Martedì 27 ottobre si vota in Israele: in palio 120 seggi, contesi da 38 liste.
Sarà la fine di Netanyahu e con lui del “genocidio” e con lui del “sionismo” come si è gridato nelle piazze in questi mesi?
Che significa oggi essere antisionisti? Ritenere che lo Stato di Israele sia illegale, abusivo e genocida. Perciò deve sparire dalla faccia della terra. Israele sarebbe stato impiantato artificialmente dai neo-colonialisti e imperialisti dentro il tessuto vivo della Palestina araba.
La diffusione di queste tesi si deve principalmente a Eward Said, intellettuale americano-palestinese, che denunciava l’imperialismo europeo e americano quali responsabili della situazione in Medioriente e pertanto si opponeva anche all’idea “Due popoli due stati”.
Le teorie di Said si sono fuse in questi ultimi decenni con i “Colonial” e “Post-colonial Studies” dell’Anglosfera, incrociandosi con il “wokeism”. Sono diventati la base ideologica del Palestinismo antisionista, che urla nei cortei “la Palestina dal Giordano al mare!” e inneggia al massacro del 7 Ottobre come ad un episodio di vittoriosa Resistenza di un popolo oppresso.
Secondo questa ideologia, la Storia, almeno dal ‘500 in poi, è una storia colonialista, imperialista, razzista di origine europea.
È una storia ingiusta, che ha generato un mondo ingiusto. Perciò bisogna rifarla daccapo.
Ora, è vero che il mondo in cui viviamo oggi è stato il prodotto di guerre, di invasioni, di massacri, di confini disegnati lungo i secoli con la penna intinta nel sangue. Il fatto è che la Storia accaduta è solo questa. Non ne esiste un’altra, se non nei romanzi di storia contro-fattuale.
Si può rifarla daccapo?
No, si può solo tentare di farne un’altra, di qui in avanti, abbandonando la pretesa di riavvolgere gli anni e i secoli, magari partendo dalla battaglia di Qadesh combattuta intorno al 1274 a.C. sulle rive del fiume Oronte, in Siria, tra l’Impero Egizio e l’Impero Ittita, per arrivare fino al 7 Ottobre 2023. Dentro questo fiume millenario si colloca anche la storia del conflitto arabo-israeliano.
Da dove incominciare a fare un’altra storia? Finita la Guerra mondiale, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 181 il 29 novembre 1947, che proponeva la partizione della Palestina mandataria britannica in due stati indipendenti: uno ebraico e uno arabo, con la zona di Gerusalemme posta sotto controllo internazionale. Il territorio assegnato a Israele era la metà di quello di oggi.
L’Assemblea generale contava allora solo 56 Paesi membri: 33 votarono sì, 13 contro, 10 si astennero. Le potenze imperialistiche, URSS compresa, votarono a favore. Chi decise? Chi altro avrebbe potuto farlo, se non i vincitori “imperialisti” della Seconda guerra mondiale? Votarono contro Egitto, Iraq, Libano, Arabia Saudita, Siria, Yemen, Afghanistan, Cuba, Grecia, India, Iran, Pakistan e Turchia.
Israele accettò e proclamò legittimamente la propria indipendenza il 14 maggio 1948.
Invece il giorno dopo Libia, Egitto, Iraq, Libano, Arabia Saudita, Siria, Transgiordania attaccarono il neo-nato staterello di Israele da tutti i lati. Egitto, Siria e Giordania ci riprovarono nel giugno del 1967 con la Guerra dei Sei giorni.
All’indomani del conflitto, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU votò la Risoluzione N. 242 il 22 novembre 1967. Raccomandava: a) il ritiro di Israele “da” (“from”, versione inglese) o “dai” (“des”, versione francese) territori occupati; b) il riconoscimento da parte araba della sovranità e dell’integrità territoriale di Israele. Ma Egitto e Siria tornarono all’assalto con la Guerra del Kippur nel 1973.
Poi nel 1979 l’Egitto riconobbe Israele, nel 1994 la Giordania fece altrettanto. Poi arrivarono Oslo I nel 1993 e Oslo II nel 1995 e nel 2000 Camp David.
Lo scambio proposto dall’ONU è sempre lo stesso: la Lega araba riconosce l’esistenza e la legittimità giuridica internazionale dello Stato di Israele e Israele restituisce i territori occupati successivamente al 1967.
Al momento, solo sei dei ventidue Paesi della Lega araba riconoscono lo Stato di Israele: Egitto dal 1979, Giordania dal 1994, Emirati Arabi Uniti, Baharein, Marocco, Sudan nel 2020.
Mancano all’appello il Libano, la Siria, l’Iraq, l’Arabia saudita.
Alle loro spalle sta l’Iran, che nel suo programma fondamentale prevede la distruzione dello Stato di Israele.
Dopo aver alimentato per decenni nelle masse arabe l’odio anti-ebraico, fino a farne un cardine della propria legittimazione, le classi politiche della Lega araba si rifiutano ostinatamente di riconoscere la statualità di Israele.
Ecco perché gli elettori israeliani hanno perso fiducia nella piattaforma della sinistra israeliana – “Pace contro territori” – e si sono affidati alla destra di Netanyahu. Cambieranno cavallo?
Come che sia, se a ottant’anni dalla proclamazione dello Stato di Israele, gli Ebrei di Israele devono ancora temere per la propria esistenza, non resta loro alternativa che quella di battersi e di vincere, chiunque sia il prossimo capo di governo. Se perdono, sono morti. Perciò gli Ebrei che abitano in Israele continueranno a battersi. Con o senza il nostro sostegno, con o senza il sostegno degli Ebrei della diaspora. Tutti gli antisionisti/antifascisti festosamente vocianti nei cortei e in Parlamento ne prendano atto.
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da Italia Oggi: sabato 17 ottobre 2026
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TEMPI ECCEZIONALI, SANGUE, SUDORE E LACRIME
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