà davanti a un tribunale. Corteggiare una donna è ridiventato di nuovo pericoloso come nei tempi andati, quando se rivolgevi qualche complimento a una giovane donna i fratelli o il padre si sfidavano a duello o ti riempivano di legnate. Con la differenza che oggi l’onore delle donne non è protetto dai maschi di famiglia, ma dallo stato.
Certo a questo neo-stalinismo non si può replicare con il neo-fascismo di Trump (che impone per legge i due gender di sempre, mai più di due). Al KGB sovietico o alla STASI tedesca non si deve opporre la Gestapo nazista. Ma in questo caso, forse, la Gestapo subentra in una popolazione stanca del KGB. Ho l’impressione che, oggi, la Gestapo stia prevalendo largamente sul KGB.
Lo confesso, non è questo il mio mondo.
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COSA SUCCEDE TRA ISRAELE, USA E HAMAS
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