Era scritto. Sentivo che sarebbe successo. E è successo. Oggi.. Per la prima volta dal 2022 e le conversazioni interminabili e inutili che avevano reso illeggibile la strategia francese all’inizio dell’invasione totale dell’Ucraina, il presidente Macron ha appena parlato per due ore con Putin. Hanno discusso principalmente dell’Iran, ma anche – ouf! – dell’Ucraina. Nel comunicato ufficiale dell’Eliseo, la guerra che scuote il nostro continente occupa tre volte meno spazio della questione iraniana sulla quale «i due Presidenti hanno deciso di coordinare le loro iniziative e di parlarsi nuovamente prossimamente».
Non sono d’accordo sull’Ucraina, ovviamente, ma possono comunque lavorare insieme sull’Iran. È rassicurante, siamo salvati. Il tiranno che fa la guerra all’Europa – perché è proprio di questo che si tratta in Ucraina e oltre – diventa dunque nuovamente frequentabile perché è il padrino del regime iraniano e può riportare la Francia – forse, con un po’ di fortuna e un pizzico di buona volontà – nel gioco diplomatico medio-orientale da cui è stata cacciata. L’Ucraina ha comunque diritto ad alcune linee concordate in questo comunicato, naturalmente, con il richiamo del nostro attaccamento alla sua integrità territoriale. Andiamo avanti insieme sull’Iran, ma è comunque un abuso invadere un paese europeo eh. Potente, davvero. Ecco. Ci siamo. L’Ucraina non è che un altro punto dell’attualità mondiale.
Poche settimane dopo l’appello vibrante dei nostri leader al grande slancio europeo, è il ritorno di «parlo con Putin, quindi esisto». Il narcisismo di Emmanuel Macron è difficile da eguagliare, ma non è l’unico. Trump lo ha preceduto ovviamente, altri lo seguiranno. Ovunque, nelle cancellerie e nei media europei, la vecchia macchina che spiana e passa ad altro gira di nuovo a pieno regime. Le teste uscite per poco dalla sabbia ritrovano tranquillamente il loro habitat naturale. Ben al caldo.
Però non rimaniamo immobili, ovviamente, al contrario. Sono sempre stato sorpreso di quanto l’apatia occidentale sia paradossalmente caratterizzata da una frenesia costante. Siamo persone strane, passive iperattive in un certo senso, saltando su tutte le pallottole senza prenderne nessuna, commentando ogni notizia con una voce ugualmente grave, girando in tondo agitando la coda con aria seria, passando da argomento a argomento, di paese in paese, di problema in problema senza mai cambiare il tono.
Questo affastellamento perpetuo è il segno di un immenso vuoto. Quando tutto è fondamentale, niente conta. Le api girano di continuo come noi, certo, ma producono qualcosa, loro, volando di fiore in fiore. Noi no. I nostri mulinelli non hanno seguito effetti. E la nostra capacità di concentrazione di pochi giorni al massimo ci condanna all’inanità.
Eppure, i nostri dirigenti avevano giurato che sarebbe più successo, che eravamo entrati in un altro mondo che presupponeva un’altra Europa, richiedendo un altro modo di fare, di pensare, di vivere. Una rivoluzione mentale: il passaggio all’età adulta. La scena dello Studio Ovale tra Trump, Vance e Zelensky doveva essere un atto di nascita tanto quanto un atto di divorzio. Sapevamo ormai che non avevamo scelta, che dovevamo prenderci in mano, che eravamo soli. Soli nel mondo dopo 80 anni passati a casa di uno zio che ci cacciava da casa sua a calci in culo. Soli con una guerra sulle braccia, una guerra sul nostro continente, una guerra che non potevamo perdere e che ci avrebbe – promesso, giurato, sputato – mobilitati senza tregua e senza sosta.
Quindi sì, so bene che ci sono altre guerre, altri problemi, altri orrori, ma questa guerra è diversa, non in sé, non per tutti, non per «il mondo» in generale, ma per noi. Sì, per noi europei. Perché? Perché avviene sul nostro suolo e ci prende di mira. Perché abbiamo sentito i nostri servizi di sicurezza dirci che è solo un preludio. Perché abbiamo visto il capo dei servizi tedeschi avvertire sulla probabile invasione di un paese dell’Unione prima del 2029.
Abbiamo sentito, abbiamo visto, sì. Poi, a quanto pare, ci siamo dimenticati. In questi giorni, l’olandese Rutte chiama Trump «Daddy» al vertice della NATO e Macron telefona a Putin per parlare del nucleare iraniano. Ritorno alla normalità, allora.
Tale incostanza atavica ci condanna. Se non cambiamo – dirigenti, ma soprattutto il rapporto col mondo e col tempo – affonderemo.
Intanto, in mezzo a questo grande zapping occidentale che trasforma i nostri leader politici in tik tokers di lusso, cerco di rimanere concentrato sulla difesa europea, la minaccia russa, l’abbandono americano e l’aiuto che dobbiamo dare all’Ucraina, la nostra prima linea di difesa in uno scontro che durerà ancora a lungo.
Perché il nostro futuro si decide lì. E qui possiamo e dobbiamo fare la differenza.
Post da FB di Raphaël Glucksmann: Politico francese, Parlamentare europeo di Place Publique
.


ISRAELE E USA COLPISCONO CHI CI MINACCIA, NOI ABBIAMO FINANZIATO CHI CI ODIA 
Lascia un commento