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UNA SITUAZIONE DI CAMBIAMENTO INTENSO

In misura e con modalità differenti, tutti i paesi retti da regimi liberal democratici
sono oggi in difficoltà. Orvieto, 18/19 gennaio, 2025

di Michele Salvati | 18 Febbraio 2025

Tra i materiali distribuiti per il nostro incontro trovate un mio lungo articolo

pubblicato sul Foglio il 29 luglio scorso con il titolo “Contro il bi-populismo”. Se

astraete dalle ragioni contingenti che mi avevano indotto a scriverlo (…una prima

valutazione dei risultati delle elezioni europee), credo che contenga in estrema

sintesi i riferimenti storici/economico-sociali/ideologici che hanno dato origine e

giustificano la continuità di LibertàEguale. Una Associazione che intende

promuovere, ancor prima di una azione politica, una cultura di ispirazione

liberal-democratica nella sinistra. E intende farlo con riferimento all’Italia perché, al

dl là della ragione ovvia che si tratta del nostro paese, la democrazia -il rispetto della

volontà espressa in libere elezioni dai cittadini- è possibile solo in singoli stati

nazionali, se osservano le regole e soprattutto lo spirito di uno stato di diritto. Tra

stati sovrani queste regole non possono essere adottate e la convivenza più o meno

pacifica tra di essi discende da regole e istituzioni diverse. E soprattutto da rapporti

di forza.

In misura e con modalità differenti, tutti i paesi retti da regimi liberal democratici

sono oggi in difficoltà. La democrazia liberale è il frutto di una storia secolare e sino

ad oggi non sono state trovate alternative altrettanto rispettose dei principi di libertà

ed eguaglianza che sono propri della sinistra riformista. Di fronte alle difficoltà

presenti si pongono allora due interrogativi. Quale strategia seguire nella

situazione internazionale ed europea in cui ci troviamo e soprattutto nelle condizioni

istituzionali, economiche e sociali nelle quali si trova il nostro paese? È ancora

perseguibile oggi un ideale liberaldemocratico (in particolare nella sua versione di

sinistra) come lo è stato per i principali paesi sviluppati nel lungo dopoguerra,

almeno sino alla Grande Recessione del 2007/2008? A questi interrogativi cerca di

rispondere una letteratura che cresce esponenzialmente. Senza entrare nel merito,

la mia personale risposta è che -come Libertà Eguale- dovremmo rispondere “come

se” una riformulazione dell’ideale liberaldemocratico adatta all’attuale fase storica

fosse possibile. E di conseguenza auspicabile.

In questi anni ci troviamo in una situazione di cambiamento intenso, in una svolta

storica, nella quale dobbiamo ridefinire le nostre concezioni di destra e sinistra.

Come LibertàEguale, e in riferimento al caso italiano, dobbiamo impegnarci in uno

sforzo diretto a giustificare, rendere credibile e condiviso un orientamento

riformistico liberaldemocratico, a partire dalla sinistra. E dobbiamo favorire

rapporti di dialogo e cooperazione con forze collocate nel campo della destra, ma

vicine ad una concezione politica liberaldemocratica. Questo è indispensabile sia

nella politica internazionale del nostro paese, sia in quella interna. Nella prima

affinché la posizione e il ruolo dell’Italia siano messi al riparo da variazioni repentine

e ingiustificate, provocate dal passaggio del governo dalla sinistra alla destra (…e

viceversa, ovviamente). Nella seconda – nelle politiche istituzionali ed economico

sociali- affinché si possano identificare, al di sotto delle inevitabili differenze

politico-ideologiche, costanti programmatiche dovute al regime liberaldemocratico a

cui i partiti dovrebbero attenersi. Sono queste costanti, e la cooperazione, i

compromessi e il mutuo rispetto che esse assicurano, a garantire la coerenza e

l’efficacia nel lungo periodo delle riforme che vengono adottate. E di conseguenza

stabilità politica e prosperità economica. Questo è quanto ci invita ostinatamente a

fare Sergio Mattarella, ed è quello che ha fatto nel rispetto pieno della Costituzione

vigente in un momento di particolare emergenza.

Il Presidente sa però assai bene che occasioni di “interventi dall’alto”, permessi dalle

sue attuali prerogative costituzionali, potrebbero non presentarsi più in futuro e,

anche se si ripresentassero, ha dovuto costatare che possono essere facilmente

frustrati se parti importanti del ceto politico non sono convinte che ne trarrebbero

un vantaggio per il proprio partito. Quello che in realtà il nostro Capo dello Stato

auspica, e prima di lui avevano auspicato sia Ciampi che Napolitano, è la diffusione di

un cemento di solidarietà nazionale più tenace di quello oggi prevalente. E questo è

possibile solo se, “dal basso” -dalla società e dai partiti che ne esprimono l’indirizzo

politico- emerge la domanda e l’offerta di un rigoroso indirizzo politico liberal

democratico. Difficile, ovviamente, ma non si tratta di una visione irenica o

impolitica. Non si tratta dei commossi e commoventi appelli alla pace di Papa

Francesco. Si tratta di una visione coraggiosa e molto politica, alimentata dalla

convinzione che è proprio questa visione quella richiesta da una parte crescente dei

cittadini. E di cui il paese ha bisogno.

