La tragedia dei civili palestinesi è reale e innegabile, come è legittima la critica verso Israele. Ma ciò non giustifica una narrazione mediatica sempre più sbilanciata e distorta, che ignora il contesto, rilancia incessantemente notizie dubbie e alimenta una pietà selettiva. Questo approccio deresponsabilizza la società palestinese, oscura le scelte politiche fatte a Gaza e finisce col rafforzare un ciclo di violenza che sembra destinato a ripetersi.
Un esempio emblematico è stato il presunto allarme ONU secondo cui “14.000 neonati rischiavano di morire entro 48 ore”. Una cifra poi smentita, ma consolidatasi nell’immaginario collettivo. Ci sono stati altri “errori”, come le famose foto dei bambini morti anni fa nella recente guerra civile siriana o bambini scheletrici dalla guerra civile yemenita e spacciati per vittime di Gaza, accusando Israele. Sono fatti e immagini facilmente verificabili da chiunque, ma una volta seminata l’emozione, la verità del giorno dopo non ha più spazio. Per non parlare dei “bollettini” a firma dell’organizzazione terroristica che sono ripresi da tutti i media come dati affidabili e su cui qualche dubbio magari potrebbe esserci.
Prendiamo la principale “notizia” più recente, proprio di questi giorni di fine maggio: quella dell’esercito israeliano che spara sulle persone venute a ritirare gli aiuti distribuiti proprio dall’esercito stesso. Alcuni media hanno fatto delle rettifiche mostrando i video, che fortunatamente c’erano, dove si vedono gli uomini di Hamas che sparano nei pressi della distribuzione per intimidire la popolazione e scoraggiarla dall’usufruire degli aiuti gestiti dall’esercito israeliano. Ormai però la notizia era circolata, rilanciata, commentata, etc.
Dunque, insospettisce un po’ questo accanimento su Israele come unico colpevole. Un paragone concreto: pochissima indignazione per i conflitti in Yemen, o Siria: due guerre recentissime con un numero di morti civili enormemente maggiore alla guerra tra Israele e Hamas. E l’elenco dei conflitti in Medioriente con molti più morti potrebbe continuare. Perché allora gli altri conflitti interessano così poco?
Perché? Una risposta forse c’è, e si chiama razzismo. In che senso? Sembrerebbe proprio che l’opinione pubblica occidentale non si aspetti nulla dal mondo arabo. Non lo pretende, non lo esige. È la forma più ipocrita e condiscendente di razzismo: perché toglie ogni responsabilità.
Ma si potrebbe andare oltre, parliamo di diritti umani. Un caso simbolo, prendiamo l’Egitto, oggi alleato dell’Occidente e firmatario di trattati di pace con Israele. Lì, ancora oggi, oltre l’80% delle donne ha subito mutilazioni genitali femminili (Dati Unicef). Sì, avete capito bene, in quella percentuale, e non parliamo di pratiche simboliche ma proprio di chirurgia eseguita per lo più da medici su richiesta delle famiglie. È una gravissima e irreversibile forma istituzionalizzata di violenza sulle bambine. Eppure, nessun titolo sui giornali, nessuna mobilitazione globale. Forse perché non ci sono ebrei o “sionisti” da accusare? O perché in fondo, ci si aspetta questo dal mondo arabo e musulmano? La pietà selettiva diventa così complice silenziosa della barbarie.
La narrativa dominante maltratta i palestinesi di Gaza allo stesso modo, li descrive come marionette prive di volontà. Ma la realtà è molto diversa. Hamas non è un corpo estraneo: rappresenta una scelta politica, proprio come altri terribili regimi occorsi nella storia (in Italia ne sappiamo qualcosa). Hamas è stata votata, sostenuta, tollerata dalla popolazione di Gaza e riscuote ampie simpatie anche in Cisgiordania, dove non si vota più dal 2006 per l’Autorità Nazionale Palestinese perché sennò vincerebbe Hamas. Ricordiamo infine sempre che Hamas in questi anni ha ricevuto milioni in aiuti internazionali e li ha investiti non in energia, lavoro o sanità, ma in tunnel, indottrinamento all’odio e guerra totale.
I palestinesi vanno rispettati di più, e presi sul serio, non sono eterni minori, incapaci di autodeterminazione. A bene vedere invece, la narrativa dominante dei media non è altro che una forma di razzismo mascherata da pietà, che li deresponsabilizza invece di considerarli soggetti morali adulti. Ma la verità è che la società gazawi ha partecipato a quella scelta: ha scelto Hamas, ha condiviso ideologia e strategie, fino a celebrare — almeno in parte — quanto perpetrato il 7 ottobre del 2023. (Nulla di nuovo riguardo le celebrazioni dell’orrore. Ricordiamoci che per vedere caroselli di massa in festa in Palestina, purtroppo basta andare all’11 settembre 2001). Stavolta è stato davvero spaventoso vedere tornare queste auto, moto, e motorini carichi di ragazze ferite insieme ai loro sadici rapitori sorridenti, circondate da frenetiche folle festanti che accoglievano come eroi i loro concittadini che avevano preso parte all’invasione e ai massacri del 7 ottobre.
In questo quadro, ben venga dunque un diverso sistema di distribuzione degli aiuti che possa aiutare a spezzare il legame – che purtroppo esiste – tra Hamas e il popolo palestinese. Ma di certo questo non basterà. I palestinesi dovranno aiutarsi da soli per uscire dal giogo di Hamas che si regge anche grazie a questo assistenzialismo internazionale incondizionato che va evidentemente riformato. Altrimenti ricomincerà tutto esattamente daccapo: Israele sarà attaccato di nuovo e Israele risponderà e così via all’infinito.
Forse, il peggior nemico di un reale e concreto miglioramento della situazione dei palestinesi è proprio una narrazione emotiva, compatta e chiusa a ogni dubbio come quella che vediamo oggi su molti dei principali media internazionali.
Chiariamoci bene: tutto questo ragionamento non serve a giustificare la morte dei civili. Ogni singola vittima innocente è una tragedia. Ma ignorare il contesto, far finta che Hamas non operi in modo cinico e premeditato, significa tradire la verità. Chi scrive, proprio come te che leggi, odia la guerra e vuole fermare questa mostruosa spirale di morte, ma per farlo serve il coraggio di dire tutta la verità. Non solo quella comoda, non solo quella utile per alimentare facili indignazioni selettive.
Riferimenti che hanno molto ispirato questo articolo. Sono anche suggerimenti per chi volesse approfondire: Soprattutto, per la stessa impostazione e i contenuti dell’articolo, dal bellissimo canale you tube:
https://www.youtube.com/@Travelingisraelinfo/featured
(vedi in particolare il video “Nobody cares about the children of Gaza”).
Inoltre, il canale X ‘Gazawood’ sulla manipolazione di contenuti mediatici da parte di Hamas.
Infine, le efficaci, incisive e provocatorie pillole della commentatrice ‘Einav Avizemer’ su Facebook e X.


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