PREMESSA
La casa editrice IL MULINO pubblica una raccolta di saggi su impulso della Fondazione Roberto Ruffilli risalgono al periodo 1980-1988 e danno conto dell’impegno del «riformista» per la messa a efficienza delle istituzioni repubblicane, che per Ruffilli sono lo strumento attraverso il quale il cittadino può dirsi arbitro. A introdurre la raccolta è Augusto Barbera.

INTERVISTA AD AUGUSTO BARBERA
Professore, chi era, umanamente e politicamente, Roberto Ruffilli? Nel suo caso è possibile separare l’umano dal politico?
La domanda è ben posta. Nel caso di Roberto non era possibile distinguere il profilo umano da quello politico: trattava i rapporti politici con lo stesso tratto cortese, ironico e autoironico che lo contraddistingueva sia nei rapporti umani sia in quelli accademici.
Io aggiungerei che non era possibile distinguere in lui lo studioso dal politico. Le sue ambizioni politiche altro non erano che il prolungamento dei suoi interessi storico-culturali, della sua passione civica. Molto indovinato un articolo che gli dedicò Pierangelo Schiera dopo il suo assassinio dal titolo Quando la scienza si fa politica, fino alla morte.
Dal punto di vista politico e culturale come possiamo collocarlo senza banalizzarlo?
Era legatissimo sul piano culturale alla Dc, in quanto partito che esprimeva l’unità dei cattolici democratici, ma fino alla candidatura, avvenuta nel 1983 nella così detta «lista degli esterni» (assieme a Pietro Scoppola e Nicolò Lipari), non aveva mai svolto attività di partito.
Era un ammiratore di Aldo Moro al cui profilo culturale aveva dedicato pagine assai importanti, in parte raccolte nel volume che avete appena pubblicato, e relative a un poco conosciuto Moro degli anni quaranta.
Questa sua limpida posizione politica gli aveva inizialmente creato non pochi problemi sul piano accademico: la rottura sia con Gianfranco Miglio di cui era stato allievo all’Università cattolica, sia con un certo milieu culturale.
L’impressione che si ricava dalla lettura degli scritti di Ruffilli è che per il riformista la realizzabilità delle proposte sia la vera bussola. E forse è proprio per questo che Ruffilli venne ucciso. Come altri, «ci andò troppo vicino». In ogni epoca la concretezza dei riformisti è il vero bersaglio del massimalismo, non solo nelle sue deviazioni brigatiste e terroristiche. È d’accordo con questa lettura o è troppo sbrigativa?
Nella mia introduzione al volume, dopo qualche comprensibile esitazione, ho ritenuto che il modo migliore per richiamare la missione politica di Roberto Ruffilli fosse proprio quello di lasciare parlare brani del documento di rivendicazione del suo assassinio, fatto trovare uno dei giorni seguenti a Roma dopo una telefonata a «La Repubblica». Ne riprendo una parte rinviando al volume per l’altra parte:
Egli era uno dei migliori quadri politici della DC, uomo chiave del “rinnovamento”, vero e proprio cervello del progetto teso ad aprire una nuova fase “costituente”. Quindi un perno centrale del progetto di riformulazione delle “regole del gioco” all’interno della più complessiva rifunzionalizzazione dei poteri e degli apparati dello Stato. Questo progetto politico si ricollega nella sostanza alla “terza fase morotea” pur necessariamente in un contesto politico e sociale assai mutato.
Il documento continua con motivazioni che fanno onore a Roberto ma che lasciano tuttora il dubbio che dietro quegli incolti assassini ci fossero personaggi più culturalmente attrezzati. Le indagini si fermarono dopo la facile individuazione degli assassini e purtroppo non proseguirono e, che io sappia, non si è svolta nessuna significativa indagine sugli ambienti da essi frequentati.
Il disegno delle Brigate Rosse in quegli anni era comunque ben chiaro: colpire quegli intellettuali di frontiera che alimentando politiche riformiste intralciavano il loro paranoico cammino rivoluzionario; così è stato per Roberto Ruffilli, Ezio Tarantelli, Massimo D’Antona, Marco Biagi, Vittorio Bachelet.
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