I partiti sono però associazioni il cui scopo primario è quello di massimizzare i

consensi elettorali che ricevono, e questo fanno con tutti e mezzi consentiti dalla

legge, inclusi messaggi elettorali irrealistici e demagogici. Contro demagogia e

ignoranza non ci sono rimedi legali. Ma rimedi legali non sono necessari: sono infatti

possibili difese di un programma liberaldemocratico orientato a destra o a sinistra, in

direzione conservatrice o progressista, senza ricorrere a promesse irrealizzabili,

estremistiche o demagogiche. Nell’esperienza dei paesi sviluppati dell’Occidente ciò

è avvenuto per decenni, dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Potrebbe

avvenire ancora. Ed è possibile criticare in modo efficace le misure di un governo, di

destra o sinistra, ricorrendo non a demagogia o estremismo ma ad argomenti

razionali e alle migliori conoscenze delle scienze economiche e sociali. È quello che

sta facendo, criticando il governo Meloni, Marco Leonardi nei suoi interventi sul

Foglio, spesso molto duri ma sempre argomentati razionalmente, alla luce delle

migliori conoscenza economiche oggi disponibili. E sta facendo, sul piano

macroeconomico, un altro ottimo economista, Mario Baldassarri, certamente non

vicino agli orientamenti politici della sinistra. Nei loro campi di competenza, lo

stesso avviene anche al di fuori dell’economia. In campo istituzionale menziono solo

la civile discussione bipartisan sulla riforma costituzionale del premierato promossa

dalla Fondazione Magna Carta e dalle Associazioni Io Cambio, Libertà Eguale,

Riformismo e Libertà. Diverse le ispirazioni politico-ideologiche, comune la

competenza scientifica e l’orientamento liberaldemocratico.

Razionalità e buone conoscenze storiche e scientifiche sono indispensabili, ma ben

lontane dal fornire risposte esaurienti ai dilemmi che la politica propone e a

soddisfare le domande che un regime liberaldemocratico solleva nelle sue

imprevedibili evoluzioni. Una classe politica adeguata, progressista o conservatrice

che sia, inevitabilmente opera negli enormi spazi di incertezza che scienza e

razionalità lasciano scoperti. E, quando attua interventi di riforma, inevitabilmente

deve ricorrere a valori, a orientamenti ideologici generali: è per queste ragioni che si

ricade nelle categorie di destra e sinistra che la storia delle liberaldemocrazie in paesi

capitalistici avanzati le consegna.

Molti credono, sia in campo progressista sia in campo conservatore, che una politica

realistica di riforme adeguate al nostro paese non potrà mai essere attuata finché

sarà prevalente una divisione dello spettro politico tra destra e sinistra: è questa la

credenza che alimenta il confuso dibattito sul centrismo che imperversa nei giornali.

Limitandoci al dopoguerra e fino alla grande crisi economico-finanziaria del 2007/8

-più di sessant’anni, dunque- la storia dimostra che questa credenza non è

sostenibile: si sono realizzate riforme straordinarie che hanno accresciuto

enormemente il benessere economico, le chance di vita, le libertà delle popolazioni

che hanno avuto la fortuna di vivere in paesi capitalistici avanzati e in regimi

liberaldemocratici. E questo è avvenuto in un contesto politico in cui la dialettica tra

destra e sinistra è sempre stata centrale. È solo se si adotta una concezione di destra

e sinistra inadeguata alla fase storica e alla situazione concreta del paese che la

dicotomia che ha caratterizzato il sistema politico delle liberaldemocrazie nel corso

del Moderno può rivelarsi inutile o dannosa.

Ma è forse ancor più dannoso pretendere di farne a meno, illudersi che i partiti che

rifiutino di schierarsi a destra o a sinistra possano soddisfare la domanda di

moderazione, di coesione sociale, di solidarietà nazionale che confusamente

percepiscono essere presente nelle società moderne. La domanda alla quale i grandi,

ultimi presidenti della Repubblica hanno dato voce in Italia. Questa domanda può

essere assai meglio soddisfatta se fatta propria dagli stessi partiti di Destra e Sinistra.

Nulla impedisce una interpretazione di quella dicotomia che incorpori l’esigenza di

solidarietà nazionale e di moderazione del conflitto politico. E avrebbe il vantaggio di

ricordare sempre il principale motivo per cui è così difficile tenere insieme -specie in

una fase di intense trasformazioni tecnologiche e sociali- due esigenze che vanno

necessariamente contemperate in un regime politico liberaldemocratico: libertà

d’impresa e condizioni di vita soddisfacenti per la grande maggioranza dei cittadini.

Destra e Sinistra sono i due orientamenti politici che nascono, due secoli fa, in

risposta a questo permanente problema del capitalismo e hanno consentito, nella

seconda metà del secolo scorso, il difficile compromesso della liberaldemocrazia.

Una interpretazione sfrenata della libertà d’impresa, così come una negazione della

sua necessità per consentire libertà politica e stimolare innovazione e crescita

economica, sono entrambe nemiche del compromesso sociale da cui è nata la

socialdemocrazia, alla quale si sono poi avvicinate correnti liberali e cristiano

democratiche. Così come è nemico della liberaldemocrazia il tentativo di sfuggire ai

problemi che insorgono in un contesto di globalizzazione adottando una politica di

chiusura nazionalistica all’interno dei confini degli stati oggi esistenti: i costi e

soprattutto i rischi di conflitto sono assai superiori ai vantaggi. E la necessità di dare

un compimento al grande disegno di una vera Unione Europea trova in questo

obiettivo la sua principale motivazione.

***

Le principali giustificazioni di un indirizzo politico presentato così apoditticamente si

trovano nell’articolo del Foglio che è stato distribuito. Una giustificazione più distesa

si trova nel libro (Feltrinelli, 2021) “Liberalismo inclusivo”, scritto insieme a Norberto

Dilmore, e nell’ampia letteratura ivi citata. Poiché è possibile che non riesca a

presentare oralmente quanto è scritto sopra, mi limiterò in tal caso ad alcuni flash

che diano un’idea dell’orientamento politico di Libertà Eguale che ritengo

auspicabile.

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Pubblicato in : Apertura, Politica

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