In vista delle prossime elezioni politiche, il riformismo italiano deve compiere una scelta strategica. Continuare a essere una componente minoritaria degli schieramenti esistenti oppure costruire una forza capace di incidere concretamente sulle scelte del futuro governo.
La nuova legge elettorale rende ancora più importanti gli equilibri tra i partiti e la capacità delle coalizioni di raggiungere una maggioranza parlamentare. In questo contesto, la frammentazione delle forze centriste e liberaldemocratiche rischia di ridurne il peso sia nella distribuzione dei seggi sia nella definizione del programma di governo.
La questione riguarda Casa Riformista e Italia Viva, Azione e Partito Liberaldemocratico, ma anche Forza Italia e Noi Moderati, espressioni diverse dell’area riformista.
Il punto non è soltanto evitare la dispersione dei voti, ma impedire che le culture liberali, europeiste, atlantiste e riformatrici restino subordinate a forze con priorità differenti in campo economico, sociale e internazionale.
Il centrosinistra che risulta fortemente condizionato dalle componenti populiste e della sinistra più radicale rischia di imprimere all’Italia una direzione poco favorevole alla crescita economica, alla mobilità sociale e alla sua collocazione internazionale.
Sul piano economico, la preoccupazione riguarda una politica troppo concentrata sull’espansione della spesa pubblica e sui trasferimenti, senza affrontare con sufficiente determinazione produttività, competitività, sostenibilità previdenziale e qualità degli investimenti. Sul piano sociale, occorre puntare non solo alla protezione dei redditi, ma anche alla crescita dell’occupazione, dei salari, della formazione e delle opportunità di mobilità sociale.
In politica estera, le divergenze sul sostegno all’Ucraina, sulla difesa europea e sui rapporti transatlantici rendono difficile la definizione di una linea di governo stabile e riconoscibile.
La presenza dei riformisti nel campo largo, dunque, non garantirebbe di per sé un’effettiva moderazione della coalizione. I riformisti potrebbero contribuire alla vittoria elettorale senza disporre poi di un peso riconosciuto nelle decisioni di governo.
Neppure la costruzione di un terzo polo autonomo appare, in questa prospettiva, una soluzione realistica. Un’aggregazione comprendente Forza Italia, Noi Moderati, Casa Riformista, Azione e Partito Liberaldemocratico dovrebbe infatti presupporre che Forza Italia sia disposta a lasciare il centrodestra. Ma è una ipotesi irraggiungibile.
Forza Italia ha una propria identità, una struttura organizzativa e una collocazione consolidata. Senza di essa, un nuovo polo perderebbe una componente importante del proprio potenziale elettorale e della capacità di interlocuzione con il centrodestra, rischiando di alimentare un’ulteriore frammentazione.
Occorre allora rafforzare la componente riformista all’interno del centrodestra, attraverso un’intesa politica e programmatica tra Casa Riformista, Forza Italia, Noi Moderati, Azione e Partito Liberaldemocratico, senza rendere necessaria la fusione in un unico partito.
L’obiettivo sarebbe quello di costruire un’area riconoscibile, capace di coordinare iniziative, concordare priorità e incidere sul programma elettorale e sulle successive decisioni di governo.
Non si tratterebbe di offrire un sostegno incondizionato alla coalizione, ma di modificarne gli equilibri, orientandola verso una prospettiva più liberaldemocratica, europea e atlantista.
Una componente riformista sufficientemente forte potrebbe ridurre il peso relativo delle posizioni più nazionaliste e radicali, tenendo fuori le posizioni e i voti di Vannacci e limitando la capacità della Lega di Salvini di condizionare l’indirizzo politico della coalizione.
In questo progetto, Forza Italia e Noi Moderati avrebbero un ruolo essenziale, ma non sufficiente se rimanessero isolate o subordinate alle forze maggiori. Il collegamento con Casa Riformista, Azione e Partito Liberaldemocratico consentirebbe di allargare il consenso, coinvolgendo elettori moderati, liberali ed europeisti che oggi non si riconoscono pienamente nel centrodestra.
Si potrebbe così rafforzare il dialogo con la componente più pragmatica ed europeista del governo, favorendo possibili convergenze su alcuni temi economici e istituzionali con Giorgetti e con la leadership dell’esecutivo. Non si tratta di dare per scontata un’intesa personale o politica, ma di creare le condizioni per promuovere crescita, stabilità finanziaria, integrazione europea e affidabilità internazionale.
Nel centrodestra esistono già una tradizione moderata, una componente europeista e atlantista e interessi economici e istituzionali sui quali costruire accordi programmatici. Il compito del riformismo sarebbe rafforzare queste realtà e trasformarle in un fattore di condizionamento dell’intera coalizione.
Non si tratta di considerare il centrodestra per sua natura più riformabile, ma riconoscere che al suo interno esistono interlocutori con i quali costruire convergenze concrete. Il riformismo non dovrebbe accontentarsi di una rappresentanza parlamentare ma dovrebbe puntare a diventare un elemento determinante degli equilibri politici e programmatici della maggioranza.
La finalità è evitare due esiti indesiderabile e cioè una deriva nazionalista e meno europeista del centrodestra oppure un governo di centrosinistra nel quale i riformisti non riescano a incidere sulle politiche economiche e sulla politica estera.
Questa strategia assume ulteriore rilevanza alla luce dei possibili cambiamenti politici nei principali Paesi europei. L’Italia ha interesse a mantenere una posizione chiara nell’Unione europea e nell’Alleanza atlantica, contribuendo alle politiche comuni in materia di difesa, energia e competitività industriale.
Un centrodestra maggiormente orientato da una componente liberaldemocratica e riformista potrebbe favorire una linea europea e atlantica più coerente, riducendo il rischio che gli equilibri interni alla coalizione producano oscillazioni nella politica internazionale italiana. Ciò sarebbe ancora più importante se in altri Paesi europei crescesse il peso delle forze nazionaliste e di governi distanti dalle tradizionali posizioni democratiche ed europeiste.
Naturalmente, la presenza di un’area riformista non garantirebbe automaticamente questo risultato. La sua efficacia dipenderebbe dalla consistenza parlamentare, dagli accordi di governo e dalla capacità di tradurre gli obiettivi in impegni condivisi. Rappresenterebbe, tuttavia, un elemento innovativo in una politica italiana troppo spesso segnata da uno scontro ideologico e distruttivo tra destra e sinistra.
L’obiettivo non è semplicemente assicurare una maggioranza elettorale, ma modificarne gli equilibri in senso liberale, riformista, europeo e atlantista.
La vera “mossa del cavallo” consiste, in definitiva, nel trasformare il riformismo da componente accessoria delle coalizioni a forza capace di determinarne l’indirizzo politico. Non un centro che si limita a occupare uno spazio elettorale, ma un’area che incide concretamente sul programma, sulle priorità e sulle decisioni del governo.
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